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La grande retrospettiva che sta per arrivare allo Stedelijk Museum di Amsterdam è l’occasione per conoscere e celebrare davvero Yayoi Kusama Dall'11 settembre al 17 gennaio 2027 l'esposizione ripercorrerà oltre settant'anni di carriera, dalle enormi e ipnotiche tele alle famosissime installazioni di specchi.
Il modo perfetto di ricordare Tim Curry è andare a rivedere The Rocky Horror Picture Show al Cinema Mexico di Milano, dove è in programmazione ininterrottamente da 45 anni Il Mexico è una delle pochissime Rocky Horror House del mondo: dal 1981, quasi ogni venerdì, il film torna sul grande schermo. E tornerà anche adesso che Tim Curry non c'è più, per celebrarlo e ricordarlo.
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Sempre più miliardari stanno comprando casa in Patagonia perché si sono convinti che lì sopravviveranno alla fine del mondo A convincerli sono stati quattro fattori: isolamento, capacità di produrre di cibo, capacità di produrre energia e abbondante disponibilità d’acqua.
Dolly Parton verrà ricordata anche come una delle più agguerrite sindacaliste nella storia dell’industria musicale La cantautrice è stata una lavoratrice della musica e non ha mai smesso di usare il proprio potere per tutelare chi suonava al suo fianco.

Massimo Valsecchi e l’utopia di Palermo

Ex broker e collezionista d’arte, ha comprato il settecentesco Palazzo Butera nel quartiere della Kalsa per costruire, nel centro del Mediterraneo, uno spazio proiettato nel futuro.

13 Gennaio 2020

Si dice che a Palermo il mare si sente ma non si vede mai, da nessuna parte. Lo aveva notato anche Leonardo Sciascia, osservando come la città gli avesse culturalmente voltato le spalle. Eppure è da lì che bisognerebbe partire per avere un primo superbo colpo d’occhio sulla città: le cupole che svettano in pieno centro storico, il trionfo del barocco siciliano, quello che rimane del liberty, spazzato via da una selvaggia speculazione edilizia passata alla storia come “il sacco di Palermo”, e sullo sfondo le montagne incantate a svolgere il ruolo di simbolico confine. Ne erano pienamente consapevoli i Branciforte, aristocratica famiglia proprietaria di buona parte dei feudi di Sicilia, che per dar sfoggio della loro arroganza, pari solo al loro blasone, costruendo Palazzo Butera nella Kalsa, l’antico quartiere arabo, decisero di erigere la terrazza al di sopra delle mura civiche, in modo tale da chiudere la prospettiva a tutto il centro storico. Il messaggio era chiaro: i palermitani avrebbero dovuto ammirare prima la loro magniloquenza e solo dopo il resto della città. «Ma costruire muri non risolve i problemi, anzi, serve solo ad avere più guerre. Cosi ho pensato che fosse giusto tornare alle origini, abbattere simbolicamente quel muro, riconnettere il mare alla città e fornire una nuova porta di ingresso al centro», racconta Massimo Valsecchi, con quel suo impeccabile understatement da gentleman anglosassone, mentre mi mostra il pavimento di una sala del pianterreno dove sono presenti alcune lastre trasparenti dalle quali si può osservare una radice centenaria di jacaranda scoperta durante i lavori di restauro. «Arriva fino alla cisterna che riforniva d’acqua il palazzo», ci tiene a precisare con una punta di orgoglio.

Un passato da broker nella City, cinquant’anni di Swinging London terminati con lo spettro della Brexit, «sono arrivato a Londra negli anni Sessanta, per un povero italiano era come finire nel luogo più straordinario del mondo, il centro della libertà, della tolleranza e del rispetto delle idee altrui», Massimo Valsecchi possiede assieme alla moglie Francesca Frua de Angeli una straordinaria collezione, attualmente in prestito al Fitzwilliam Museum di Cambridge e all’Ashmolean Museum di Oxford, che tiene assieme pezzi di archeologia, raffinatissime porcellane settecentesche, mobili del primo Novecento e rari pezzi di arte contemporanea. «The least known private holding of great art in London», l’ha definita qualche anno fa la rivista d’arte Apollo. Con la vendita per venti milioni di euro di un solo dipinto, “Versammlung”, di Gerhard Richter, Valsecchi è quasi riuscito a finanziare l’intera operazione di restauro di Palazzo Butera (costo complessivo 25 milioni), acquistato un po’ a sorpresa nel 2016 con l’idea trasformare uno dei luoghi simbolo della Palermo settecentesca in un laboratorio di sperimentazione culturale aperto alla città. Non un museo in stile novecentesco ma uno spazio poli-funzionale che utilizzi la scienza, l’arte e la cultura, nelle sue molteplici interazioni tra passato e presente, come catalizzatori di sviluppo sociale del quartiere, un tempo simbolo di degrado cittadino e oggi uno dei luoghi della cosiddetta rinascita culturale palermitana.

Per dirla con le parole del suo braccio destro, Marco Giammona, ingegnere a cui sono stati affidati i lavori di ristrutturazione del palazzo, oltre che uno dei promotori, sempre nel quartiere della Kalsa, del restauro di Palazzo Sambuca, primo esempio di ripristino di un edificio storico distrutto dalla guerra, «l’idea è realizzare qualcosa che resti a tutta la città». Alle dieci di mattina di una soleggiata giornata di metà ottobre il professore, solenne appellativo con il quale tutti si rivolgono a lui, è già in cantiere da circa tre ore e si muove velocemente da una parte all’altra dell’edificio con la sua tenuta già imbrattata di colori. «Lei non dovrebbe essere qui», ammonisce bonariamente una persona incrociata nel cortile del piano terra, «ma a controllare cosa si sta facendo sopra, perché quel rosso è troppo rosso».

Sopra, significa al secondo piano, dove ci sono i meravigliosi saloni che hanno già ospitato Manifesta, la Biennale itinerante di arte contemporanea, e che stanno per essere affrescati dall’artista David Tremlett, chiamato a rileggere il passato in chiave contemporanea. «Vede», mi dice sottovoce, quasi per timore di essere ascoltato, «nel tempo ho imparato a ragionare da artista, più che da collezionista, e dunque a immaginare cose che ancora non ci sono. A patto che le fantasie poi si trasformino in qualcosa di concreto». Di concreto c’è un lavoro di restauro che ha riportato il palazzo alla sua configurazione settecentesca originaria, quella di Giacomo Amato, il grande architetto del barocco siciliano, e che ha dato speranza e lavoro a oltre cinquecento persone, coinvolgendo tutti gli artigiani del quartiere, fabbri, stuccatori, ebanisti. «Ho scoperto che a Palermo non esistevano più gli scalpellini e allora siamo andati a prenderli sui monti, nelle Madonie, e poi abbiamo deciso di aprire una scuola alla Kalsa, per farli tornare. In fondo il progetto non è altro che questo, ripartire da arti e mestieri».

Naturalmente l’arrivo a Palermo di un personaggio come Massimo Valsecchi non poteva non suscitare curiosità in una città spesso diffidente (fino a quando la diffidenza non si trasforma in generosità) verso i forestieri. Schivo, pragmatico, riservato, ma con una punta di eccentricità, indifferente alle tradizionali dinamiche delle consorterie culturali, non possiede un telefono cellulare, non legge le mail, mangia una sola volta al giorno e non gradisce stare sotto la luce dei riflettori. In compenso ama camminare di notte, al punto da conoscere la città meglio di molti palermitani. Nonostante, confessa, prima di acquistare i novemila metri quadri di Palazzo Butera non aveva mai messo in piede in Sicilia in tutta la sua vita. Logico dunque che il suo attivismo in città abbia messo in allarme l’antica aristocrazia palermitana, abituata a muoversi secondo tempi e regole propri, e che nei bar come nei vicoli di quartiere soprattutto all’inizio fosse tutto un bisbigliare e un darsi di gomito come non accadeva da tempo, al punto che sembrava di essere tornati ai fasti di Giuseppe Di Stefano, quando tutti si domandavano chi fosse mai quell’eccentrico barone che viveva imprigionato nel mitico Hotel delle Palme, suite 204.

Storie novecentesche, evocatrici di una certa immagine della Sicilia da cui Valsecchi vorrebbe velocemente distaccarsi. «Vedo ancora in televisione programmi che associano la Sicilia alla mafia o che riducono il tutto a un’interpretazione gattopardesca. Io invece ritengo che sia ora di guardare avanti, di trasformare tutta questa incredibile storia del passato in un punto di forza per fare delle cose nuove. La storia, l’arte e la cultura non possono essere uno sguardo verso il passato ma devono essere utilizzate in prospettiva futura», dice Valsecchi, interrompendosi un attimo per fare un impercettibile passo di lato, sufficiente a impedire che una giovane fotografa trovi il tempo perfetto per scattare un ritratto. Sarà una sfida a due che andrà avanti per tutta la giornata, secondo imperscrutabili logiche tutte siciliane. «Non conoscevo Palazzo Butera, e in fondo non mi importa niente del palazzo, non sono venuto per restaurare un mausoleo, l’idea era di avere a disposizione uno spazio dove vivere in funzione dinamica e aiutarmi a guardare avanti. In questo momento dove politica e economia non riescono a dare risposte concrete, forse soltanto l’arte può aiutare».

Una mano potrebbero darla le istituzioni locali, in primis l’università, ideale partner del progetto di sviluppo interdisciplinare a carattere sociale immaginato da Valsecchi, ma al momento la velocità di azione, per usare un eufemismo, non sembra ancora essere la stessa. «Io ho indicato una via, un punto di partenza, ma non posso fare tutto, spetterà poi ai siciliani scegliere se portarla avanti». Resta la curiosità di capire come mai, con tutti i posti del globo a disposizione, abbia scelto proprio Palermo come tappa di approdo del suo percorso artistico. «Perché Palermo è un posto unico, dove in un mercato puoi trovare dieci etnie diverse che convivono pacificamente, senza ghetti. I grandi snodi di scambio geopolitico tra l’Estremo Oriente e il Mediterraneo sono sempre stati Il Cairo e Istanbul, ma oggi che sono in difficoltà la Sicilia potrebbe ambire a ricoprire questo ruolo, d’altronde è da queste parti che si sono incrociati o sono passati tutti. Il Sud deve solo credere nella sua forza, che è anche nella sua umanità. Quando il Papa ordinò a Federico II di lanciare la crociata contro gli infedeli, lui partì ma trovò una cultura talmente straordinaria che intuì che non doveva fare una guerra all’islam ma al contrario recepire tutte le cose straordinarie che loro possedevano. Io in fondo non sto inventando niente, guardo solo ai passaggi della storia».

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