È stato definito l'Oppenheimer russo, un "film leviatano", il folle esperimento che un regista-scienziato pazzo ha impiegato vent'anni a completare. Ne abbiamo parlato con il regista-scienziato pazzo in questione, Ilya Khrzhanovsky.
Mentre il mondo è in guerra, a Venezia scoppia la pace. È una strana, rassicurante Mostra quella che si sta consumando al Lido, con le polemiche ridotte al minimo (per ora). Il concorso sta andando molto meglio del previsto, il cambiamento climatico e il rarefarsi delle star hollywoodiane non stanno facendo troppo sudare Alberto Barbera e gli accreditati, mentre il caratteraccio di certi nomi noti, famigerati per il loro essere burberi e difficili da gestire, si sta sciogliendo alla stessa velocità dei ghiacciai alpini. Dopo la pace tra i litigiosissimi Liam e Noel Gallagher, che acclamano in Sala Grande il direttore Barbera come una rockstar (manco fosse stato lui ad aver diretto Don’t Look Back in Anger, nell’edizione della riconciliazione l’arrivo al Lido di Nanni Moretti ha sancito la tregua di un’altra lunghissima, leggendaria guerra di posizione. Quella tra il regista di Succederà questa notte e il festival cinematografico più antico del mondo, quello di casa.
Come ogni pasticciaccio brutto italiano, è una storia che vive di continue smentite, ricostruzioni giornalistiche e non detti, germogliata all’inizio degli anni Ottanta. In qualità di membro della giuria che assegna il Leone d’Oro nel 1986, un giovane e agguerritissimo Nanni Moretti si fa la nomea di artista difficile. Durante le riunioni tra giurati litiga furiosamente con il presidente di giuria Alain Robbe-Grillet che, per un’altra presunta faida personale con Éric Rohmer, non vuole dare a quest’ultimo il Leone d’Oro per Il raggio verde. Moretti, all’epoca come oggi amante delllo scontro frontale, mette insieme una fronda di dissidenti nella giuria di Robbe-Grillet e non si presenta alla premiazione. Alla fine la spunta comunque lui: Rohmer si porta a casa il premio, probabilmente inconsapevole del furioso litigare dietro le quinte rivelato anni dopo dalla ricostruzione del critico cinematografico Mario Sesti.
Promettente e difficile
Passa qualche anno e Nanni Moretti, forte di una nomea da regista promettente quanto «difficile», si prepara a portare Palombella Rossa a Venezia. Corre l’anno 1989 e Moretti è già apprezzato e premiato nel contesto festivaliero europeo: tre anni prima La messa è finita vince l’Orso d’Argento a Berlino, che ne rafforza lo status di autore internazionale. Fatica però a essere profeta in patria sin dai tempi di Sogni d’oro, il suo terzo film alla regia e il primo a passare al Lido nel 1981. Vince il Leone d’Argento per la miglior regia, ma ritira il premio tra i fischi che si alzano in Sala Grande da parte di chi non ha apprezzato l’opera. Tra i maggiori detrattori di Moretti, si comincia a sussurrare, c’è proprio Guglielmo Biraghi, un direttore della Mostra di tutt’altra pasta rispetto all’iperdiplomatico, accomodante Alberto Barbera.
Trentasette anni dopo è proprio Barbera che riesce a sanare la ferita che regalò ai francesi l’esclusiva su Nanni Moretti, con il Festival di Cannes che lo coccola, lo riverisce, lo vede trionfare con una Palma d’Oro (l’ultima vinta da un italiano) nel 2001 con il dramma intimista La stanza del figlio. In un’altra versione della nostra realtà, nel multiverso morettiano, magari Nanni ha continuato a presentare i suoi film a Venezia. Nel nostro invece troppo grande fu l’onta ricevuta da Guglielmo Biraghi, che non prende in concorso Palombella Rossa. Ripicca verso un regista che non ama e che ha reso impossibile la vita alla giuria qualche anno prima? Valutazione artistica e politica di un film fortemente polemico verso il Partito Comunista dell’epoca?
Ovviamente quello che è stato diplomaticamente definito da Barbera «un errore» in conferenza stampa di presentazione del programma non ha un commentario ufficiale. Nelle logiche non scritte dei festival però i registi già affermati, ovvero che hanno vinto premi importanti e hanno una certa notorietà nel circuito europeo, finiscono di default nel concorso principale, a meno di specifici accordi, particolari desiderata o film davvero, davvero mediocri. Quest’anno per esempio Barbera ha ringraziato due «grandi vecchi» del cinema italiano come Gianni Amelio e Mario Martone proprio per aver accettato il «declassamento» dei loro titoli, presentati fuori concorso per lasciare spazio a colleghi italiani più giovani nella corsa al Leone d’Oro, in un’annata ricchissima di titoli nostrani.
Nel 1989 si tenta comunque di mettere una pezza: alla fine Palombella Rossa trova una collocazione di fortuna nella Settimana della Critica, rassegna parallela con un comitato selezionatore e un funzionamento indipendente dalla principale, che di solito accoglie opere prime o comunque nomi ancora di là dall’affermazione: un salvataggio in extremis che è anche un declassamento. È proprio in questa selezione di nicchia che però lo scova il critico francese Serge Daney. Come spesso accade agli incompresi di casa nostra (da Fellini con La dolce vita all’intera filmografia di Valerio Zurlini), sono proprio i colleghi d’Oltralpe a salvare il cinema italiano. La sua recensione entusiasta per Libération contribuisce ad attirare l’attenzione francese su Moretti, che negli anni successivi instaura con Cannes un rapporto privilegiato. Quando produce un film, in Croisette gli riservano un posto in concorso, tagliando fuori la rivale Venezia. Moretti così finisce per diventare un habitué delle distribuzioni primaverili, lanciando i suoi film a maggio e dintorni, subito prima o dopo la prima mondiale francese. La finestra distributiva diventa anche la risposta diplomatica ufficiale con cui Moretti negli ultimi anni ha depotenziato l’anatema lanciato contro il Lido dopo il gran rifiuto di Palombella Rossa: ci andrei volentieri ma, che peccato, ho sempre il film pronto in primavera.
Il tessitore di relazioni e il venerato maestro
Nel 2026 però qualcosa s’inceppa e Succederà questa notte non è pronto per maggio. Così, a malincuore, la Croisette rinuncia al nuovo Moretti (che ha anche per protagonista l’idolo di casa Louis Garrel) e Venezia bussa alla porta di Nanni. Nel frattempo però tanto, tantissimo è cambiato, dentro e fuori il cinema di Moretti, il PCI non esiste manco più. Alla Mostra sono succeduti un paio di direttorissimi, il festival ha conosciuto fasi sperimentali, il periodo del boom del cinema asiatico, una profonda crisi di rilevanza e la rinascita avvenuta proprio grazie ad Alberto Barbera, gran tessitore di relazioni umane. Durante i suoi anni di direzione ha saputo riportare Venezia a insidiare il primato di Cannes in termini di prestigio, andando a coccolarsi proprio autori e distributori con il dente avvelenato o faide in corso con il suo omologo francese Thierry Frémaux.
Nanni stesso è invecchiato e si è ingentilito, sempre secondo i suoi standard ovviamente. Tiene sempre un po’ la posa del cineasta scorbutico, ma sembra sempre più un’abitudine, dato che poi passa la conferenza stampa quasi perennemente sorridente, mentre al suo fianco Louis Garrel racconta le sue vessazioni sul set. Garrel che, a furia di passare il tempo con Nanni Moretti, nel film e a Venezia parla italiano con quella cadenza inconfondibile del regista, con un effetto un po’ straniante.
Moretti è decisamente entrato nella fase venerato maestro da coccolare, un autore che dopo tanta lotta contro tutto e tutti può concedersi di fare ciò che gli piace, solo perché gli piace. Per esempio tornare ad adattare per il grande schermo un romanzo di Eshkol Nevo, autore che gli piace moltissimo e che aveva già traslato nel mediocre Tre piani. Il risultato stavolta è decisamente migliore, regalando quello che tutti hanno salutato come il film più romantico mai diretto da Moretti. Qualcuno, come il collega Gabriele Niola del Post, ha fatto la sintesi perfetto del film, definendolo la risposta alla domanda che nessuno forse si era mai fatto: come sarebbe il film tipo di Pedro Almodóvar se a dirigerlo fosse Nanni Moretti? Succederà questa notte si spinge dentro il territorio del melodramma soffuso, amato e frequentatissimo dall’anziano regista madrileno. In più è sostenuto economicamente dal tax credit spagnolo, girato in parte a Madrid e per giunta la colonna sonora è condotta con straordinaria maestria da Alberto Iglesias, storico collaboratore di Almodóvar e vero maestro dei tappeti sonori sentimentali, immediatamente riconoscibili al primo violino.
Più amore, meno lotta
È un Nanni più interessato all’amore che alla politica, che sostituisce certi pistolotti di un tempo sulle sue ossessioni (i do’s and don’ts morettiani, dal gelato ai sabot) con la leggerezza di chi abbraccia le sue passioni. Il papà del personaggio di Garrel, musicofilo sfegatato, rischia di perdersi per l’ennesima volta il concerto del Boss perché impegnato a sedurre la concierge dell’hotel dove alloggia col figlio, a sua volta alle prese con un colpo di fulmine dal tempismo terribilmente sbagliato, che si abbatte su di lui mentre gioca a tennis con una donna nel giorno del matrimonio di lei.
È un film sull’amore sensuale e travolgente, quello mediato e metodico, quello per le passioni della vita, come appunto la musica. Moretti, uno che nemmeno incalzato da Repubblica ha mai saputo scegliere chi preferisse tra Beatles e Rolling Stones, torna qui a un grande amore di gioventù: la musica di Bruce Springsteen, che già utilizzava per caricare la squadra di pallanuoto in Palombella Rossa. Stavolta però, con l’intercessione e l’aiuto dello storico promoter italiano del Boss, va direttamente a girare durante il concerto di Springsteen a San Sebastián, dopo mesi di mediazioni e permessi su dove, cosa e dunque quali canzoni si potessero riprendere. La scelta infine è ricaduta su Hungry Heart. Perché? Perché gli piace. «Vidi un suo concerto nel 1988 allo stadio Flaminio di Roma e dopo quel concerto decisi di inserire una sua canzone in Palombella Rossa», ha spiegato Moretti a Venezia.
Uno scherzetto che lo ha portato a sforare le previsioni di budget, ancora prima di chiedere serafico a Domenico Procacci di acquisire i diritti di She’s a Rainbow dei Rolling Stones, tra le band più costose da opzionare per inserire un brano in un film (insieme agli storici rivali Beatles). È la canzone degli amanti Louis Garrel e Jasmine Trinca; quella che, quando passa beffarda alla radio, fa capire a lei che rinunciare alla relazione extraconiugale la sta rendendo infelice. Procacci di Fandango, in conferenza stampa, lascia intendere che l’esborso sia stato importante. Ma di fronte a un Nanni sorridente, affabile, che chiude l’incontro con un «Mannaggia, volevo tanto parlare dell’attualità politica, ma non c’è più tempo, sarà per un’altra volta», viene da pensare che sia diventato ancora più difficile dirgli di no. Persino più di quando, furioso, lasciava la giuria di Venezia.
