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Secondo il Financial Times la crisi abitativa di Milano ormai è più grave anche di quella di Londra I prezzi delle case in città sono aumentati del 57 per cento nell’ultimo decennio, mentre gli affitti sono saliti di oltre il 70 per cento.
Gli Strokes hanno usato il palco del Coachella per denunciare tutti i crimini che gli Usa hanno commesso nel mondo dagli anni ’50 a oggi Lo hanno fatto con un video in cui mostravano i colpi di Stato in Cile, Bolivia, Congo (solo per citarne alcuni) e poi i bombardamenti su Gaza e Iran.
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Torneremo a usare i contanti, per colpa delle guerre in Medio Oriente Ma non è luddismo monetario: in un panorama segnato da minacce di blackout, attacchi informatici e tensioni internazionali, la scorta di contante domestico viene oggi promossa come il solo bunker finanziario.
Il Segretario della Guerra Pete Hegseth si rifiuta di ammettere di aver citato Pulp Fiction in una preghiera per i soldati americani in Iran, nonostante la sua preghiera fosse identica al monologo “Ezechiele 25:17” di Pulp Fiction E nonostante il fatto che tutti si siano accorti subito che stava citando il monologo "Ezechiele 25:17" di Pulp Fiction. Anche perché l'unica altra spiegazione possibile è che Hegseth non conosca i versetti della Bibbia che cita.
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Averno e la poesia perfetta di Louise Glück, premio Nobel per la Letteratura

Dalla fine degli anni Sessanta la poetessa americana ha pubblicato una quindicina di raccolte, ma in Italia è quasi inedita.

08 Ottobre 2020

La prima volta che ho sentito parlare di Louise Glück è stato quando, casualmente, ho letto un paio di sue poesie su un blog. Leggo poco i blog, di solito distrattamente, ma la poesia, quando funziona veramente, ha il dono di rimanerti in testa. Le parole svaniscono insieme ai significati, ma lì dove si sono poggiate lasciano un’impronta, come quella della testa sul cuscino. Hanno un’altra importante caratteristica, le poesie che funzionano veramente: finita una, vuoi leggerne un’altra, e quando il libro è finito, vuoi leggere tutti i libri di quel poeta. Purtroppo, di Louise Glück, in commercio non c’era niente: in Italia i poeti stranieri vengono tradotti poco, perfino quelli, come Glück, che hanno vinto un Pulitzer e in patria sono considerati delle leggende che camminano.

Attualmente, di Glück troverete in commercio solo Averno, recentemente tradotto da Massimo Bacigalupo per Libreria Dante & Descartes, mentre il libro con cui ha vinto il Pulitzer nel 1993, L’iris selvatico, sempre tradotto da Bacigalupo e pubblicato da Giano, è ormai introvabile. Quindi, se da un lato mi dispero per le sorti della poesia non tradotta e mi dispiaccio per De Lillo, Pynchon e McCarthy che anche quest’anno l’Accademia di Svezia ha ignorato, dall’altro confido che l’editoria italiana si accorga di questa ex-oscura poeta newyorchese e le dia il destino editoriale che merita.

Nella motivazione del premio si citano la chiarezza, la severità e il desiderio di essere universale della poesia di Glück, con un ovvio riferimento a Emily Dickinson. In effetti, la poesia di Glück è oggettivamente severa, tesa com’è nello sforzo di raccontare l’io e la natura nella maniera più precisa possibile, senza sbavature. Nella sua opera non troverete nemmeno una parola fuori posto o superflua, solo un eccezionale senso della forma e un incredibile equilibrio compositivo. Da ex-anoressica, Glück tende alla perfezione, ma non per questo i suoi libri sono freddi o pretenziosi; non sono esperimenti a sangue freddo ma operazioni a cuore aperto in cui il chirurgo ha sapientemente occultato le tracce organiche.

In Averno troviamo spesso immagini dell’inverno. Si parla in effetti anche delle altre stagioni, perché Persefone, la protagonista del dramma, è figlia della dea della Terra e regola quindi l’avvicendarsi delle stagioni. È stata rapita da Ade; alcuni dicono vicino al lago Averno, poco lontano da Napoli, altri sulle rive del lago di Pergusa, vicino ad Enna. Nelle versioni che conosciamo del mito di Persefone il ruolo della fanciulla è poco chiaro; Glück la rappresenta come una ragazza che fatica a trovare il suo posto nel mondo e rischia di rimanere schiacciata da forze più grandi di lei. La voce poetica di Averno dice io, ma questo io potrebbe essere chiunque: Persefone, che non sa cosa desidera, Ade, che le costruisce una casa nel suo regno oscuro sperando che ci si trovi bene, il poeta, che desidera la vita ma sente che la morte è altrettanto vicina: «Una luce soffusa si alza sopra la distesa del prato, / dietro il letto. Egli la prende tra le braccia. / Vorrebbe dire ti amo, niente può farti del male // ma pensa / questa è una bugia, quindi alla fine dice / sei morta, niente può farti del male / che gli sembra / un inizio più promettente, più vero».

Il mito è materia dei poeti, ma è materia ostica; maneggiandolo male si finisce facilmente col fare una poesia di maniera, banale e poco sentita. Nel caso di Averno, invece, abbiamo due archetipi – la terra e Persefone – che sostengono un’architettura sapiente e potentissima. Persefone rappresenta, tra le altre cose, l’esperienza dell’incontro con l’altro, e specialmente l’esperienza amorosa, che è sempre un incontro al buio e un apprendimento del rischio. Nonostante il buio, Persefone, come il poeta, non si tira indietro, perché le esperienze del limite sono, in fondo, ciò di cui si nutre.

E poi c’è l’archetipo della terra, che è limite tra la terra e il cielo e terreno di battaglia tra uomini e uomini e tra uomini e dèi: nelle prime poesie di Averno si osserva il volo notturno degli uccelli migratori, si contempla il ritorno dell’inverno, del freddo che attanaglia di nuovo la terra, e le sue ferite ci ricordano quello che abbiamo perduto o sprecato. Ci ricordano anche che l’estate finisce sempre troppo presto, e che le tregue dalla morte sono sempre troppo brevi: «L’occhio si abitua alle sparizioni. / Non sarai risparmiata, né ciò che ami sarà risparmiato. // Un vento è venuto e passato, smontando la mente; / ha lasciato nella sua scia una strana lucidità. // Quanto sei privilegiata, ad aggrapparti ancora con passione / a ciò che ami; / la rinuncia alla speranza non ti ha distrutto. // Maestoso, doloroso: // Questa è la luce dell’autunno; si è volta su di noi. / Di certo è un privilegio avvicinarsi alla fine / credendo ancora in qualcosa». Niente, credo, è più universale di questo.

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