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Dopo il litigio con il figlio Brooklyn, una canzone di Victoria Beckham di 25 anni fa è arrivata in cima alle classifiche inglesi A 23 anni dal lancio, "Not Such An Innocent Girl" raggiunge la vetta di ben due classifiche inglesi, grazie al pubblico litigio tra Victoria e David da una parte e il figlio Brooklyn dall'altra.
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Un attivista irlandese ha pubblicato su internet l’identità di migliaia di agenti dell’ICE Lo ha fatto su un sito che si chiama ICE List, al momento ci si trovano 4500 nomi, indirizzi email e numeri di telefono di agenti dell'anti immigrazione.
In Iran i morti potrebbero essere 30mila in due giorni, la strage più efferata dalla Seconda guerra mondiale L'unico precedente paragonabile sarebbe l'eccidio di Babyn Yar dove, tra il 29 e il 30 settembre del 1941, i nazisti uccisero 33 mila ebrei ucraini.
Mentre a Minneapolis si scatenava il caos, Trump era alla Casa Bianca a vedere in anteprima il documentario sulla moglie Melania Una proiezione esclusiva, con contenitori di popcorn brandizzati, tra gli invitati il Ceo di Apple e, per qualche ragione, anche Mike Tyson.
Kim Jong-un che fissa le persone mentre fanno il bagno alle terme è già il miglior meme del 2026 Il leader supremo della Corea della Nord ha festeggiato l'inaugurazione di un nuovo Centro vacanze fissando le persone che facevano il bagno e la sauna.

Paul Thomas Anderson, il più figo di tutti

Giovedì esce al cinema Phantom Thread, l'ennesimo film riuscito di un regista che punta alla perfezione (e la raggiunge).

21 Febbraio 2018

Paul Thomas Anderson è molto antipatico. È di quel genere di antipatico a cui non puoi dire niente, perché fa tutto troppo bene, è inattaccabile. Di più: è proprio questo a renderlo così antipatico. È quella sua evidente ricerca della perfezione che alla perfezione ci arriva per davvero, quel suo talento nel comprendere le forme e i contenuti, quella capacità di bilanciare l’essere così classico (no: instant classic) e insieme il più solido rappresentante del cinema contemporaneo, cioè cosa vuol dire oggi fare un film, pensarlo, proporlo a un pubblico (scegliendo con cura quale pubblico, anche), trovare il modo di resistere al tempo, di restare forse per sempre.

Tra molti addetti ai lavori, intendendo per addetti ai lavori la gente che si è trovata per merito o per proliferazione di blog ad occuparsi di cinema, va di moda dire che il primo Paul Thomas Anderson è sopravvalutato. Che Sydney (Hard Eight, 1996) è un film troppo acerbo, che Boogie Nights (1997) è troppo furbo, che Magnolia (1999) è troppo ricattatorio, che Ubriaco d’amore (Punch-Drunk Love, 2002) è troppo inerte, giusto un divertissement per piccoli fan. Dentro quei film ci sono però le fondamenta di un cinema che solo lui sapeva – e sa ancora – fare. Oggi Paul Thomas Anderson ha tutti gli strumenti ben temperati, la maturità del maestro, parola che nel suo caso non è utilizzata a sproposito: e ha quarantasette anni appena, da noi sarebbe considerato poco più di un giovane di belle speranze.

Quello che è venuto dopo lo sapete tutti: Il petroliere (There Will Be Blood, 2007), canto definitivo della nascita di una nazione, e poi The Master (2012), che bisognerebbe far vedere oggi ai nostri grillini (lo capirebbero?), e Vizio di forma (Inherent Vice, 2014), considerato minore e in realtà una specie di improvvisazione randomica di jazz, nel senso buono del termine. Nel frattempo c’è stato il ruolo (non accreditato) di secondo regista sul set di Radio America (A Prairie Home Companion, 2006) dell’ormai malato Robert Altman, di fatto l’ha concluso lui, siglando per sempre il passaggio da quel grandissimo cinema americano fatto di piccole storie, di attori, di luoghi a un altro diverso e uguale: il suo.

Paul Thomas Anderson è molto antipatico. È di quei pochissimi che ancora girano i film in pellicola, i giornali specializzati lo mettono nelle liste dei “registi anti-streaming”, lui dice che per Netflix non ha mai speso un dollaro – «entro con la password di un amico» – e che queste nuove piattaforme «potete pure considerarle il diavolo, ma sono solo un altro supermercato dove trovi anche la merda». È modernissimo e insieme rifiuta la modernità. Il massimo di hipsterismo che si è concesso è stato prendere il gruppo più californianamente fighetto in circolazione (le bravissime Haim) e girargli i video, semplici piani sequenza delle loro performance dal vivo, però pure lì quelle luci, quelle inquadrature, quella sua firma inconfondibile.

Paul Thomas Anderson è molto antipatico perché ha fatto un altro film perfetto. Esce giovedì, si intitola Phantom Thread, da noi Il filo nascosto, è il suo ennesimo instant classic e fa tutto quello che deve fare il grande cinema. Siamo dalle parti del “nessuno sa cosa succede dentro un matrimonio, quando la porta si chiude”. Qui c’è una relazione disfunzionale che funziona alla perfezione. Lui è un sarto dell’aristocrazia londinese dopo l’ultima guerra, e cioè Daniel Day-Lewis al suo congedo dalla recitazione (un’amica mia dice: è come Barbra Streisand, che ha annunciato il tour d’addio venti volte). Lei è la sua musa, si direbbe la sua vittima, salvo poi – spoiler! – trasformarsi nel suo carnefice.

La interpreta Vicky Krieps, un’attrice misconosciuta e stratosferica che meriterebbe tutti i premi dell’anno e invece non ha ricevuto la candidatura all’Oscar (il film ne ha avute sei). Il filo nascosto si interroga su che cos’è la perfezione: nell’orlo di un vestito, nel dialogo tra due innamorati a cena. Parla dei ruoli che ci attribuiamo socialmente e privatamente, delle cose che si fabbricano e di quelle che si rompono, di come si tengono insieme le relazioni, spesso è una cosa che può capire soltanto chi le vive, forse nemmeno loro. È un film di Hitchcock (con l’omelette ai funghi al posto del bicchiere di latte), ma potrebbe essere una sinfonia di Mahler, un quadro di Bacon. È un film che parla della perfezione ed è perfetto, solo un antipatico avrebbe potuto girarlo. Paul Thomas Anderson è molto antipatico, forse solo perché è il più figo di tutti.

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