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03:41 lunedì 22 giugno 2026
Meloni e Trump s’erano tanto amati ma adesso si stanno tanto insultando Lui ha detto di essersi fatto una foto con lei «perché mi ha fatto pena». Lei ha detto che lui «si è inventato tutto». Fino a ieri andavano d'amore e d'accordo.
All’improvviso Rick Rubin ha annunciato che questo fine settimana torna in Toscana per la seconda edizione del suo Festival of the Sun Anche questa volta l'annuncio è arrivato all'ultimo momento: festival gratuito, basta prenotarsi e presentarsi domenica 21 a Colle Val d’Elsa, vicino Siena.
Persino J.D. Vance si è stufato delle deliranti uscite di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich sull’accordo di pace con l’Iran «Trump è l'unico capo di Stato al mondo solidale con Israele. Non attaccherei l'unico alleato che mi è rimasto», ha detto in conferenza stampa il Vicepresidente USA.
In Giappone sono tutti indignati per lo scandalo del “cartello del gelato”, cioè di un gruppo di aziende che si sono messe d’accordo per aumentare continuamente il prezzo del gelato Aumenti di 6 centesimi alla volta ma frequentissimi e che non avevano nulla a che fare con l'aumento del prezzo delle materie prime. Finché non se ne è accorta l'Antitrust.
Se volete trasformare casa vostra in uno spazio liminale, A24 ha fatto la carta da parati di Backrooms E costa anche relativamente poco: 60 dollari a rotolo. Una cifra accettabile per trasformare un ambiente di casa in un incubo.
La Nazionale francese ha deciso che dopo ogni gol che segna al Mondiale nello stadio deve partire One More Time dei Daft Punk a tutto volume In questa edizione del Mondiale tutte le Nazionali hanno dovuto scegliere un "inno da gol". C'è anche una playlist ufficiale che li raccoglie tutti.
Tra le opere meno conosciute di David Hockney ci sono delle bellissime illustrazioni che fece per le sue fiabe preferite dei fratelli Grimm Le realizzò nel 1969 e le tavolo vennero raccolte tutte in un volume, pubblicato un anno dopo, intitolato Six Fairy Tales from the Brothers Grimm.
A causa della crisi climatica è morto l’albero più famoso del mondo, la vecchia quercia della foresta di Sherwood La quercia, che cresceva da almeno mille anni, quest’anno non ha prodotto nessuna foglia a causa delle sempre più frequenti ondate di calore e degli eccessivi interventi umani.

Ologramma per il re

Il nuovo romanzo di Dave Eggers riflette sugli effetti perversi della globalizzazione e presenta un lato inedito dell'editore di Mc Sweeney's.

30 Settembre 2013

Sono passati molti anni da quando Alan Clay – il protagonista di Ologramma per il re, ultimo romanzo di Dave Eggers – poteva guardare con ottimismo e soddisfazione alla propria vita. Lui che pure un tempo ormai lontano aveva trovato l’amore nuotando nelle acque generose del Rio delle Amazzoni, oggi, poco sopra i cinquanta, si ritrova a lottare per mozziconi di avvenire dentro una tenda plastificata nell’arido deserto persiano, in attesa di un Re saudita onnipotente e ineffabile.

Sono passati quasi altrettanti anni da quando Dave Eggers ha scritto uno dei romanzi X-generazionale più citati degli ultimi 20 anni, un romanzo – L’opera struggente di un formidabile genio – in cui si respirava, a tratti persino all’eccesso, tutta l’inarrestabile vitalità e l’invincibile ottimismo della gioventù e del suo autore. Il quale peraltro ha dimostrato con i fatti di essere più o meno inarrestabile, riuscendo a rendere la propria idea di libro – dal testo all’art direction – un brand culturale internazionale, grazie a una lunga serie di felici imprese editoriali tutte più o meno riconducibili al nome di Timothy Mc Sweeney’s, un lunatico stalker della sua famiglia in onore del quale ha tenuto a battesimo la sua ormai celeberrima rivista e casa editrice. L’anno scorso, dopo una lunga serie di racconti, una sceneggiatura, alcuni esperimenti di non fiction tanto ispirati nelle intenzioni quanto riusciti solo a metà, quella porzione di Dave Eggers che ancora fa soltanto lo scrittore nella vita è tornata al romanzo, il suo terzo, otto anni dopo l’ultimo (uscirà in Italia a ottobre, mentre Eggers è già al lavoro su un nuovo romanzo, The Circle, di cui proprio ieri il New York Times ha pubblicato un estratto).

Di dieci più giovane del suo Alan, a quarantaquattro anni Eggers sembra aver scelto di mettere da parte un po’ del suo invincibile “exuperismo”, del suo amore per la digressione e la colloquialità, per lottare, con una strumentazione da romanziere più tradizionale («old-school», l’ha definita il Guardian), per gli ultimi scampoli di rilevanza e puntualità tematica a cui può ambire un romanzo oggi e Ologramma per il re sembra essere il modo in cui ha decisco di farcelo sapere.

La globalizzazione è, per Eggers, quella forza che ha azzerato la gravità nella vita di tante brave persone dell’emisfero occidentale ingenue, incoscienti e complici.

C’è quindi questo Alan Clay, ipocondriaco, divorziato, costantemente in ritardo, un consulente freelance inviato in Arabia Saudita da una compagnia Usa con l’obiettivo di chiudere il contratto per la fornitura di tutto l’IT (compreso l’ologramma del titolo) necessario a KAEC (King Abdullah Economic Center), una pirotecnia urbanistica che Re Abdullah sta facendo costruire a ritmi letargici in mezzo al deserto. Ed è proprio il Re in persona il referente di Clay, l’uomo da convincere, l’uomo a cui spetta la decisione finale non solo sulla ditta a cui assegnare l’appalto ma anche, indirettamente, sulla vita di Alan, il quale è così coperto di debiti che, senza l’alta percentuale sull’eventuale commessa, non potrà pagare il proseguimento degli studi alla figlia. La sola ragione peraltro per cui in Arabia è stato mandato Clay, fuori forma e costantemente sudaticcio, anziché un manager più rampante è un remoto e fugace abboccamento con un parente del Re, e dato che «la famiglia viene prima di tutto» nel mondo Saudita, la ditta che lo ha reclutato spera che questo giochi a favore di Clay. Di certo non è stato scelto sulla base del lungo cursus honorum che, nei suoi anni ruggenti, ha portato Alan Clay dalla posizione di venditore porta-a-porta di aspirapolveri al ruolo di responsabile vendite mondiali di una marca di bici “di qualità” di Chicago. Quel passato non conta infatti più nulla. Non da quando, per risparmiare e con l’avvallo tra gli altri dello stesso Clay, negli anni ’80 la gran parte della produzione è stata spostata in Cina e da lì lentamente le sorti dell’azienda sono andate declinando fino al fallimento che ha travolto il posto che Alan si era ritagliato nel mondo.

È la storia (vera) della Schwinn e anche il cuore del romanzo che è, si sarà ormai capito, un romanzo sugli effetti perversi della globalizzazione. Ovvero, per Eggers, quella forza che ha azzerato la gravità nella vita di tante brave persone dell’emisfero occidentale ingenue, incoscienti e complici («I became unnecessary, I made myself irrelevant» rimugina Clay), costringendole, per mere ragioni di sopravvivenza, a spingersi fino sotto una tenda plastificata, ai bordi di città fantasma ipermoderne, dentro la cornice lunare di paesi dove esistono ancora i Re e – se vogliono – possono anche farsi aspettare per anni.

«I sogni si producono altrove, ormai», fa dire Eggers a un architetto incontrato da Clay a una festa. Se da una parte non si può che empatizzare con il rimpianto per le “buone cose di una volta” e il rimorso per il modo in cui le abbiamo, a volte anche deliberatamente, deprezzate che anima tutto il romanzo, dall’altra si avverte a volte la tentazione di chiedere al pur bravo romanziere: «Tu dove hai vissuto negli ultimi… diciamo… vent’anni?».

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