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22:03 venerdì 17 aprile 2026
Il biopic su Kate Moss è in realtà la storia del ritratto che Lucien Freud fece a Kate Moss S'intitola Moss & Freud e racconta la tormentata realizzazione del celebre ritratto Naked Portrait.
Torneremo a usare i contanti, per colpa delle guerre in Medio Oriente Ma non è luddismo monetario: in un panorama segnato da minacce di blackout, attacchi informatici e tensioni internazionali, la scorta di contante domestico viene oggi promossa come il solo bunker finanziario.
Il Segretario della Guerra Pete Hegseth si rifiuta di ammettere di aver citato Pulp Fiction in una preghiera per i soldati americani in Iran, nonostante la sua preghiera fosse identica al monologo “Ezechiele 25:17” di Pulp Fiction E nonostante il fatto che tutti si siano accorti subito che stava citando il monologo "Ezechiele 25:17" di Pulp Fiction. Anche perché l'unica altra spiegazione possibile è che Hegseth non conosca i versetti della Bibbia che cita.
La coppia formata da Cameron Winter e Olivia Rodrigo è un enigma che nemmeno i social riescono a risolvere Cosa unisce la principessa del pop gen alpha con il cantante dei Geese? In attesa di capire se facciano davvero coppia, internet non sembra farsene una ragione.
Lana Del Rey ha fatto una canzone per 007 ma non tutti hanno capito che si tratta del videogioco e non del film Molti sono ancora confusi da "First Light": la canzone più bondiana di Lana Del Rey, che sembra la intro di un film di 007 ma un film non ce l'ha.
Le persone che si sono accaparrate i biglietti per le prime proiezioni di Dune 3 li stanno rivendendo su eBay a migliaia di dollari Su eBay si trovano biglietti per gli spettacoli in IMAX venduti al 1500 per cento del prezzo originale.
Il libro fotografico con le ragazze che imbracciano armi che compare in The Drama esiste davvero (più o meno) Si intitola Chicks with Guns, lo ha fatto la fotografa Lindsay McCrum ed è uscito nel 2011. Ed è molto, molto simile a quello che si vede nel film.
La prima canzone dei Massive Attack dopo quasi dieci anni è un pezzo contro la guerra fatto assieme a Tom Waits Si chiama Boots on the ground e parla di disordini che stanno avvenendo negli Usa, mescolando liriche belliche a immagini grottesche.

Livelli di gioco

Partire da un campo di tennis per raccontare il '900 americano. Recensione dell'articolo capolavoro di John McPhee, uscito per Adelphi.

07 Giugno 2013

Nel 1968, mentre gran parte del giornalismo culturale americano era impegnata a seguire quello che accadeva dentro i campus universitari, dalla lotta per i diritti civili ai sit-in contro la guerra in Vietnam, John McPhee decise di raccontare una cosa successa dentro il rettangolo verde di un campo da tennis e neppure la più significativa: non una finale di Wimbledon ma “semplicemente” una semifinale del primo US Open della storia. La disputano a Forest Hills, nel Queens di New York, due tennisti venticinquenni non ancora passati tra i professionisti: Arthur Ashe e Clark Graebner. Sono diversi in tutto. Il primo è un nero smilzo e rapido, un democratico appassionato di donne e buone letture che pratica un tennis benedetto da una eleganza fuori dal comune. Il secondo è un bianco, grosso e potente, leggermente viziato e di buona famiglia, un conservatore convinto che sul comodino tiene un libro su Nixon, uno metodico come il suo gioco. Nonostante le divergenze, tra i due esiste del rispetto, quasi amicizia. Le loro racchette si sono incrociate infinite volte fin da quando erano poco più che bambini ed entrambi fanno parte del team americano di Davis. Fuori dal campo Ashe è un tenente dell’esercito che insegna tennis ai cadetti lasciandogli qualche set per alimentare la fiducia in loro stessi. Per lui la vittoria è un obiettivo subordinato alla volubilità delle sue spettacolari e azzardate demi-volée. Graebner «vende carta di altissima qualità, un lavoro a cui tiene moltissimo» e grazie al quale ambisce a diventare milionario prima dei quaranta. Per lui la vittoria è un traguardo minimo da strappare punto dopo punto grazie a dei servizi così potenti che McPhee li descrive semplicemente attraverso una onomatopea. Crac.

Sono questi i presupposti da cui parte Livelli di gioco di John McPhee (uno dei tre-quattro mammasantissima dell’età dell’oro del New Journalism americano) un leggendario e lunghissimo pezzo di giornalismo, sportivo e non solo, recentemente pubblicato da Adelphi in un libro curato da Matteo Codignola e intitolato semplicemente Tennis.

McPhee, Premio Pulitzer 1999, è stato staff writer del New Yorker per oltre trent’anni e quando ha scritto Livelli di gioco, originariamente apparso su quella rivista, lo era da tre. Aveva 37 anni e con questo pezzo raggiunse probabilmente l’apice del suo stile dell’epoca, realizzando un doppio profilo incrociato che è una delle esperienze più prossime alla sensazione di “guardare un documentario” mentre in realtà si sta leggendo un libro.

Per scrivere il pezzo McPhee si fece dare i nastri della partita da CBS, contattò i due protagonisti e la guardò insieme a loro infinite volte raccogliendo i loro commenti sulle varie fasi del gioco insieme a quelli di persone che gli erano vicine, secondo la tecnica che adottava all’epoca per tutti i suoi profili: collezionare più materiale possibile da più punti di vista possibili in una sorta di accerchiamento dell’oggetto della narrazione. Terminata questa fase si mise a scrivere ricostruendo il match praticamente punto per punto, seguendo la pallina da tennis da un lato all’altro del campo, da una prospettiva all’altra del racconto costruendo geometrie narrative di stupefacente simmetria.

Il risultato è una performance letteraria che, come un video di Douglas Gordon, dilata i gesti per studiare cosa si cela tra le loro fessure. McPhee comincia con due venticinquenni, un pomeriggio e un rettangolo verde del Queens e da lì fila un reticolo di storie che raccontano altre storie che raccontano altre storie ancora e finisce con l’attraversare gli Stati Uniti da costa a costa, di generazione in generazione come un ragno che da un minuscolo bozzolo pazientemente ingrandisce la sua tela fino ad avvolgere l’intero cespuglio. Campus e sit-in compresi, ovviamente.

Immagine: Arthur Ashe nel 1968

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