Il reunion tour degli Oasis è finito alla Mostra del Cinema di Venezia, ed è stato un (ennesimo) trionfo

Più che un documentario musicale, Don’t Look Back In Anger è una lezione sul potere salvifico del perdono. Soprattutto quando a perdonarsi sono Liam e Noel Gallagher.

07 Settembre 2026

Le scene più memorabili di Oasis: Don’t Look Back In Anger non sono quelle riprese dalle diciotto cineprese che hanno accompagnato i fratelli Gallagher in ben dodici date del tour della loro reunion, diventato simbolo stesso dell’estate 2025. Non sono nemmeno quelle girate da un gruppo selezionato tra i migliori direttori della fotografia al mondo per raccogliere in modo indipendente e creativo le storie del pubblico della storica reunion della band di Manchester, che pure comprendono storie toccanti (su tutte, quella della giovane sopravvissuta alla bomba al concerto di Ariana Grande a Manchester nel 2017 che sente per la prima volta in vita sua “Wonderwall” cantata alla veglia per quanti non ce l’hanno fatta e poi la riascolta con decinea di migliaia di persone a Wembley). Le scene più significative ed emblematiche del documentario le hanno catturate dodici cineprese nascoste e operate da remoto, disseminate per il magazzino trasformato in sala prove in un’insospettabile zona industriale poco fuori Londra.

La produzione di Oasis: Don’t Look Back In Anger è prevedibilmente faraonica quanto il tour che racconta e vede coinvolti nomi di massimo livello, tra cui Steven Knight, sceneggiatore di fama mondaile attualmente impegnato nella scrittura del prossimo film di James Bond. Nemmeno tutti i soldi che Disney ha allocato sul progetto, però, hanno potuto ovviare del tutto all’incognita, all’azzardo che ne è il presupposto: Liam e Noel Gallagher hanno acconsentito a fare un tour assieme a fronte del pagamento di una cifra spaventosa, ma ce la faranno a superare le divergenze umane? Dopo l’ultima, clamorosa lite nei camerini del concerto di Parigi del 2009 che portò alla cancellazione del tour europeo e alla loro scoparsa dalle scene, i due non si sono parlati per quindici anni, tanto che i loro figli nemmeno si conoscono. La versione ufficiale della storia vuole che siano tornati in un momento particolarmente oscuro e caotico a livello internazionale, per regalare un po’ di quell’escapismo di cui le persone hanno disperatamente bisogno. Il cachet che percepiranno (talmente alto da proiettare un bel balzo in avanti il loro patrimonio già milionario)  sicuramente gioca un ruolo importante. Ma non esiste escapismo, non c’è denaro che tenga di fronte alla testardaggine di Liam e a quello che Noel definisce il suo fatal flaw: l’incapacità assoluta di perdonare.

Così torniamo al deposito convertito in sala prove, con le cineprese chiamate a catturare un momento irripetibile e incredibilmente reso pubblico: il primo incontro tra i due fratelli dopo quindici anni di silenzio. È l’equivalente di certi documentari National Geographic in cui la sfida tecnica è catturare il comportamento di un raro animale selvaggio senza che venga infastidito dalla presenza degli esseri umani. La scena è straordinaria per come smonta una percezione molto rassicurante che ci ha regalato l’estate 2025: ovvero quella che la riconciliazione dei Gallagher sia stata tutto sommato abbastanza facile, scontata, ovvia.

Noel lavora già da giorni al sound delle canzoni di un tempo da riportare sul palco, alla ricerca di qualcosa che il ritorno al suo fianco di Bonehead (lo storico chitarrista che abbandonò la band nel 1999)  gli consente di ritrovare dopo un decennio e più di frustrazione. Musicista che viene chiamato a fare da corpo cuscinetto, da ripieno non belligerante nel sandwich composto dai due fratelli Gallagher, parole sue. Quando finalmente Liam si palesa, sembra di vedere un gatto randagio che prende guardingo e un po’ aggressivo le misure di un nuovo territorio. La prima cosa che fa è pretendere di far rimuovere due schermi acustici ai lati della batteria, dicendo che lo fanno incazzare. È quasi una prova di forza, con Noel che si distanzia e limita le interazioni al minimo e solo sul fronte musicale. La non-iterazione molto inglese con cui il duo affronta il primo incontro mette una prima pezza, a cui segue una nervosa performance in cui Liam canta, gli altri suonano preoccupati. Lui tira fuori una sorta di finta sigaretta con cui placare la voglia di accendersi una vera cicca. Canta un brano, afferra il borsone nero Adidas che ha abbandonato con nonchalance sul pavimento e se ne va senza nemmeno salutare.

Da anni Liam non beve, non fuma, non fa più cazzate. Nelle settimane successive finge «che non gliene freghi un cazzo», che è «una cosa coraggiosa da fare, specie quando in realtà t’importa molto». È il suo modo contorto eppure lucido di raccontare il tentativo di uscire dall’impasse in cui sono bloccati lui e il fratello. È lui ad abbracciarlo mentre salgono sul palco della prima data del tour. A Cardiff l’impietosa cinepresa IMAX cattura lo spaesamento di Noel sia per l’esternazione del fratello sia per l’energia e l’emozione che salgono dalla platea fino al palco. Suona per i successivi quaranta minuti senza nemmeno rendersi conto di cosa stia facendo, travolto dalla componente emotiva di una tournée che ha pianificato musicalmente al millimetro ma grandemente sottovalutato a livello umano.

Con a disposizione centinaia di ore di girato, Oasis: Don’t Look Back In Anger sceglie saggiamente di procedere in ordine cronologico, così da non dover nemmeno sottolineare se non con la progressiva giustapposizione di scene come Liam diventi sempre più affettuoso, Noel sempre meno rigido e l’incertezza sulla fattibilità di questo tour si trasformi in un trionfo. Certo, poi non manca il codazzo di retorica e di buoni sentimenti, di padri che portano i figli a vedere la band del cuore di entrambi, costringendo più volte Noel a girarsi di spalle perché la visione lo commuove. Il documentario è prevedibile quanto richiesto ma sorprendente quando mette a segno un paio di colpi da maestro. La sua descrizione dei caratteri dei due Gallagher è perfettamente calzante a quanto il pubblico immagina da decenni. Liam è quello a cui il pubblico fa passare praticamente ogni cazzata, parole di Noel, «comportamenti che se tentassi di ripetere io sul palco risulterei un povero coglione». Noel è quello che nessuno si aspetta mandi all’aria la cosa, preciso e spesso pronto all’inaspettata commozione, che si ritrova un fratello genuinamente felice di vederlo riportare sul palco delle canzoni che definisce «pezzi della sua anima».

Un dubbio di fondo però rimane, perché le voci dei fratelli rimangono fuori campo e si alternano a commento delle immagini. Tanto che è impossibile non chiedersi se la reunion dei Gallagher non sia una tregua armata a malapena mascherata per far funzionare il doc. Invece Knight sta solo giocando con le nostre aspettative: alla fine i Gallagher appaiono insieme nella loro prima intervista congiunta da oltre vent’anni, seduti al tavolo di un pub, alla mano e sorridenti, con una rilassatezza quasi dissonante. Certo sono invecchiati, non sono più le mine vaganti di un tempo: Noel spiega che non riesce più a tirare le quattro di mattina bevendo Guinness nei pub. Sono ricchi, sono mariti, sono padri e, grazie al lavoro necessario per riportare dal vivo un repertorio musicale sopravvissuto indenne al loro allontanamento dalle scene, sono pronti a tornare a essere fratelli.  Dal palco scoprono che buona parte del loro pubblico attuale ai tempi delle litigate non c’era: sono under 30 per cui le canzoni di Definitely Maybe e degli altri album hanno una valenza emotiva ancora maggiore che per il pubblico degli anni Novanta.

Il bello di Oasis: Don’t Look Back In Anger è insomma che, per quanto pianificato, ben finanziato e realizzato con la prospettiva di guadagnare ancora di più da una delle reunion musicali più proficue degli ultimi cinquant’anni, ha in sé una componente imprevedibile, improvvisata e irripetibile. Ha dietro uno studio come Disney e avrà presumibilmente attraversato un processo di revisione e veto da parte degli stessi protagonisti, che si riscoprono maestri zen con la schietta calata di Manchester nell’elogiare il salvifico potere del perdonare gli altri e sé stessi. Eppure ci consegna un miracolo positivo, ricordandoci quanto il lieto fine che conosciamo non fosse assolutamente scontato, oltre a piccoli scorci di una domesticità inaspettata. Per quindici anni non si sono mai visti né hanno permesso ai loro figli d’incontrarsi, ora si scambiano video sciocchi trovati in giro su Internet o commentano quel che vedono in TV. E allora ci sta pure il consiglio finale di Liam, che sarebbe di una stucchevolezza inaccettabile, non fosse declinato con quella schietta sfrontatezza della working class di Manchester che non si è mai scrollato di dosso, nemmeno ora che è plurimilionario: «Non fate gli stronzi. Se proprio dovete essere degli stronzi, siate almeno degli stronzi divertenti».

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È così innamorata che ne perdona anche i difetti: ad esempio non sembra del tutto convinta dei testi delle sue canzoni, ma, ci tiene a specificare, lei «non è certo la giudice migliore».

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