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In Giappone hanno inventato i frigoriferi per tenere al fresco gli esseri umani durante le ondate di calore Costano 9 mila euro, all'interno c'è una sedia, la temperatura è a 15 gradi Celsius, quando ti siedi l'aria fresca viene soffiata verso testa, collo, spalle e schiena.
Il trend social del momento si chiama As Nolan Intended, cioè persone che guardano Odissea su dispositivi assurdi per prendere in giro Nolan e la sua fissazione con l’IMAX Sullo schermo di una lavatrice, su un Apple watch, su un Tamagotchi, sulla macchinetta obliteratrice del bus. Tutto pur di indispettire Nolan.
Dopo la cancellazione del concerto di Bad Bunny a causa della grandine, parecchie persone si sono convinte che fare concerti a Milano porti sfortuna È successo a lui, a Rosalia, a Bruce Springsteen, ad A$AP Rocky, ai Flaming Lips... Forse è il caso di iniziare a preoccuparsi?
A Bologna c’è un archivio che conserva tutti gli atti giudiziari, gli articoli di giornale, i materiali audiovisivi per ricordare cosa è successo davvero al G8 di Genova Si trova nello spazio autogestito Vag61 e conta gli atti dei processi processi sul G8 del 2001, una rassegna stampa di 6.275 articoli e moltissime ore di materiale audiovisivo.
Sta per arrivare You Never Did Anything Wrong, Part II (2026), il nuovo film di Nan Goldin Lo presenterà a novembre a Londra, alla Hayward Gallery del Southbank Centre, la sua prima grande mostra inglese in 24 anni.
Lana Del Rey ha rimandato per l’ennesima volta l’uscita del suo nuovo disco, ma per farsi perdonare ha detto che nel frattempo ha quasi finito anche quello successivo Bisogna aspettare ancora un mese, come minimo, per ascoltare Stove e, forse, anche Spyda, i due album che l'artista definisce «tra i più belli che abbia realizzato».
Einaudi sta per pubblicare un nuovo libro di David Foster Wallace Esce il 25 agosto con il titolo Contro il fatalismo: è la tesi con la quale si laureò in metafisica, un saggio breve che affronta criticamente l’idea del fatalismo.
Le matite Ikea sono diventate uno degli strumenti più usati nelle sale operatorie perché sono gratis, sono piccole e scrivono benissimo sulle ossa A quanto pare, i chirurghi di mezzo mondo adorano questa matita e vorrebbero che Ikea ne producesse una linea pensata appositamente per loro.

Paul Thomas Anderson, il più figo di tutti

Giovedì esce al cinema Phantom Thread, l'ennesimo film riuscito di un regista che punta alla perfezione (e la raggiunge).

21 Febbraio 2018

Paul Thomas Anderson è molto antipatico. È di quel genere di antipatico a cui non puoi dire niente, perché fa tutto troppo bene, è inattaccabile. Di più: è proprio questo a renderlo così antipatico. È quella sua evidente ricerca della perfezione che alla perfezione ci arriva per davvero, quel suo talento nel comprendere le forme e i contenuti, quella capacità di bilanciare l’essere così classico (no: instant classic) e insieme il più solido rappresentante del cinema contemporaneo, cioè cosa vuol dire oggi fare un film, pensarlo, proporlo a un pubblico (scegliendo con cura quale pubblico, anche), trovare il modo di resistere al tempo, di restare forse per sempre.

Tra molti addetti ai lavori, intendendo per addetti ai lavori la gente che si è trovata per merito o per proliferazione di blog ad occuparsi di cinema, va di moda dire che il primo Paul Thomas Anderson è sopravvalutato. Che Sydney (Hard Eight, 1996) è un film troppo acerbo, che Boogie Nights (1997) è troppo furbo, che Magnolia (1999) è troppo ricattatorio, che Ubriaco d’amore (Punch-Drunk Love, 2002) è troppo inerte, giusto un divertissement per piccoli fan. Dentro quei film ci sono però le fondamenta di un cinema che solo lui sapeva – e sa ancora – fare. Oggi Paul Thomas Anderson ha tutti gli strumenti ben temperati, la maturità del maestro, parola che nel suo caso non è utilizzata a sproposito: e ha quarantasette anni appena, da noi sarebbe considerato poco più di un giovane di belle speranze.

Quello che è venuto dopo lo sapete tutti: Il petroliere (There Will Be Blood, 2007), canto definitivo della nascita di una nazione, e poi The Master (2012), che bisognerebbe far vedere oggi ai nostri grillini (lo capirebbero?), e Vizio di forma (Inherent Vice, 2014), considerato minore e in realtà una specie di improvvisazione randomica di jazz, nel senso buono del termine. Nel frattempo c’è stato il ruolo (non accreditato) di secondo regista sul set di Radio America (A Prairie Home Companion, 2006) dell’ormai malato Robert Altman, di fatto l’ha concluso lui, siglando per sempre il passaggio da quel grandissimo cinema americano fatto di piccole storie, di attori, di luoghi a un altro diverso e uguale: il suo.

Paul Thomas Anderson è molto antipatico. È di quei pochissimi che ancora girano i film in pellicola, i giornali specializzati lo mettono nelle liste dei “registi anti-streaming”, lui dice che per Netflix non ha mai speso un dollaro – «entro con la password di un amico» – e che queste nuove piattaforme «potete pure considerarle il diavolo, ma sono solo un altro supermercato dove trovi anche la merda». È modernissimo e insieme rifiuta la modernità. Il massimo di hipsterismo che si è concesso è stato prendere il gruppo più californianamente fighetto in circolazione (le bravissime Haim) e girargli i video, semplici piani sequenza delle loro performance dal vivo, però pure lì quelle luci, quelle inquadrature, quella sua firma inconfondibile.

Paul Thomas Anderson è molto antipatico perché ha fatto un altro film perfetto. Esce giovedì, si intitola Phantom Thread, da noi Il filo nascosto, è il suo ennesimo instant classic e fa tutto quello che deve fare il grande cinema. Siamo dalle parti del “nessuno sa cosa succede dentro un matrimonio, quando la porta si chiude”. Qui c’è una relazione disfunzionale che funziona alla perfezione. Lui è un sarto dell’aristocrazia londinese dopo l’ultima guerra, e cioè Daniel Day-Lewis al suo congedo dalla recitazione (un’amica mia dice: è come Barbra Streisand, che ha annunciato il tour d’addio venti volte). Lei è la sua musa, si direbbe la sua vittima, salvo poi – spoiler! – trasformarsi nel suo carnefice.

La interpreta Vicky Krieps, un’attrice misconosciuta e stratosferica che meriterebbe tutti i premi dell’anno e invece non ha ricevuto la candidatura all’Oscar (il film ne ha avute sei). Il filo nascosto si interroga su che cos’è la perfezione: nell’orlo di un vestito, nel dialogo tra due innamorati a cena. Parla dei ruoli che ci attribuiamo socialmente e privatamente, delle cose che si fabbricano e di quelle che si rompono, di come si tengono insieme le relazioni, spesso è una cosa che può capire soltanto chi le vive, forse nemmeno loro. È un film di Hitchcock (con l’omelette ai funghi al posto del bicchiere di latte), ma potrebbe essere una sinfonia di Mahler, un quadro di Bacon. È un film che parla della perfezione ed è perfetto, solo un antipatico avrebbe potuto girarlo. Paul Thomas Anderson è molto antipatico, forse solo perché è il più figo di tutti.

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