L’Italia del Nord e quella del Sud non si capiscono neanche quando si parla di maranza

Inventato al Nord, lo stereotipo del maranza si sta diffondendo adesso anche al Sud ma con differenze piuttosto marcate, generando ulteriore confusione attorno a un termine già discriminatorio e strumentale.

09 Febbraio 2026

“Vietato l’accesso ai maranza”: così recita il cartello appeso dallo chef siciliano Natale Giunta davanti al suo locale CitySea, a Palermo. L’imprenditore, noto per aver denunciato più volte casi di estorsione e per le sue posizioni pubblicamente antimafia, ha rivendicato il gesto attraverso un video diffuso sui social, in cui lo si vede affiggere il cartello all’ingresso del ristorante. Nel filmato Giunta invita altri esercenti a fare lo stesso, lanciando una campagna intitolata “Io non posso entrare” e inaugurando così l’ennesima stagione di aberrazioni “contro i maranza”, ormai trasformati in mostri sociali buoni per tutte le stagioni e regioni.

Osservando il video, ai più attenti non sarà però sfuggito un dettaglio: l’immagine stilizzata su cui campeggia il segno di divieto. Il disegno ritrae un volto con doppio taglio di capelli, occhiali a specchio e barba lunga e curata. Una rappresentazione che si allontana dall’estetica tipicamente associata al maranza e che sembra invece avvicinarsi a un immaginario più autoctono, quello del cantante neomelodico, del “gomorrista”, come lo definisce lo stesso chef nel video. Questa estetica, apparentemente distante da ciò che nel discorso pubblico viene identificato come maranza, apre a una domanda inevitabile: è stato lo chef a fraintendere ciò che stampa e politica intendono con questo termine, oppure nel Sud si sta diffondendo un immaginario parallelo del fenomeno?

Lo stereotipo del maranza – spesso un giovane figlio o nipote di migranti, residente nelle periferie urbane – fa infatti riferimento esplicito alle aree settentrionali del Paese, dove una società multirazziale è una realtà consolidata e dove le disuguaglianze sociali hanno prodotto episodi di devianza giovanile che i media hanno prontamente ingigantito. Questa etichetta è nata sui social media, in particolare su TikTok, per poi diffondersi nei media mainstream e trasformarsi in un vero e proprio immaginario collettivo legato alla “microcriminalità”. Parallelamente, in alcune città del Sud si è sviluppato un immaginario che dialoga con la figura del maranza e con le narrazioni costruite attorno a essa.

Da qualche anno diversi creator digitali, soprattutto a Napoli e Catania, hanno infatti riprodotto meccanismi simili a quelli dei creator autodefinitisi maranza: video ironici che riprendono l’iconografia stereotipica dei giovani dei quartieri popolari meridionali, esibendo atteggiamenti da bulletti e l’uso marcato del dialetto. L’attenzione per la barba lunga e curata, le sopracciglia rifinite, gli occhiali a specchio, i brand italiani del lusso, l’abbondanza di gioielli d’oro, i tatuaggi sul viso: un repertorio visivo che richiama, per intenderci, figure come quella del rapper-neomelodico Niko Pandetta. Anche qui si produce dunque un’estetica che gioca con i pregiudizi di classe e culturali, costruendo un immaginario della devianza che finisce per avvicinarsi a quello attribuito, nel senso comune, alla criminalità organizzata contemporanea.

Zaurdi, tasci, cuozzi e malesseri

A Catania ci sono gli zaurdi, a Palermo i tasci, a Napoli i cuozzi: su TikTok pullula un universo visivo-simbolico che cambia leggermente da città a città per nome, dialetto e piccoli dettagli estetici, ma che condivide la matrice. Sul versante catanese, una delle città più presenti sulla piattaforma – con centinaia di creator, ristoratori e personaggi locali – sono moltissimi i video che ironizzano sulla figura dello zauddo o zaurdo, a seconda che lo si scriva imitando o meno la pronuncia dialettale. Negozi di abbigliamento come GS Zone scherzano apertamente sulla composizione della propria clientela e sulle sue scelte di stile, trasformando lo stereotipo in un dispositivo promozionale. Allo stesso tempo ha ottenuto enorme visibilità il cantante neomelodico Savvo Zauddo, che già nel nome gioca con l’estetica dominante del suo genere musicale.

A Napoli, invece, sono i video sui cosiddetti cuozzi a riempire TikTok: clip in cui si elenca il cuozzo starter pack, ovvero gli elementi necessari per definirsi tali, altre che raccolgono le frasi tipiche da inserire nella bio di Instagram – come “Agg’ semp tremat ’e fridd, ma maj ’e paur” – o filtri che riproducono la barba lunga e curata che, secondo molti, caratterizzerebbe la categoria.

A questo universo si aggiunge la figura più generica del malessere. Termine ombrello nato a Napoli dal punto di vista femminile per descrivere un ideale di ragazzo – spesso assimilabile al cuozzo – che si distingue per il look, per l’ascolto compulsivo di rap e neomelodico e per comportamenti retrogradi e maschilisti, con cui le ragazze finiscono per costruire relazioni tossiche. Con oltre 100 milioni di contenuti associati all’hashtag #malessere su TikTok, il fenomeno, partito da una canzone omonima della cantante neomelodica Fabiana, ha ormai superato i confini della città, entrando stabilmente nel linguaggio comune.

Don Alì e le spedizioni verso Napoli

Questi fenomeni geograficamente localizzati dialogano con la più ampia narrativa social legata ai maranza. Nell’inverno del 2025 si è diffuso su TikTok un trend virale che ironizzava sull’“invasione dei maranza al Sud”. Creator digitali come Don Alì, autodefinitosi “il re dei maranza”, hanno alimentato l’idea che dal Nord si stessero organizzando vere e proprie spedizioni verso Napoli e, in particolare, verso Scampia. Ne è nato un botta e risposta con creator meridionali, che a loro volta raccontavano come avrebbero “difeso” la propria terra.

Cuozzi, malesseri, zaurdi e tasci hanno così prodotto una miriade di contenuti in cui si opponevano alla figura del maranza, sottolineando come al Sud un simile fenomeno non avrebbe potuto attecchire. In questo gioco narrativo sono circolati anche video che mostravano scontri tra gruppi ultras, spesso risalenti ad anni precedenti, ma riproposti fuori contesto e presentati erroneamente come confronti tra maranza e abitanti dei quartieri popolari meridionali. Un trend che ha finito per produrre effetti concreti: la concomitanza tra le minacce circolate online e la partita Napoli–Inter ha spinto la Digos di Napoli a intensificare i controlli sul web e sul territorio, trattando un conflitto in gran parte simbolico come un rischio reale per l’ordine pubblico. Il dialogo tra creator del Sud e creator maranza non è tuttavia solo conflittuale. Esistono figure come @ilmaranzanapoletano che provano a mescolare questi immaginari, cercando una convivenza possibile tra mondi che, più che opposti, sembrano riflettersi l’uno nell’altro.

Il maranza come mostro sociale

Negli ultimi mesi qualcosa sembra essere cambiato. Così come per i maranza un fenomeno originariamente legato a TikTok si è trasformato in un’etichetta criminalizzante attraverso diversi fatti di cronaca, allo stesso modo episodi gravi di devianza giovanile hanno riportato l’attenzione verso il Sud. Il caso più emblematico è l’omicidio di Paolo Taormina a Palermo, 21enne ucciso in pieno centro storico per futili motivi da un ragazzo di 28 anni. Un episodio che, secondo il Giornale di Sicilia, sarebbe arrivato al culmine di una «escalation di rapine violente, risse a colpi di coltello e bottiglie, azioni delinquenziali, scippi e borseggi nel centro storico».

Questo clima ha favorito un ulteriore irrigidimento delle politiche di ordine pubblico: il ministro Piantedosi ha applicato anche a Palermo il meccanismo delle “zone rosse”, già sperimentato a Milano, promettendo più controlli e una presenza rafforzata delle forze dell’ordine. Gli effetti di questo rinnovato allarmismo non si intravedono solo nella reiterazione delle stesse ricette politiche, ma anche nella riproposizione di un linguaggio distante dalla realtà meridionale. È così che la parola maranza sta facendo breccia al Sud, generando ulteriore confusione attorno a un termine già di per sé discriminatorio e strumentale.

Come mostra bene l’immagine diffusa dallo chef Natale Giunta, la parola maranza, ormai diventata sinonimo di mostro sociale, si sta in qualche modo fondendo con l’iconografia dei giovani dei quartieri popolari meridionali. Alcuni video di risposta di utenti palermitani alla provocazione dell’imprenditore sembrano avvalorare questa ipotesi. La parola maranza si piega così alle esigenze del contesto e allo sguardo accusatorio di chi la utilizza, trasformandosi in un contenitore elastico capace di assorbire paure molto diverse tra loro.

La verità, vi prego, sui maranza

Dopo il battibecco tra Rovazzi e le istituzioni milanesi, la parola è tornata d'attualità. Senza che però nessuno ne conosca il vero significato.

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