Il film di Oliver Laxe, distribuito in Italia da Mubi, è un'esperienza difficile da spiegare a chi non l'ha vissuta: suoni, immagini e narrazione sono tutti pezzi di un viaggio fino all'estremo confine dell'essere umano.
Un collettivo di registi indipendenti ha fatto un film su Mark Fisher che verrà presentato anche a Milano
S'intitola We Are Making a Film About Mark Fisher, mescola documentario, performance e finzione per provare a spiegare chi è stato Mark Fisher.
Un collettivo di registi indipendenti presenterà a Milano We Are Making a Film About Mark Fisher, film indipendente del 2025 dedicato allo scrittore e critico culturale Mark Fisher. L’annuncio è arrivato dal profilo Instagram ufficiale del progetto. Dopo una microdistribuzione inglese che ha segnato vari soldi out, il documentario sarà mostrato nell’ambito di una serie di proiezioni internazionali che toccherà anche l’Italia, come spiegato dagli autori in un post in cui hanno ringraziato e salutato tutti i nuovi follower italiani.
Il film è diretto da Simon Poulter, prodotto da Close and Remote e ha una durata di poco più di un’ora. Non si tratta di una biografia tradizionale, ma di un esperimento cinematografico che mescola documentario, performance e finzione, ispirandosi ai concetti chiave del pensiero di Fisher, conosciuto anche con lo pseudonimo di k-punk, quello che nei primi anni 2000 usava per scrivere sul suo blog, dall’hauntology al realismo capitalista. Il suo libro più famoso è proprio Realismo capitalista, del 2009, ormai considerato un classico della critica culturale. In Italia i libri di Mark Fisher, morto suicida il 13 gennaio del 2017, a 48 anni, sono stati pubblicati da Minimum Fax e Nero. Il suo ultimo libro è The Weird and the Eerie, uscito nel 2017.
Secondo quanto riporta la pagina IMDb del lungometraggio, il racconto segue una figura fittizia, il Professor Parkins (interpretato da Justin Hopper), che agisce come guida dello spettatore attraverso paesaggi fantasma e spazi digitali. Girato con un budget ridotto, il film si propone come un’evocazione dei “futuri mancati” analizzati da Fisher, confermando l’impatto del suo lavoro ben oltre l’ambito accademico. Di lui l’amico Simon Reynolds aveva scritto: «Costruendo, con incomparabile rigore ed eloquenza, un ponte tra estetica e politica, critica e attivismo, Fisher costituiva il modello esemplare di intellettuale impegnato… un “John Berger post rave”, potremmo dire».
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