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In Cina è in vendita il primo robot per il supporto emotivo Si chiama U1, ha 88 motori per far sembrare reali i suoi movimenti, AI per imparare a conoscerti ed è progettato per diventare un compagno di vita.
A Hollywood sono convinti di aver già trovato (tra Reddit e YouTube, ovviamente) il prossimo Backrooms e il prossimo Obsession Due fenomeni internettiani come Siren Head e The Mandela Catalogue diventeranno film, confermando che YouTube è ormai per Hollywood un vivaio di registi
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Una ricerca scientifica ha dimostrato che «nessun bambino sotto i due anni dovrebbe trascorrere regolarmente del tempo davanti allo schermo» È il dato, abbastanza inequivocabile, che emerge da una raccolta di 120 studi sulla questione in cui sono stati coinvolti 424 mila bambini.

Peppe, l’incredibile storia del fumettista abruzzese diventato famoso in Giappone

Intervista a Giuseppe Durato, che dopo aver partecipato a un reality show giapponese ha esordito con il suo primo manga, ora arrivato anche in Italia.

05 Maggio 2021

Più o meno sei anni fa, Giuseppe Durato – classe ’92, nato a Fossacesia in Abruzzo – ha deciso di trasferirsi in Giappone. Aveva 22 anni e un sogno: fare il fumettista. Ha lavorato come modello ed è comparso in televisione, in un reality show. Ha fatto da assistente a un’autrice, Keiko Nishi. E ha partecipato a diversi contest per farsi notare. Mingo è il suo primo manga. L’ha firmato come “Peppe” ed è stato pubblicato settimanalmente dalla rivista Big Comic Spirits di Shogakukan.

Il protagonista della storia è un ragazzo italiano che decide di trasferirsi in Giappone e che per mantenersi lavora come modello. È una commedia sentimentale che gioca con i luoghi comuni e i cliché, e che ha una chiarissima traccia autobiografica. In Italia è da poco uscito il primo numero con Dynit; sul sito MangaYo! è disponibile in un’edizione speciale con una variant cover disegnata appositamente per il nostro mercato.

Prima di partire per il Giappone, racconta Durato, ha valutato anche altre opzioni. «Potevo andare in Francia o negli Stati Uniti. Ma non ho mai preso in considerazione la possibilità di rimanere in Italia».

Perché?
Per l’aria che si respirava in quegli anni. La meritocrazia, nell’immaginario collettivo, non esisteva. Specialmente nella mia realtà: quella di un piccolo paese dell’Abruzzo. Paradossalmente mi sembrava più facile avere successo in Giappone.

Ma com’è nata questa passione?
Dopo essere cresciuto guardando Dragon Ball e gli altri anime andati in onda in televisione, il Giappone, per me, è sempre stata la prima scelta. Un’alternativa validissima alla mia quotidianità. Per questo ho deciso di studiare il giapponese.

Quando si è trasferito è stato difficile adattarsi?
In un certo senso ero già preparato. Quando ero più piccolo, ho pensato spesso di lasciare tutto e di partire. Per esempio, appena finito il liceo. Per fortuna mi sono fermato e ci ho riflettuto bene.

Mingo, di Peppe

E che cosa ha fatto?
Sono andato prima a Venezia, all’università Ca’ Foscari. E non ci sono andato solo per studiare la lingua, ma proprio per conoscere la cultura giapponese. La realtà è diversa dalle nostre aspettative. Imparare il giapponese è difficilissimo; e non ci sono solo anime e manga. L’università mi ha aperto un mondo di interessi. Cinema, letteratura e televisione.

Non ha mai avuto ripensamenti?
Al liceo avevo comprato uno degli ultimi numeri di Jump (settimanale giapponese che pubblica manga, nda) e mi ero messo in testa di copiare un capitolo di One Piece. Arrivato a una doppia pagina complicatissima, mi sono fermato. È stato il primo momento in cui ho dubitato seriamente.

In Giappone, invece?
L’unica crisi c’è stata durante la pubblicazione di Mingo. Dopo la presentazione del primo volume, sono stato malissimo. Avevo la febbre alta, ero stanco. E dovevo lavorare a un nuovo capitolo. Non ce la posso fare, mi sono detto. Sono pazzi questi giapponesi.

Poi, però, ce l’ha fatta.
E adesso sono decisamente più sicuro. Ho fatto le cose più spaventose e difficili. Ora mi sembra tutto più facile. Esordire su un settimanale in Giappone è una sfida. Impari a lavorare velocemente, tenendo costante la qualità. Collaborare con un editor, poi, ti permette di migliorare velocemente.

Prima di pubblicare Mingo, ha preso parte anche a un reality show, Terrace House (in Italia disponibile su Netflix). Perché?
È uno dei programmi più visti in Giappone. Se fai parte del cast, diventi famoso. È una cosa che – intendiamoci – sapevo, ma non ne ero così consapevole. Ho partecipato per provare a smentire certi luoghi comuni sull’Italia e sugli italiani, visti come playboy. È la stessa cosa che volevo ottenere con Mingo, tra l’altro.

Che effetto ha avuto Terrace House sulla sua carriera?
Mi ha portato visibilità, è vero. Ma avevo firmato il mio contratto con la casa editrice un anno prima. Non mi ha aiutato in quel senso. Oggi, in Giappone, mi conoscono come un fumettista e come – ecco – un bravo ragazzo. Non sembra una cosa incredibile, vista dall’esterno. E invece lo è.

Ma chi l’ha seguita in televisione, poi, non ha comprato anche il suo fumetto?
Il pubblico di Terrace House è formato principalmente da ragazze giovanissime. Ragazze che non leggono i manga. Per alcune di loro, il mio è stato il primo fumetto. Il target di riferimento della rivista che pubblicava Mingo è totalmente diverso: si rivolge a lettori maschi e maggiorenni.

Come si trova la storia giusta da raccontare?
Devi essere te stesso, e devi raccontare la tua vita. È quello che mi hanno consigliato tutti i miei editor. Non ha senso provare a scimmiottare i manga giapponesi. Devi essere originale, e devi fare di questa originalità la tua forza.

Sta già lavorando a un nuovo manga?
In questo momento mi sto documentando. Sto leggendo diversi libri. Voglio continuare a raccontare il rapporto tra Italia e Giappone, ma in una chiave diversa. Non più con una commedia, ma con un dramma. Voglio scrivere prima tutta la storia e poi disegnarla. Ho in mente una serie breve di circa due volumi.

Ci sono autori che, in qualche modo, l’hanno ispirata?
Mi piace Gipi e soprattutto mi piace il suo stile. Quando lavoro, però, provo a non farmi influenzare troppo. Ovviamente in tutto quello che faccio ci sono le mie passioni e le mie esperienze, ma cerco di essere sempre me stesso.

Perché ha deciso di fare fumetti?
Le mie prime storie erano pensate per i miei compagni di banco: mi piaceva vederli ridere e mi piaceva essere letto da loro. Il Giappone rappresenta la stessa cosa. Qui c’è un pubblico enorme, appassionato, pronto ad ascoltarti. Ma faccio questo lavoro anche per un altro motivo.

Quale?
Fare un fumetto, alla fine, significa imparare a conoscersi. Ed è proprio questa la cosa che amo di più. Questo è un lavoro estremamente solitario, ma che ti permette di crescere come essere umano. La persona che ha scritto Mingo e la persona che sono oggi sono diverse. Lavorando a quel manga, ho vinto la mia timidezza con gli altri e, soprattutto, con le ragazze. Ed è un paradosso, lo so: per diventare più estroverso sono dovuto venire qui, in un paese pieno di introversi.

I suoi genitori che cosa pensano del suo lavoro?
Sono contenti. Non mi hanno permesso di montarmi la testa. Le copertine dei giornali, il lavoro da modello, il programma tv e poi il mio manga: non hanno cambiato minimamente la percezione che la mia famiglia e i miei amici hanno di me. Per loro, sono sempre lo stesso.

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