Consumano enormi quantità di energia, occupano sempre più suolo, inquinano molto e di lavoro ne danno poco. Eppure, se ne costruiscono sempre di più.
Quando Julia Roberts, in Eat Pray Love, mollava il marito, l’editor di Manhattan e la propria nevrosi per imparare a mangiare la pasta a Roma, pregare in un ashram indiano e fare l’amore a Bali, il pubblico delle sale capiva di trovarsi davanti a un genere narrativo nuovo, prodotto a Hollywood ma destinato a fortune ben oltre il cinema: il transformative journey, la ricostruzione integrale di sé attraverso la sospensione retribuita della vita ordinaria.
Quindici anni dopo, quella struttura — la caduta, la pausa di buio, il rialzarsi diversi — non vive più nei film: vive, in formato compresso e a budget personale, nelle biografie LinkedIn di un esercito di professioniste e professionisti che fra una dichiarazione dei redditi e quella successiva hanno cambiato mestiere facendo leva proprio sul licenziamento o sui tagli di personale. Persone che, fino al giorno prima, scrivevano contenuti per una rivista che ha chiuso, oppure firmavano articoli a dieci euro a pezzo per un quotidiano online, o curavano la comunicazione in un’azienda che ha esternalizzato la mansione. Il giorno dopo sono insegnanti di meditazione certificati, oppure career mentor, o life coach con specializzazione in transizioni professionali e interiori, e ancora consulenti di personal branding, facilitatrici di percorsi di scrittura espressiva, o terapeuti del respiro secondo un metodo californiano di cui custodiscono la traduzione italiana esclusiva. La biografia online viene riscritta con la cura con cui le agiografie medievali riscrivevano le vite dei santi a uso devozionale: i fallimenti diventano attraversamenti, i licenziamenti chiamate, le crisi personali risvegli, le fasi di disoccupazione anni sabbatici dedicati alla ricerca interiore. Al posto dei titoli elencati nei CV si esibisce la trasformazione personale, presentata come credenziale superiore in quanto incarnata, vissuta e sofferta, e dunque immune dal sospetto di astrazione di cui il sapere accademico è da tempo bersaglio facile.
L’industria del coaching e dei mentor
Questo passaggio, replicato in migliaia di profili LinkedIn e Instagram nell’arco degli ultimi anni, non è un fenomeno di costume né una peculiarità delle generazioni più giovani: è la forma matura di un’industria. Si chiama, latamente, coaching: in Italia non è regolamentata da nessuna legge, non è soggetta a nessun albo, non richiede alcuna formazione obbligatoria, non prevede alcuna verifica di competenza al di là di quella, sovrana, del mercato.
Le sigle internazionali che pretendono di certificarla – la International Coaching Federation, l’European Mentoring and Coaching Council – sono associazioni private a iscrizione volontaria, le cui certificazioni si ottengono frequentando corsi a pagamento offerti dalle medesime associazioni, in un circuito che è esso stesso parte del prodotto venduto. La International Coaching Federation contava 71 mila coach attivi nel mondo nel 2019. Nel 2022, ultimo dato consolidato, erano 110 mila. La crescita più rapida del settore — un raddoppio in tre anni — coincide con gli anni in cui la pandemia ha esposto la fragilità del lavoro autonomo e dei contratti a termine, due categorie da cui l’industria attinge la maggior parte dei propri operatori. Il coaching, in altre parole, non è una professione che si è aperta agli sfollati di altre professioni: è una professione che esiste in quanto sbocco per gli sfollati di altre professioni, e che funziona meglio quanto più numerosi diventano.
Il dispositivo retorico che la sostiene è di una semplicità quasi ammirevole: si parte da una difficoltà personale – il licenziamento, il burnout, una separazione, la fine di un’identità professionale – esibita pubblicamente con una franchezza che ai contemporanei pare audacia e ai posteri parrà una formalità rituale. Si racconta poi il momento di svolta, quasi sempre situato in un viaggio, in un ritiro, in una conversazione con una figura più anziana, in una lettura provvidenziale: il dettaglio cambia, la struttura no, ed è la grammatica narrativa di Eat Pray Love trasferita al feed di LinkedIn, con la differenza che i protagonisti, anziché tornare a casa, aprono partita IVA.
Si annuncia infine il nuovo servizio offerto, presentato non come ripiego, ma come direzione finalmente trovata, come restituzione di ciò che si è ricevuto o come rivincita personale sul periodo difficile appena attraversato. Ogni elemento del racconto è autentico nel suo nucleo emotivo e spesso inattendibile nelle sue conseguenze: chi ha perso il lavoro è davvero stanco, chi ha attraversato una crisi ha davvero imparato qualcosa, chi annuncia il proprio nuovo servizio crede davvero di poter aiutare chi si trova nella stessa situazione. Manca il passaggio logico — verificabile, contestabile, professionalmente fondato — fra l’aver subito una difficoltà e il possedere una qualifica per orientare gli altri attraverso difficoltà analoghe. Il passaggio non c’è perché il dispositivo non lo prevede: la trasformazione personale è la qualifica, la biografia è l’attestato, e il mercato del bisogno convalida la transazione.
Si tratta dell’esatto contrario di come funzionano le professioni di cura vere e serie, dove la sofferenza personale dell’operatore è oggetto di anni di analisi e supervisione prima di poter sedere di fronte a un paziente, e dove l’idea che il proprio dolore sia titolo viene smontata, fin dai primi corsi, come un sintomo da indagare. In Italia, per diventare psicoterapeuta è necessario conseguire una laurea magistrale in Psicologia, ottenere l’abilitazione e l’iscrizione all’Albo degli Psicologi, completare una scuola di specializzazione quadriennale in psicoterapia riconosciuta dallo Stato e rispettare le norme deontologiche e le responsabilità professionali previste dall’ordinamento. Il coaching non prevede nessuna di queste cose. La psicoterapia costa in media fra i 60 e i 120 euro a seduta, è quasi interamente a carico del paziente, e nel servizio pubblico ha liste d’attesa che si misurano in mesi e una distribuzione geografica così diseguale che in alcune province equivale a non esistere. Nel 2025 sono state presentate all’Inps 360 mila domande di Bonus psicologo, il contributo statale destinato a chi ha un Isee inferiore ai 50 mila euro. Ne sono state accolte 7 mila, una su 50, perché il fondo era di nove milioni e mezzo. Per il 2026 è stato ridotto a otto milioni e mezzo, dei quali 200 mila destinati alla manutenzione della piattaforma. Il coach del sonno risponde su Instagram in ventiquattro ore, ti chiama per nome, e ricorda il tuo compleanno.
Trent’anni di riforme
Si potrebbe obiettare che ciò che si è descritto sia una semplice risposta di mercato a una domanda preesistente di senso, di ascolto, di accompagnamento, e che chi lo offre non stia commettendo nessuna scorrettezza che non sia già lecita per definizione in un’economia di servizi. L’obiezione coglie un fatto vero e ne tace un altro, che è il fatto decisivo: la domanda non è preesistente, è prodotta. È prodotta da un assetto economico-istituzionale che negli ultimi trent’anni ha sistematicamente privato la popolazione attiva italiana degli strumenti collettivi attraverso cui i suoi disagi si sarebbero potuti formulare, contestare, eventualmente comporre — e che, contemporaneamente, ha reso quegli stessi disagi un orizzonte permanente anziché una fase.
La sottrazione del futuro dal novero delle categorie pensabili, la trasformazione dell’incertezza da fase ad abito mentale, il trasferimento del rischio dall’impresa al singolo travestito da emancipazione: queste cose non sono accadute, sono state fatte accadere, attraverso provvedimenti proposti, firmati e votati. Il pacchetto Treu del 1997, governo Prodi, introdusse in Italia il lavoro interinale e ampliò la disponibilità del contratto a termine. La riforma Biagi del 2003, governo Berlusconi, moltiplicò le tipologie contrattuali atipiche fino a renderle quasi indistinguibili. Il Jobs Act del 2014-2015, governo Renzi, introdusse il contratto a tutele crescenti e svuotò di fatto l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, eliminando la reintegra nella maggior parte dei casi di licenziamento illegittimo. Ogni passaggio è stato presentato come modernizzazione, dinamismo, abbattimento delle rigidità che soffocavano la crescita. Ogni passaggio ha trasferito una porzione di rischio dal capitale al lavoro, sclerotizzando un paradigma già estremamente precario.
Secondo l’Ocse, negli ultimi anni l’Italia è tra i Paesi avanzati che hanno subito la maggiore perdita di potere d’acquisto dei salari reali in Europa: il mercato del lavoro resta caratterizzato da una forte prevalenza di contratti a termine e forme di impiego instabili, mentre il lavoro stabile a tempo indeterminato rappresenta una quota minoritaria delle nuove attivazioni. Si sono consolidate le forme di lavoro flessibili o discontinue, spesso con livelli retributivi molto bassi. E i giovani fra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono in alcun percorso formativo sono un milione e trecentomila: l’Italia è il secondo Paese dell’Unione Europea per incidenza di NEET, superata soltanto dalla Romania. L’inattività giovanile, ovvero la quota di giovani che non cercano nemmeno lavoro, è al 30 per cento, più del doppio della media europea.
Sono i numeri di una popolazione cui è stato disinnescato il futuro come categoria ordinatrice dell’esistenza, e di cui la classe creativa istruita – quella che ha il vocabolario per nominare la propria condizione – costituisce una minoranza statistica, geograficamente concentrata, dotata di un lessico teorico che la maggioranza delle persone in condizioni contrattuali analoghe non ha mai incontrato. È in questa popolazione complessiva che la domanda di consulenti del disagio nasce; ed è da una porzione ristretta della stessa – quella che dispone del capitale culturale per riconvertirsi – che la relativa offerta proviene.
Il vocabolario dei consulenti del disagio
Pausa anziché disoccupazione. Transizione anziché licenziamento. Spazio per me anziché tempo che non si sa come riempire. Ricalibrare anziché ricominciare da zero in condizioni peggiori. Attraversare anziché subire. Stagione anziché anno passato a non guadagnare. È un vocabolario che ha la grana retorica del sermone motivazionale e una funzione precisa, una funzione che il linguaggio ha sempre avuto quando il potere ne ha avuto bisogno: sottrarre alle cose il loro nome politico, e restituirle al destinatario nella forma di un’esperienza interiore. Non hai perso il lavoro, stai attraversando una fase. Non sei povero, sei in transizione. Non sei in difficoltà, stai facendo spazio.
Tolstoj impiegò 150 pagine, in La morte di Ivan Il’ič, per portare il suo magistrato a riconoscere che la propria vita era stata una menzogna funzionale; il coach contemporaneo lo fa per i suoi clienti in tre sedute da 45 minuti, e a fine ciclo gli vende il proprio libro autoprodotto. La traduzione in lingua coach di ogni evento esteriore in evento interiore non è una bizzarria estetica, è il dispositivo principale attraverso cui un disagio collettivamente prodotto viene restituito al singolo come questione privata. Per ogni pressione che potrebbe diventare politica, una valvola individuale di scarico, dosata con cura per non guarire mai del tutto: chi guarisce davvero non torna. La quiescenza non è un effetto collaterale di questa industria, ma il suo prodotto principale. Il benessere, invece, è il sottoprodotto.
C’è poi qualcosa, in tutto questo, che riguarda la nostra incapacità di stare soli con i nostri problemi. Donald Winnicott, in un saggio del 1958, sosteneva che la tolleranza dell’incertezza – il poter stare in una stanza vuota senza ricevere stimoli e senza disintegrarsi – è una delle acquisizioni psichiche fondamentali dello sviluppo umano, perché è la condizione di possibilità del pensiero autonomo. Senza la capacità di abitare un vuoto non si pensa, si reagisce: e tra pensare e reagire corre la stessa differenza che corre tra un cittadino e un consumatore. L’industria dei consulenti del disagio è un dispositivo che lavora costantemente contro quella capacità. Ogni volta che il vuoto si apre — la sera in cui arriva la mail in cui perdi il lavoro, il pomeriggio del licenziamento di massa, la notte in cui non si sa cosa si farà fra sei mesi — la piattaforma offre qualcosa per riempirlo: un reel, un consiglio, un mentor, una rassicurazione, un percorso in cinque tappe, un programma in tre fasce di prezzo, una citazione di un libro che non si è letto e che adesso non sarà più necessario leggere perché se ne è assorbito il senso comprimendone il midollo. È un’economia che vende il sollievo dall’unica cosa che potrebbe trasformare il sollievo in pensiero: il restare un momento di più con la propria domanda prima di accettare la prima risposta messa a disposizione da qualcun altro.
Stare soli con i propri problemi, oggi, è diventato il compito più impopolare e più politicamente sovversivo che si possa proporre a un cittadino di un Paese ricco. Non a caso c’è un’intera industria che si propone di sollevarci da questo compito, gentilmente, per quarantacinque euro a seduta, ma anche gratis, o al prezzo di un follow, di un repost, di un like.
È uno dei personaggi più stravaganti e inquietanti venuti fuori dalla Silicon Valley. Ha appena pubblicato un "manifesto" in cui espone la sua distopica visione del mondo. Una visione che ha tutte le intenzioni e i mezzi per trasformare in realtà.
Dopo che nel 2019 era stato deciso l'uso dei dispositivi digitali persino negli asili, ora il Paese spenderà oltre 200 milioni di euro in libri "veri e propri" da usare nelle scuole.
