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Nel Mediterraneo ci sono così tanti yacht che i miliardari non trovano più posti in cui parcheggiarli Nel mondo ci sono circa 210 mila yacht più lunghi di 12 metri e 160 mila posti barca per ormeggiarli. Per i proprietari è diventata una gara, per i fondi d'investimento uno degli affari più promettenti del momento.
I Calibro 35 hanno fatto un album interamente ispirato ai romanzi di James Ellroy e alla Los Angeles dei noir Nato come colonna sonora del documentario di Francesco Zippel premiato con il Nastro d’Argento, Ellroy vs L.A. è il nuovo disco dei Calibro 35: 12 brani di funk noir ispirati al maestro del crime americano.
In Cina la bolla dell’AI è già scoppiata, anticipando quello che potrebbe succedere anche negli Stati Uniti e in Europa In quattro mesi i titoli cinesi dell'intelligenza artificiale e dei chip hanno perso 480 miliardi di dollari. La bolla è già scoppiata, e quello che succede a Pechino potrebbe anticipare quello che succederà in Occidente.
A giudicare dal trailer finale, Dune – Parte 3 di Denis Villeneuve è completamente diverso da Dune Messiah di Frank Herbert, tranne che per un fondamentale dettaglio Dettaglio che ovviamente riguarda il personaggio di Paul e che fu la ragione che spinse Herbert a scrivere un secondo libro con lui protagonista.
In India è uscito un videogioco ispirato alle proteste del “Partito degli Scarafaggi” in cui bisogna organizzare una manifestazione scansando i manganelli, i lacrimogeni e gli idranti della polizia Si parte da soli in una strada di Delhi, si raccolgono manifestanti e si scappa dalla polizia per arrivare a Jantar Mantar, luogo simbolo delle proteste nella capitale.
C’è una AI che si autodefinisce “rigenerativa” perché ogni 100 conversazioni fatte con lei finanza la piantumazione di un albero EcoGPT è un assistente AI come ChatGPT, ma usa modelli più piccoli e finanzia la piantumazione di alberi in Africa in base a quanto lo si usa. Un’idea simile a quella di Ecosia, che però non convince tutti.
I partiti palestinesi hanno ottenuto un successo senza precedenti alle elezioni in Israele e saranno determinanti per impedire a Netanyahu di tornare al potere Circa 8 palestinesi israeliani su 10 hanno votato e i partiti arabi hanno ottenuto il record di seggi nella Knesset. Il loro contributo farà la differenza.
Se la nuova campagna di Prada sembra fatta da Disney è perché è stata disegnata da un animatore Disney L'autore del mondo immaginario in cui sono immersi i modelli e le modelle è John Pomeroy, disegnatore di 75 anni che tra le altre cose lavorò a Winnie the Pooh and Tigger Too, Bianca e Bernie e Pocahontas.

Il grande dilemma della moda americana

Il secondo atto del Met Gala, che segue quello di settembre 2021, vuole celebrare la moda made in Usa, ma mai come in questo momento il red carpet sembra incapace di intrattenere.

03 Maggio 2022

L’ultimo Met Gala che ci ha sinceramente divertito, a noi comunità allargata che su internet si ritrova a commentare i look che accompagnano la mostra più sponsorizzata al mondo, dev’essere stato quello del 2019. Era dedicato al camp, la madrina era Lady Gaga, la pandemia era ancora da venire e ci potevamo permettere di indignarci in relativa tranquillità perché questa o quella celebrity non aveva capito niente del tema, era bello comunque poter parlare di una mostra, tanto più di moda. Dopo lo stop dovuto alla pandemia, nel 2020, in cui la grande retrospettiva annuale organizzata dal Metropolitan Museum of Art di New York si era svolta necessariamente online, per il 2021 e il 2022 Anna Wintour e il Costume Institute, di cui la direttora di Vogue Us è santa patrona in tutti i sensi, hanno pensato bene a un tema che aiutasse, idealmente, a ricostruire un sistema che negli ultimi anni aveva perso molta della sua rilevanza. La nuova mostra, infatti, è un’esplorazione della moda americana ed è per la prima volta divisa in due parti, che occupano due aree diverse del Museo: la prima, “In America: A Lexicon of Fashion”, ha aperto all’Anna Wintour Costume Center lo scorso settembre, mentre la seconda, intitolata “In America: An Anthology of Fashion”, ha inaugurato ieri sera nelle sale d’epoca dell’ala americana. Entrambe le retrospettive saranno aperte al pubblico fino al 5 settembre 2022.

Il “tema” di questo secondo atto era Gilded Glamour, con specifico riferimento al periodo che va dal 1870 all’inizio del 1900, quella Gilded Age, termine coniato da Mark Twain nel 1873, che in America è associata a benessere e prosperità. Era il periodo in cui venivano eretti i grattacieli che avrebbero dato forma allo skyline di New York, lo stesso in cui i Vanderbilt erano ancora considerati “new money” e gli immigrati, provenienti soprattutto dall’Europa (milioni di loro venivano dall’Italia) affollavano i porti del sogno americano. In quegli anni, le signore dell’alta società sceglievano abiti che, racconta Elise Taylor proprio su Vogue Us, puntavano tutto sull’eccesso: «Grazie alle recenti innovazioni dei telai elettrici e a vapore, il tessuto era diventato più veloce ed economico da produrre. Di conseguenza, gli abiti da donna spesso presentavano una combinazione di molti tessuti, come raso, seta, velluto e frange, tutti decorati con trame esagerate come pizzi, fiocchi e balze. Insomma, più cose “succedevano” nello stesso abito, meglio era». Il red carpet, come sempre, si è allontanato di molto dalle indicazioni storiche, in parte com’è giusto che sia e in parte perché è pur sempre una vetrina, e tutti hanno qualcosa da pubblicizzare. Kim Kardashian si è presentata in versione Marilyn Monroe, nel senso – letterale – che ha indossato l’abito con cui Marilyn ha cantato “Happy Birthday Mr. President” nel maggio del 1962 per i quarantacinque anni di John Fitzgerald Kennedy, abito in cui Kim è entrata dopo aver perso più di 7 kg in tre settimane, come ci ha tenuto a dire lei per ribadire che dalle sue parti della body positivity non gliene frega niente a nessuno (l’abito originale, pare, fosse quello del red carpet, poi la star ha indossato una copia «in segno di rispetto»). A settembre era in Balenciaga con accanto Demna mascherato: di mezzo c’è stato un pubblicissimo divorzio, l’arrivo di un nuovo compagno e molte campagne pubblicitarie, appunto, compreso il nuovo reality che è anche sbarcato in Italia (su Disney+).

Vorrei dire di aver trovato interessante il dibattito sul femminismo di Marilyn Monroe e quello di Kim Kardashian, e sul modello di donna che hanno incarnato e incarnano nell’immaginario pop americano, ma mi sembra sia un po’ come chiedersi perché indossare un abito degli anni Sessanta del Novecento se il tema si riferiva a un periodo che quel momento lo precedeva di oltre mezzo secolo: un bellissimo nonsense, chiamiamolo così. Sul red carpet di ieri sera ci sono poi state le poche, rinomate eccezioni, quelle che ogni anno il Met Gala ci riserva: Glenn Close e Pierpaolo Piccioli in Valentino Pink Collection, glamourissimi, Blake Lively, madrina della serata, in un voluminoso Versace che eccellenti valletti hanno srotolato in diretta, Lizzo in Thom Browne, che ha anche suonato il suo flauto sul tappeto rosso, Dakota Johnson in Gucci, che di Gilded Glamour ha sempre brillato, l’adorabile Nicola Coughlan di Derry Girls e Bridgerton in Richard Quinn. Nessuno ha stonato particolarmente, neanche, e così come i meme sono ormai una madeleine per i Millennial e non più avanguardia digitale, il Met Gala è sembrato mai come quest’anno cristallizzato nella sua formula: avrà ragione Tom Ford a dire che si è trasformato in «un costume party» dove le persone si vestono da hamburger o indossano abiti con i quali non possono sedersi? Sarà nostalgia, anche di quella pedante, sarà che la timeline di Twitter, mentre le star arrivavano, commentava in diretta la sentenza della Corte Suprema, diffusa in un leak, che mette in discussione la legge sull’aborto in America, sarà che abbiamo altro a cui pensare: quest’anno il Met Gala non ci ha divertito così tanto. 

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