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14:31 domenica 15 marzo 2026
Due episodi di Doctor Who degli anni ’60 che si pensava fossero andati perduti sono stati ritrovati in uno scatolone nella casa di un collezionista Si tratta, tra l'altro, di due puntate molto importanti perché raccontano la storia dei Dalek, i villain più famosi dell'universo di Doctor Who.
Kim Jong-un e sua figlia vestiti uguali che sparano assieme al poligono di tiro sono la più surreale immagine di genitorialità mai vista La giovane Kim Ju Ae, erede designata del Supremo leader, ha mostrato le sue doti balistiche in una splendida giornata padre-figlia al poligono.
Degli scrittori hanno creato un logo da apporre sui libri per far sapere ai lettori che sono scritti da un umano e non dall’AI La Society of Authors chiede a tutti gli editori di appore il logo "Human Authored" sulla quarta di copertina dei libri, per salvare l'editoria dall'AI.
I Fugazi hanno pubblicato un album “scartato” che avevano registrato trent’anni fa con Steve Albini È la prima versione dell'album che è poi diventato In on the Kill Taker. Tutti i proventi andranno all'ente benefico fondato da Albini, Letters Charity.
Dopo quasi un millennio, l’Inghilterra si è decisa ad abolire definitivamente i seggi ereditari della Camera dei Lord Ne erano rimasti 92, che il governo laburista ha cancellato. Concedendo ad alcuni Lord, però, di diventare parlamentari a vita.
I protagonisti di The Voice of Hind Rajab, candidato all’Oscar per il Miglior film internazionale, non saranno alla cerimonia perché gli Usa vietano l’ingresso ai cittadini palestinesi Ad annunciarlo sono stati gli attori e le attrici del film, con una dichiarazione congiunta pubblicata sui loro profili social.
È stato annunciato il sequel di KPop Demon Hunters ma i registi hanno già detto che ci sarà molto da aspettare prima di vederlo Maggie Kang e Chris Appelhans hanno messo le mani avanti e avvisato i fan: i tempi di lavorazione saranno lunghi, molto lunghi.
La nuova Guida suprema dell’Iran ha detto di aver scoperto di essere la nuova Guida suprema dell’Iran guardando la tv Lo ha fatto nel suo primo messaggio alla nazione, letto da un annunciatore sui canali della tv di Stato. Per il momento, il nuovo ayatollah ancora non si è fatto vedere in pubblico.

Livelli di gioco

Partire da un campo di tennis per raccontare il '900 americano. Recensione dell'articolo capolavoro di John McPhee, uscito per Adelphi.

07 Giugno 2013

Nel 1968, mentre gran parte del giornalismo culturale americano era impegnata a seguire quello che accadeva dentro i campus universitari, dalla lotta per i diritti civili ai sit-in contro la guerra in Vietnam, John McPhee decise di raccontare una cosa successa dentro il rettangolo verde di un campo da tennis e neppure la più significativa: non una finale di Wimbledon ma “semplicemente” una semifinale del primo US Open della storia. La disputano a Forest Hills, nel Queens di New York, due tennisti venticinquenni non ancora passati tra i professionisti: Arthur Ashe e Clark Graebner. Sono diversi in tutto. Il primo è un nero smilzo e rapido, un democratico appassionato di donne e buone letture che pratica un tennis benedetto da una eleganza fuori dal comune. Il secondo è un bianco, grosso e potente, leggermente viziato e di buona famiglia, un conservatore convinto che sul comodino tiene un libro su Nixon, uno metodico come il suo gioco. Nonostante le divergenze, tra i due esiste del rispetto, quasi amicizia. Le loro racchette si sono incrociate infinite volte fin da quando erano poco più che bambini ed entrambi fanno parte del team americano di Davis. Fuori dal campo Ashe è un tenente dell’esercito che insegna tennis ai cadetti lasciandogli qualche set per alimentare la fiducia in loro stessi. Per lui la vittoria è un obiettivo subordinato alla volubilità delle sue spettacolari e azzardate demi-volée. Graebner «vende carta di altissima qualità, un lavoro a cui tiene moltissimo» e grazie al quale ambisce a diventare milionario prima dei quaranta. Per lui la vittoria è un traguardo minimo da strappare punto dopo punto grazie a dei servizi così potenti che McPhee li descrive semplicemente attraverso una onomatopea. Crac.

Sono questi i presupposti da cui parte Livelli di gioco di John McPhee (uno dei tre-quattro mammasantissima dell’età dell’oro del New Journalism americano) un leggendario e lunghissimo pezzo di giornalismo, sportivo e non solo, recentemente pubblicato da Adelphi in un libro curato da Matteo Codignola e intitolato semplicemente Tennis.

McPhee, Premio Pulitzer 1999, è stato staff writer del New Yorker per oltre trent’anni e quando ha scritto Livelli di gioco, originariamente apparso su quella rivista, lo era da tre. Aveva 37 anni e con questo pezzo raggiunse probabilmente l’apice del suo stile dell’epoca, realizzando un doppio profilo incrociato che è una delle esperienze più prossime alla sensazione di “guardare un documentario” mentre in realtà si sta leggendo un libro.

Per scrivere il pezzo McPhee si fece dare i nastri della partita da CBS, contattò i due protagonisti e la guardò insieme a loro infinite volte raccogliendo i loro commenti sulle varie fasi del gioco insieme a quelli di persone che gli erano vicine, secondo la tecnica che adottava all’epoca per tutti i suoi profili: collezionare più materiale possibile da più punti di vista possibili in una sorta di accerchiamento dell’oggetto della narrazione. Terminata questa fase si mise a scrivere ricostruendo il match praticamente punto per punto, seguendo la pallina da tennis da un lato all’altro del campo, da una prospettiva all’altra del racconto costruendo geometrie narrative di stupefacente simmetria.

Il risultato è una performance letteraria che, come un video di Douglas Gordon, dilata i gesti per studiare cosa si cela tra le loro fessure. McPhee comincia con due venticinquenni, un pomeriggio e un rettangolo verde del Queens e da lì fila un reticolo di storie che raccontano altre storie che raccontano altre storie ancora e finisce con l’attraversare gli Stati Uniti da costa a costa, di generazione in generazione come un ragno che da un minuscolo bozzolo pazientemente ingrandisce la sua tela fino ad avvolgere l’intero cespuglio. Campus e sit-in compresi, ovviamente.

Immagine: Arthur Ashe nel 1968

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