In Storie di fantasmi, Siri Hustvedt racconta il lutto per ciò che è davvero: un ultimo, eterno, infinito gesto d’amore

Un memoir per raccontare 43 anni d'amore, di gioia, di disperazione e di morte assieme al marito Paul Auster. Un libro che riesce nel miracolo di contenere la vita che due esseri umani hanno impiegato tutto il loro tempo e tutte le loro forze per costruire assieme, fino alla fine.

10 Settembre 2026

C’è un film molto bello, uscito nel 2024, che si chiama Marcello mio, dove la protagonista Chiara Mastroianni è alle prese con l’elaborazione tardiva della morte del padre. Per processare il lutto – e pacificarsi con l’immagine paterna – non trova di meglio che indossare i panni del genitore e andarsene in giro con gli abiti di Mastroianni in 81/2. Ho ripensato a questo film mentre leggevo Storie di fantasmi, il memoir pubblicato da Einaudi con traduzione di Gioia Guerzoni e Cristiana Mennella in cui Siri Hustvedt racconta la malattia e la morte del marito Paul Auster. Legati da un matrimonio longevo e felice, e da una non meno felice complicità letteraria, i due sono stati la coppia più affascinante del panorama letterario degli ultimi cinquant’anni – «Alla sposa e allo sposo», aveva detto alzando il calice un invitato livoroso al loro banchetto di nozze, «così belli che vorrei tagliargli il viso con un rasoio».

Durante tutta la loro storia, i due sono stati i primissimi lettori delle opere dell’altro: sedevano di fronte su due poltrone verdi e si leggevano ad alta voce quanto avevano scritto, scambiandosi consigli e critiche severe. «Questo sarà il mio primo libro che Paul non ha letto prima della pubblicazione», commenta Hustvedt con amarezza. Da quando è morto, tutte le volte che si mette a scrivere indossa i suoi maglioni di cachemire, i suoi pantaloni comodi – come se attraverso i vestiti fosse possibile trasferire, sulla pagina, la voce dell’uomo che le è stato accanto per tanto tempo. «Quando una persona amata scompare», scrive, «adottare i suoi comportamenti, indossare i suoi vestiti e mangiare i cibi che preferiva diventano forme non solo di conforto ma di assimilazione. Sono sola, ma lui è dentro di me».

«Quarantatré anni», ripete ad amici, conoscenti e sconosciuti che le porgono le condoglianze: «Siamo stati insieme quarantatré anni». Di fronte alla morte emerge spesso il bisogno di appellarsi ai numeri: per spiegare la durezza inaggirabile del dolore o per cercare, nei calcoli, una qualche giustificazione. Penso a mio padre, morto intorno ai sessanta, e a come ogni risposta alla domanda «Quanti anni aveva?” portasse con sé il peso di un tempo interrotto presto. Hustvedt, al contrario, trova conforto nel pensiero che Auster è morto più vicino agli ottanta che ai settanta: un numero che offre la consolazione di un’esistenza ricca e compiuta.

Come fare, però, con quei quarantatré anni di vita insieme, con quel plurale ormai incarnato sottopelle che non si slaccia? Cosa ne resta, come si sopravvive? Com’è possibile prenderne le distanze, senza tradire un amore lungo una vita? Hustvedt non addolcisce il suo dolore né lo maschera. Dalle pagine di questo libro granuloso, frammentario come un incubo, ibrido già nella forma, emerge nitido e straziante tutto il suo senso di solitudine e abbandono. Da molti anni studiosa dei meccanismi che regolano il funzionamento del cervello, Hustvedt cerca riparo nei saggi di neuroscienze sul lutto, una guida che la traghetti al di là della sofferenza – ma le spiegazioni sono sempre parziali, e non risolvono le anomalie, i glitch di cui facciamo esperienza quando perdiamo qualcuno di amato. Ci vuole del tempo per abituarsi al fatto che quella persona non esiste più da nessuna parte, che potremmo percorrere palmo a palmo ogni angolo del globo senza mai trovarla. Ci vuole tempo per credere vero l’impensabile.

Sola nella sua casa di New York, Hustvedt non ha mai uno sbandamento, non si dimentica della morte del marito e nessun lapsus la porta a negarne la scomparsa, eppure continua a sentirne la presenza, muta, e pesante, che la accompagna in tutto ciò che fa: «Tutte le case occupate dalle stesse persone per un certo periodo diventano zone di gesti ripetuti, di pasti preparati e consumati, di spazzatura da portare fuori e posta da portare dentro, di macchine del caffè accese e spente, di teiere riempite, di letti fatti e biancheria piegata, di docce e bagni, di denti spazzolati e visi lavati, e così via. Fanno parte di varie forme di memoria incarnata. Compio quei gesti banali proprio come facevo un tempo – i miei arti si muovono, inspiro ed espiro, il cuore batte. Sento che i movimenti sono uguali e ripeterli mi dà conforto, ma il loro ritmo è irregolare, come se lo schema fosse impazzito. Non riesco più ad andare a tempo». Ogni casa dove qualcuno ha vissuto e poi è morto è, in fondo, una casa infestata.

Come un arto fantasma, Auster si presenta alla moglie accompagnato da una illusione olfattiva, dall’odore dei piccoli sigari che ha fumato per decenni – non c’è colpevolizzazione, in questo: si annota, en passant, che questi amatissimi piccoli sigari, consumati a migliaia nel corso di una vita, sono probabilmente stati la causa del tumore ai polmoni che l’ha portato alla morte, ma sia Hustvedt che Auster appartenevano a una generazione che del mito della longevità non ha mai saputo bene che farsene.

La forma disarticolata di Storie di fantasmi si addice al lutto: da un lato ricostruisce la storia di una vita, e di un amore, per salvarlo dall’oblio, dall’altro raccoglie materiali eterogenei, lettere, cerca appigli per rielaborare il vissuto caotico e angosciante della malattia, che è possibile comprendere solo a partire dal suo termine, perché prima non c’è tempo, e il futuro è ancora aperto. Sono dodici le e-mail inviate da Hustvedt agli amici, e qui raccolte, per informarli delle condizioni di salute di Auster. In questi dispacci dalla Città del Cancro, dalla forma rigorosa ma attraversata di inquietudine, si trasmettono le incertezze sulle cure da intraprendere e i loro effetti collaterali, i possibili sviluppi e le opinioni a volte contraddittorie dei medici. Sono forse le parti più struggenti del libro, perché chi legge sa che tutte le speranze risulteranno vane, che non ci sarà un futuro e Auster non riuscirà a portare a termine il suo ultimo progetto letterario: le lettere al nipote Miles, nato pochi mesi prima della sua morte, rimarranno sempre e solo sette. Ambasciatrici incomplete di una storia famigliare ramificata e complessa, queste lettere intervallano la narrazione portandosi dietro la voce stessa dello scrittore e un carico di tenerezza, e malinconia, di chi ha perso una nipotina in tenerissima età e ora è consapevole che non vedrà mai crescere il secondo.

Sulla malattia grava, infatti, un presagio sinistro: Auster stesso definiva i mesi che avevano preceduto la scoperta del cancro il periodo «delle cose orribili». All’inizio del 2021 Ruby Auster, dieci mesi, era stata trovata morta mentre si trovava in casa con il padre Daniel Auster, figlio di Paul e della prima moglie Lydia Davis. Sei mesi più tardi, con i risultati dell’autopsia, si era scoperto che la piccola era morta per un’intossicazione di eroina e fentanyl; Daniel era stato arrestato, poi rilasciato dietro cauzione, e nell’aprile del 2022 era morto per overdose delle stesse sostanze. Nel tentativo di difendersi dalla tentazione di vedere un legame fra le cose orribili e lo sviluppo del tumore, Hustvedt ha bisogno di ripetersi il mantra scientifico per cui la correlazione non è causalità. Eppure il dubbio resta, e la tormenta, e la spinge a interrogare le neuroscienze e l’immunologia, cercando nel collasso del corpo la traccia somatica di un intollerabile dolore psicologico: «Tutti concordano che i fattori di stress influenzano il sistema immunitario. I tumori maligni continuano a crescere perché a un certo punto del loro sviluppo il sistema immunitario non riesce più a riconoscerli».

«L’amore non basta», annota rassegnata Hustvedt nelle ultime pagine del libro parlando del sentimento che legava lo scrittore al figlio, e che ciononostante non è stato sufficiente per salvarlo. Eppure, dall’inizio alla fine di Storie di fantasmi non si può fare a meno di pensare che a volte l’amore, un amore così grande e largo da tenere dentro tutte le contraddizioni che una vita può presentare, basta eccome a trasformare il corso di un’esistenza, a renderla più bella e più ricca. L’amore fra Hustvedt e Auster suscita ammirazione, quasi un po’ di invidia, e commuove lo sguardo di gratitudine che l’autrice rivolge al compagno quando scrive che: «Tutti moriamo, ma io ho avuto lui nella mia vita, e grazie a Paul non sono com’ero quando l’ho conosciuto, e forse si può dire che sono un’altra persona: migliore, più affettuosa, più forte, più saggia. Le sue parole, le sue idee, il suo tocco, i suoi libri, il suo umorismo, adesso fanno parte di me, non solo come ricordi coscienti ma come modalità del mio essere al mondo».

Presto potremo ascoltare l’ultimo brano inedito di Gino Paoli: l’avrebbe dovuto cantare con Ornella Vanoni

Si chiama "Quando ti rivedrò", farà parte della nuova edizione di Appunti di un lungo viaggio, nel catalogo Sugar, e uscirà il 23 settembre nella notte tra i compleanni di Ornella Vanoni e Gino Paoli.

Il documentario di Paul Thomas Anderson sul concerto di Cameron Winter alla Carnegie Hall arriverà in streaming su Mubi

Per il momento non c'è ancora una data d'uscita ufficiale, però. Sappiamo solo che il film lo potremo vedere nel 2027.