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Ars Technica ha cancellato un articolo che condannava l’uso dell’AI dopo che si è scoperto che conteneva citazioni inventate dall’AI L'autore del pezzo si è scusato e ha detto che da ora in poi non si fiderà più delle citazioni suggerite da ChatGPT.
A distanza di due giorni l’una dall’altra sono spuntate due nuove opere attribuite a Michelangelo Una è un dipinto intitolato "Pietà Spirituali", l'altra un busto marmoreo del Cristo Salvatore. La storia della loro attribuzione al Buonarroti è piuttosto avventurosa.
L’agenzia meteorologica giapponese fa delle previsioni esclusivamente dedicate alla fioritura dei ciliegi Quelle di quest'anno dicono che i fiori sbocceranno con un certo anticipo rispetto al solito: i primi arriveranno tra meno di due settimane.
C’è una proposta di legge per inserire la gentilezza tra i parametri con cui l’Istat misura la qualità della vita Proposta che è arrivata in Parlamento e che sostiene che una società più gentile sia non solo moralmente migliore ma anche più ricca economicamente.
L’invito per la sfilata di Dior alla settimana della moda di Parigi è una sedia In miniatura ma pur sempre una sedia che rimanda alle Sénat, quelle utilizzate all'interno del Jardin de Tuilleries, location della sfilata.
In Artificial, il prossimo film di Luca Guadagnino, ci sarà la prima colonna sonora composta da Damon Albarn E ha spiegato che lavorare a questo film gli ha fatto capire che le intelligenze artificiali non saranno mai capaci di fare musica vera.
Il favorito per diventare il prossimo Presidente del Consiglio del Nepal è un ex rapper che non si toglie mai gli occhiali da sole Si chiama Balen Shah e la sua immagine è così legata a quel modello di occhiali da sole che nei negozi hanno preso a chiamarli "occhiali Balen Shah".
Il bene più a rischio a causa della guerra in Medio Oriente non è né il petrolio né il gas ma il fertilizzante Nella regione se ne produce moltissimo, la guerra ha già causato problemi logistici e aumenti dei prezzi che rischiano di stravolgere l'agricoltura mondiale.

Peter Morgan: come si trasforma una monarchia in una serie tv

Chi è lo sceneggiatore di The Crown, da sempre interessato al ridicolo che si cela dietro al potere.

21 Novembre 2019

Nelle prime due stagioni di The Crown, la regina Elisabetta di Claire Foy è una donna neanche trentenne che, proprio come suo padre, si trova a ricoprire un ruolo per il quale non si sente preparata e che, in fondo, non desiderava per se stessa. Nella scena iniziale della terza stagione, disponibile su Netflix da domenica 17 novembre, la regina Elisabetta di Olivia Colman è una donna sulla soglia dei suoi quarant’anni che osserva, in una stanza piena di uomini al suo servizio, le gigantografie del suo volto che finiranno sulle banconote. È il momento di aggiornarle: non più il profilo della giovane regina all’alba della nuova epoca elisabettiana annunciata da Churchill nel 1953, ma quello di una donna matura che sembra già aver iniziato a eternarsi nella silhouette che i telespettatori conoscono, e cioè quella della Elisabetta di oggi. «Tutti alle Poste sono deliziati dal nuovo profilo, sua Maestà, che riflette con eleganza il passaggio da giovane donna a…», dice l’ossequioso segretario, «A vecchia strega», risponde lei.

È in momenti come questo che la scrittura di Peter Morgan, lo sceneggiatore della serie, brilla di più, quando con il tono piatto della più impassibile fra i membri della famiglia reale, riesce a farci immaginare cosa c’è dietro la corona, i palazzi, il protocollo e tutto il resto. Senza mai concedere troppo, perché in fondo la monarchia, nel 2019, è qualcosa di intellegibile e rappresentarla è un’operazione blasfema, per cui The Crown è intrisa di quell’intelligibilità e lascia che siano i riti, le routine, le occasionali licenze dalla storia ufficiale a raccontarci Elisabetta e quelli che la circondano. In un lungo profilo-intervista scritto da Giles Harvey sul New York Times, Morgan, figlio di un ebreo tedesco e di una cattolica polacca rifugiatisi a Londra dopo la guerra, parla proprio del rapporto che, da autore, ha instaurato con la storia e i personaggi che la popolano. Per spiegare il suo approccio ricorre a una serie di conferenze tenute nel 2017 da Hilary Mantel per la Bbc, dove la scrittrice e critica letteraria esplorava gli scopi, vincoli e le criticità che chi scrive romanzi storici deve affrontare. «La storia non è il passato, è il metodo che abbiamo sviluppato per organizzare la nostra ignoranza del passato», dice Mantel, «È la registrazione di ciò che è rimasto, non è più “passato” di quanto non lo sia un certificato di nascita rispetto alla nascita, una sceneggiatura rispetto a una performance, una mappa rispetto a un viaggio». E sono quegli spazi vuoti, scrive Harvey, che sia Mantel che Morgan riempiono con il loro lavoro di scrittura. Il che non significa “riscrivere” la storia, quanto invece «trovare un modo per riempire i buchi di cui è disseminata».

Olivia Colman in una scena della terza stagione di The Crown

Come la scena di fronte alle gigantografie delle banconote o come quella in cui Elisabetta e il primo ministro laburista Harold Wilson si confessano a vicenda le discrepanze tra il loro personaggio pubblico e la persona reale: lei che non riesce a emozionarsi e non sa fingere la compassione che il suo ruolo richiede, lui che in tv e nelle foto fuma la pipa invece del sigaro, che preferisce, per mantenere la sua immagine di socialista puro, di uomo del popolo.

La bravura di Peter Morgan, e il motivo per cui The Crown potrebbe essere uno di quegli esperimenti televisivi che dalla lunghezza trae maggiore beneficio, è quella di insinuarsi perciò in quei buchi di storia, e di riempirli con un racconto che non è mai né magnificente né denigratorio. Come ha fatto in The Deal, il film del 2003 diretto da Stephen Frears che racconta l’amicizia e la rivalità tra Tony Blair e Gordon Brown, di cui ha scritto la sceneggiatura. Come ha fatto in The Queen del 2006, il film con Helen Mirren che gli è valso l’investitura popolare di cantore della corte britannica, e come ha fatto nell’opera teatrale The Audience, del 2013, con cui ha immaginato le conversazioni tra la regina e i tanti Prime Minister che si sono succeduti nel suo lungo regno. Già in The Deal è evidente come a Morgan interessino i risvolti più banali, tra il ridicolo e l’insignificante, delle lotte di potere e più in generale dei grandi avvenimenti che hanno segnato il Regno Unito, di cui si è sempre sentito parte solo a metà, lui figlio di immigranti senza più una comunità, cresciuto nei sobborghi residenziali di Londra in una casa dove si parlava tedesco.

Mentre fuori da Netflix Kate Middleton, William, Harry e Meghan Markle sono impegnati anche loro in una perigliosa riscrittura di un’istituzione difficilissima da inquadrare nel contemporaneo – solo qualche tempo fa commentavamo lo sfogo di Meghan di fronte alle telecamere di ITV News – sui nostri schermi va in streaming la decostruzione di quel mito documentata da The Crown. Che così si assicura almeno altre tre stagioni, volendo fare un calcolo approssimativo (la quarta è già in lavorazione). E Peter Morgan, che non ama essere intervistato, diffida degli autori sempre in tv, è fidanzato con Gillian Anderson ma non è affatto mondano, è il maestro di cerimonie perfetto. Conosce bene tutte le storie, tutti gli aneddoti, tutte le cronache, tutti i rituali anche, ma non scivola mai, come fa il segretario di fronte alle banconote, nell’ossequio. Tutto il contrario. Peter Morgan è sempre, con molta eleganza, di una sfrontatezza brutale.

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