Dio benedica il Padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia

Per la seconda volta consecutiva, la Santa Sede ha allestito uno dei padiglioni più belli della Biennale: Alexander Kluge, Brian Eno,, Caterina Barbieri, Devonté Hynes, FKA Twigs, Jim Jarmusch, Kali Malone, Patti Smith (tra gli altri) espongono tutti qui.

11 Maggio 2026

“Mio figlio avrebbe potuto essere un musicista”. La voce è di Patti Smith: dice di essere Maria e suo figlio è Cristo. Siamo nella cappella del giardino mistico, un orto privato accanto alla stazione ferroviaria di Venezia Santa Lucia, per molti la porta d’accesso alla città più iconica del pianeta. È custodito dai Carmelitani Scalzi dal 1880, quando il convento adiacente – demolito e confiscato da Napoleone, come mezzo patrimonio di culto veneziano – tornò alla Chiesa e venne ricostruito. Ma quest’anno, per la Biennale Arte, il giardino mistico accoglie artisti internazionali come Patti Smith nello spazio sonoro di The Ear is the Eye of the Soul, il Padiglione della Santa Sede, che già dalla Biennale Architettura dell’anno scorso ha preso casa anche nel Complesso sconsacrato di Santa Maria Ausiliatrice a Castello.

Quello della Santa Sede è un caso singolare, ma non unico alla Biennale di Venezia: tra i cento padiglioni dei Giardini figura ancora la Cecoslovacchia, il cui nome campeggia sulla facciata. Artisti cechi e slovacchi continuano a condividere quello spazio, anche se il Paese ha cessato di esistere nel 1992, quando la sua dissoluzione in due stati indipendenti diede origine al “divorzio di velluto”. Nel caso del Padiglione della Santa Sede, la stranezza è ancora più radicale: non rappresenta uno Stato territoriale, ma un’entità transnazionale che incarna la Chiesa cattolica e si concepisce come luogo di incontro, ascolto e ispirazione spirituale. Ed è forse questo il dato più interessante. Due anni fa era un viaggio umano nel carcere femminile della Giudecca; quest’anno prende la forma di una preghiera sonora collettiva — «una preghiera di pace», nelle parole di Papa Leone XIV. In giorni in cui la Biennale apre e subito collassa tra scioperi, proteste e accuse di art washing di guerre e genocidi, mentre i padiglioni nazionali sembrano reliquie geopolitiche e le dichiarazioni curatorali evaporano nel rumore di fondo, è il suono – invisibile, poroso, impossibile da recintare – a infilarsi sotto pelle e attraversare le coscienze.

Gli occhi del cuore dell’anima

Per la curatela di The Ear is the Eye of the Soul si è mobilitato addirittura il team delle Serpentine Galleries di Londra, con Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers, che ha coinvolto – come artisti e collaboratori – Soundwalk Collective, duo sperimentale e per metà italiano che ha firmato di recente la colonna sonora del film documentario di Laura Poitras su Nan Goldin, All the Beauty and the Bloodshed, Leone d’oro alla 79ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 2022. Con la loro direzione artistica, i contributi di una costellazione di musicisti della scena sperimentale e dell’avanguardia contemporanea – da Brian Eno a Terry Riley, FKA Twigs e Caterina Barbieri – convergono in un gesamtkunstwerk, un’opera d’arte totale in forma di viaggio contemplativo che ognuno attraversa in silenzio, indossando cuffie high-tech mentre percorre il giardino mistico.

Il suono si fa più puro e intenso vicino a delle panchine di legno concepite come stazioni di ascolto, mentre tra i profumi di lavanda, assenzio, verbena e rosmarino le melodie si dissolvono e si contaminano: l’una svanisce e l’altra si accende tra un ronzio di api e un cinguettio registrati in tempo reale da Soundwalk Collective. Lo spazio sonoro è in continua evoluzione, ma l’esperienza resta aperta a imprevisti e deviazioni. Dopotutto nelle parole di Papa Leone XIV: «La logica degli algoritmi tende a ripetere cioè che “funziona”, ma l’arte apre a ciò che è possibile». È un possibile rarefatto: non c’è quasi nulla da vedere, e soprattutto nulla da fotografare. Le sculture di Precious Okoyomon sono campane a vento con fiori soffiati in vetro di Murano, strumenti musicali discreti e insieme monito ecologico. Non ci sono neppure le consuete etichette da leggere. All’ingresso, insieme alle cuffie high tech, si riceve una mappa che orienta il pubblico dentro un esperimento di deriva guidata e incastri melodici. Il percorso diventa così una coreografia invisibile, dove il paesaggio sonoro prende il posto di quello visivo.

Da Ildegarda di Bingen a FKA twigs

Le composizioni – tutte inedite, eccetto quella di Meredith Monk – si muovono nell’immaginario di Ildegarda di Bingen, badessa benedettina, compositrice e visionaria del XII secolo: artista totale e donna di potere ante litteram. C’è la musica ambient di Brian Eno, che abbassa le frequenze fino a confonderle con quelle del giardino mistico; ci sono campane, sintetizzatori e loop di Terry Riley, leggendario minimalista americano di In C (1964); poi i vocalismi di FKA twigs, la chitarra scorticata di Jim Jarmusch e il canto gregoriano delle monache benedettine. Il suono è vortice e vibrazione, natura e artificio insieme. La chiusura, per molti, è di Caterina Barbieri, direttrice della Biennale Musica, che distilla un minimalismo ipnotico e sintetico, sospeso tra percezione, trance e computazione.

Nella seconda sede del Padiglione, in fondo a Via Garibaldi – anomalìa urbanistica in laguna – si beve tè e, alle ore della liturgia monastica, si ascoltano i canti di Ildegarda di Bingen eseguiti dalle suore del convento benedettino che ha preso il posto del monastero da lei fondato, registrati da Soundwalk Collective. Anche qui non ci sono oggetti artistici, ma impalcature da restauro fasciate di “garze” bianche, mentre le luci filtrano un giallo ocra insieme mistico e istituzionale – è il colore della bandiera vaticana trasformato in atmosfera. Articolata in tre stanze, compare poi l’opera-testamento di Alexander Kluge, celebre regista di Yesterday Girl e figura centrale del Nuovo Cinema Tedesco. È un’ultima installazione inedita di film, immagini e appunti dedicati a Santa Ildegarda, cui ha lavorato prima della sua scomparsa, avvenuta appena due mesi fa. Da questo archivio incompiuto ha preso forma l’intero progetto curatoriale, ed è un sistema aperto di frammenti, interpretato dai collaboratori di Kluge e riattivato da chi lo attraversa. Questo archivio, più che conservare, continua a generare possibilità proprio come lo spazio sonoro del giardino mistico.

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