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Darren Aronofsky si è guadagnato l’appellativo di “traditore del cinema” perché ha fatto una serie usando solo l’AI Sia i critici che i colleghi stanno commentando molto negativamente (per usare un eufemismo) sia la scelta di Aronosfsky che il pessimo risultato ottenuto.
Un grave scandalo sessuale avvenuto sul set di Good Time potrebbe costare l’Oscar a Josh Safdie e a Marty Supreme E sarebbe anche la ragione, questo scandalo, della brusca separazione di Josh dal fratello Benny.
In Giappone ha aperto un bar solo per persone che vogliono licenziarsi Secondo la regola d'oro del locale, la persona che entra annunciando di aver finalmente deciso di licenziarsi beve gratis.
La figlia di David Lynch ha annunciato che l’ultima e inedita sceneggiatura scritta dal padre diventerà un libro Unrecorded Night è la serie tv che Lynch non è mai riuscito a farsi produrre. Dovremo accontentarci di leggerla.
Mamdani ha messo un ex detenuto e attivista per i diritti dei carcerati a capo del sistema penitenziario di New York Stanley Richards è chiamato a gestire il Department of Correction in un momento di grande difficoltà, dovuto soprattutto all'aumento delle morti in carcere.
L’affresco dell’angelo con il volto di Giorgia Meloni è già diventato un’attrazione turistica Dopo il restauro, ci sono sempre più turisti che accorrono alla Basilica di San Lorenzo per valutare di persona la somiglianza tra l'angelo e Meloni.
Mehdi Mahmoudian, lo sceneggiatore candidato all’Oscar per Un semplice incidente, è stato arrestato in Iran per aver firmato una lettera contro l’Ayatollah Assieme a lui sono stati arrestati altri due firmatari: al momento non si hanno notizie di nessuno dei tre.
È uscita la prima campagna di Dario Vitale per Versace, che è anche l’ultima A firmare le immagini sono Steven Meisel, la fotografa messicana Tania Franco Klein e l'artista Frank Lebon. L'ispirazione, abbastanza evidente, è Richard Avedon.

Montanelli, Porta Venezia e il “Modello Milano”

Il quartiere adiacente ai giardini in cui si trova la statua del giornalista è stato il simbolo della Milano aperta, creativa e multiculturale di questi anni.

17 Giugno 2020

Curioso che dopo tutti questi anni in cui Milano è stata al centro dell’attenzione (italiana ma non solo italiana), mesi durati anni in cui ci siamo gasati per il “Modello Milano”, ce lo siamo trovati sul New York Times e sul Guardian, lo abbiamo invidiato, poi criticato, preso in giro, demolito, mesi culminati in settimane che poi hanno visto l’effervescente Milano chiudersi nelle case, con le strade deserte, gli ospedali al collasso, il “Modello Milano” barcollare sotto i colpi di un virus e il suo sindaco, che di quel modello è stato erede ma anche protagonista, infilarsi in un tunnel di incredibili errori comunicativi uno dietro l’altro, curioso si diceva che alla fine di questa formidabile ascesa, terminata con una ripidissima discesa, si sia infine arrivati nel mezzo delle proteste contro il razzismo in America e ovunque nel mondo, ai Giardini di Porta Venezia, detti dal 2006 Giardini Montanelli, con la famosa questione della statua del giornalista fatta mettere lì da una giunta di centro-destra, quando Milano non era ancora il “Modello Milano”, ma anzi era una Milano triste, cupa, mai uscita veramente dal tunnel di Tangentopoli, mai veramente rinata sotto le vesti berlusconiane, e anzi sotto quelle stesse vesti incattivita o incafonita.

Curioso anche perché Porta Venezia con i suoi giardini, ma soprattutto le sue strade, quel reticolo di cardi e decumani che occupa uno spazio circoscritto da corso Buenos Aires da un lato e dalla Stazione Centrale dall’altro, di questo “Modello Milano” è stato un quartiere simbolo. Non basta ovviamente citare “Le ragazze di Porta Venezia”, ma quel pezzo, uscito nel 2015 e poi più tardi cantato anche fuori città grazie a una versione “ripulita” (2019), è già un primo e importante indizio di cos’è stata Milano in questi anni: i negozi, i bancomat, la cocaina sono le parole d’ordine per i riflessi pavloviani dei moralisti, ma dentro e neanche tanto nascosto c’è il fermento creativo, il senso di un luogo dove accadono le cose. Sono momenti fortunati, coincidenze di tempi e di fatti, che la storia fa accendere nelle città, poi in alcune restano sedimentandosi, in altre vanno via. Porta Venezia con i suoi locali e i suoi abitanti e la sua trasversalità è stato il quartiere che lo ha fatto succedere meglio.

La statua di Montanelli condivide i giardini con il luogo del Gay Pride – la fermata arcobaleno della metro, la “gay street” di via Lecco – e dello struscio da sabato pomeriggio, scenario ideale di quella che qualche amministratore zelante chiamerebbe “movida”, ma anche quartiere africano, visto che è storicamente (e paradossalmente) – non è stato tanto ricordato in questi giorni – la casa della comunità habesha, o luogo di locali mitologici come Il Carpaccio, già ritrovo di artisti, tra cui Maurizio Cattelan che si impossessò di una sua vetrina per gestire “Il Crepaccio”, dove si esponevano microprogetti artistici temporanei. Ma più di tutti, il locale del “Modello Porta Venezia” non può che essere considerato il Love, bar piuttosto scalcagnato e del tutto lontano dall’archetipo di milanesità che si coltiva fuori Milano, che si trova in via Melzo ed è gestito da una madre e tre sorelle etiopi, che tra il 2015 e il 2018 è stato il posto dove andare, quello preferito dalle ragazze di Porta Venezia, appunto, quello dove c’era la serata “Girls Love Beyoncé”.

Curioso, insomma, che alla fine di tutto questo giro si sia tornati a parlare di fascismo, colonialismo, grettezza della borghesia italiana per una statua che si trova a poco più di un chilometro da questo quartiere che è africano, gay, creativo, oltre che luogo di shopping, di uffici, di ristoranti. Curioso anche che il sindaco coi calzini arcobaleno sia la stessa persona che dice, in sostanza, “Montanelli ha fatto anche cose buone”. Vista da una prospettiva milanese questa della statua nei Giardini di Porta Venezia è un po’ la crisi del beppesalismo, quel remare tutti dalla stessa parte che ha unito ampie fasce della cittadinanza (e che sulla questione Montanelli non sono dalla stessa parte). Potrebbe essere il segno con cui il futuro chiede di liberarci di un passato non così glorioso e appropriato al contesto. E che tutto questo succeda a due passi da Porta Venezia, Milano, è curioso sì, ma probabilmente non è un caso.

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