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21:49 sabato 4 aprile 2026
Il primo problema che gli astronauti della missione Artemis II hanno dovuto risolvete è stato il bagno rotto Lo Universal Waste Management System della navicella Orion ha avuto un problema poco dopo aver raggiunto l'orbita terrestre. Per fortuna, l'astronauta Cristina Koch è riuscita a ripararlo, autonominandosi «idraulica dello spazio».
Trovatevi qualcuno che vi guardi come Kim Jong-un guarda le sue forze speciali che svolgono insensate e dolorosissime prove di forza Le prodezze dei soldati nordcoreani sono diventate ovviamente virali, tra pile di mattoni frantumate a panciate e grandi sorrisi rivolti al leader supremo.
La prima immagine del nuovo film di Bong Joon-ho non sembra per niente un film di Bong Joon-ho Il film si intitola Ally e ha una protagonista così carina e paciosa che molti non riescono a credere che venga dalla stessa mente che ha pensato Parasite.
Giuseppe Alfarano di Camini (RC) passerà alla storia come il primo sindaco italiano dimessosi perché nel suo Comune ci sono troppi cani randagi Il sindaco ha lasciato la carica dopo aver provato personalmente a risolvere la questione. Ma alla fine si è dovuto arrendere e ha parlato di «abbandono istituzionale».
Kristoffer Borgli, il regista di The Drama, è finito nei guai per un vecchio saggio in cui raccontava la sua relazione con una ragazza 17enne È riemerso su Reddit un testo del regista in cui raccontava in chiave positiva la sua relazione con un'adolescente, paragonandosi anche a Woody Allen.
Una ricerca ha dimostrato che le persone che più amano il gergo “aziendalese” sono anche quelle che sul lavoro prendono le decisioni più sbagliate L'università di Cornell ha dimostrato che chi si fa "sedurre" dall'iperbolico corporate speak non ha grandi capacità strategiche e di analisi.
Le correzioni di Jonathan Franzen diventerà una serie Netflix con protagonista Meryl Streep L'adattamento sarà a cura dello stesso Franzen, che della serie sarà anche produttore esecutivo assieme a Streep.
Durante la sua visita di Stato in Giappone, Macron ha ricevuto in regalo un disegno di Porco rosso autografato da Hayao Miyazaki (e ha fatto anche la Kamehameha di Goku assieme a Sanae Takaichi) Miyazaki, oltre alla sua firma, sul disegno ha lasciato anche un breve ma chiaro messaggio: «Insieme difendiamo la pace».

Milano goes digital

Dall’inchino solitario di Miuccia Prada allo streaming fiume di Gucci, fino agli esperimenti video di Magliano e United Standard: le cose più interessanti delle sfilate digitali.

17 Luglio 2020

Dopo Parigi, è toccato a Milano inaugurare la sua prima fashion week interamente digitale, anche se chiamarla settimana, come sempre, è un eccesso di ottimismo, essendo durata solo 3 giorni. Tralasciando per il momento le polemiche che hanno attraversato la pandemia e si sono ripresentate tali e quali a prima, e tralasciando anche le difficoltà tecniche della piattaforma di Camera della moda, questi tre giorni vissuti dietro lo schermo offrono in realtà parecchi spunti di riflessione sullo stato della moda italiana. Come nella loro versione fisica, ci sono stati eventi particolarmente interessanti e altri decisamente trascurabili, ma è curioso osservare come il medium digitale abbia ridisegnato in parte la scala della rilevanza, confermando di certo le capacità di alcuni soliti noti, ma dando anche nuovo spazio ai marchi più piccoli, che nelle ristrettezze del calendario ufficiale spesso finiscono per non catturare come meriterebbero l’attenzione degli addetti ai lavori.

“The Show That Never Happened” era il titolo dell’installazione digitale di Prada, dove il racconto della collezione-archivio è stato affidato a cinque microfilm diretti da altrettanti creativi: Willy Vanderperre, Juergen Teller, Joanna Piotrowska, Martine Syms e Terence Nance. Ognuno di loro ha scelto un’angolazione diversa – un teatro vuoto, l’esterno della Fondazione Prada, l’interno di una fabbrica – per un compendio di abiti e accessori che rimandava alla prima sfilata del 1988 e più in generale a tutto quello che Prada rappresenta, l’eleganza asciutta, il nylon, Linea Rossa, un certo modo infine, molto cerebrale, di intendere i vestiti. Miuccia Prada ha salutato il suo pubblico immaginario con un inchino che è diventato uno degli screenshot più ricondivisi della tre giorni di sfilate, tanto più quando hanno iniziato a circolare, su Twitter e Instagram, alcuni estratti della nota per la stampa, in particolare il virgolettato di Teller, che si diceva «onorato di fotografare e filmare l’ultima collezione di Miuccia». L’ultima collezione da solista, certo, perché da settembre la signora debutta in duetto con Raf Simons, lo sapevamo già, è stata l’ultima bella notizia nelle cose di moda prima della pandemia. Eppure quell’inchino solitario, quell’inchino solo, di fronte a un pubblico che pure c’era ma che la stilista non vedeva né sentiva, abbinato poi al quel titolo lì, “la sfilata che non è mai successa”, rendeva bene la sospensione del momento strano che l’industria si ritrova a vivere. Come sarebbe stato l’ultimo show di Miuccia Prada senza il virus? Domanda senza risposta.

Intanto sulla traballante piattaforma ufficiale si succedevano gli show preregistrati che, fatta eccezione per pochi casi, hanno rivelato l’incredibile scarsa dimistichezza di molti marchi italiani con il mezzo, non solo digitale, ma anche cinematografico. Tra collezioni, anche belle, penalizzate da video che ricordavano più gli spot degli enti turistici che le sfilate di moda, sono spiccati i più giovani, che invece il mezzo lo maneggiano bene, eccome. Prendi Magliano, che lavora sull’italianità con il filtro Millennial e per questo maltratta con ironia gli stereotipi invece di celebrarli e basta, prendi United Standard, che ha inscenato quello che molti milanesi (e italiani) hanno provato, o quantomeno desiderato, durante la quarantena, e cioè una corsa fuori dallo spazio urbano verso un verde agognato, impellente e disordinata, e un bagaglio di dubbi sul mondo che sarebbe venuto dopo. Si chiama ancora streetwear questo? Anche qui, risponderemo poi. Oppure prendi Sunnei e i manichini-avatar che ballano la Macarena per presentare Canvas, collezione pensata per avvicinare e coinvolgere i buyer ai tempi del distanziamento sociale, come hanno spiegato Simone Rizzo e Loris Messina su Business of Fashion. Tutti esempi di marchi italiani con ottime prospettive, che il sistema dovrebbe incoraggiare e sostenere.

Un modello di Gucci “Epilogue”. Artwork di Tommaso Garner

E poi c’è Gucci. Con una diretta streaming di 12 ore intitolata Epilogue, Alessandro Michele ha concluso il percorso in tre atti inaugurato a febbraio, un attimo prima che il virus ci travolgesse, quando aveva fatto girare la sua passerella-giostra per mostrare al pubblico come si crea l’illusione di una sfilata, un carosello grandioso che metteva al centro tutto quello che c’è di regola sta dietro all’artificio della moda, uno show spettacolare eppure introspettivo, a suo modo profetico rispetto a quello che sarebbe successo poco dopo. Il secondo atto è stata la campagna pubblicitaria di maggio, in cui Michele ha deciso per una volta di «abdicare al ruolo di regista ossessivo» e lasciare ai modelli la responsabilità di creare quella storia, come scrive nella nota mandata ai giornalisti, per arrivare quindi alla performance del 17 luglio. 12 ore di diretta dove spettatori da tutto il mondo – “osservatori” in presenza per gli addetti sono stati organizzati a Milano, Parigi, Mosca, Seoul e altrove, ma il grosso dei partecipanti è online – sbirciano curiosi cosa succede nel set tardo-rinascimentale di Palazzo Sacchetti a Roma, con la crew di Gucci impegnata a scattare il lookbook della collezione.

A fare da modelli sono i membri del team creativo di Michele, coloro che disegnano gli abiti, le scarpe, gli accessori, gli abiti per i bambini e così via, in un ribaltamento dei ruoli che conclude, almeno per il momento, l’indagine sui ruoli e i rituali della moda di Michele. «Abbiamo tirato fuori le interiora della moda, questo è un esperimento, quindi io non assicuro niente a nessuno, non so che succederà», dice il direttore creativo a un certo punto mentre vengono presentate le polaroid dei modelli improvvisati (ma credibilissimi). Intanto sulla chat live che accompagna lo streaming si alternano lingue e popolazioni del web, tra i fan della band K-pop Exo che aspettano si palesi Kai, che ha postato nelle sue Instagram Stories il link alla diretta – “he told us to come here, something is goin’ to happen”, scrivono –, i fan di Harry Styles che già si immaginano come il loro cantante preferito starà bene con i nuovi completi Gucci, e i fan di Alessandro Michele, idol tra gli idol – “do you think if we type Michele like the kpop fans he’ s gonna show up?”, chiedono con la faccina del lol –, che dibattono e discutono su cosa sta succedendo e cosa non sta succedendo, commentano il team, la location, il numero di mascherine. Mentre scrivo la diretta è ancora in corso (per poco) ed è stata il mio sottofondo di tutta la giornata, sublimazione dello scrolling cui la vita dietro lo schermo ci ha abituati e costretti, esercizio ipertrofico che dilata il mezzo fino al suo estremo. Michele lo sa bene, e in attesa di farci sapere quali saranno i nuovi capitoli di Gucci ora che è ufficialmente fuori dal calendario (un bel danno per Milano, ma vedremo cosa succede), ci lascia la possibilità di commentare e sfogarci nella chat, fino alla prossima diretta.

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