Cultura | Cinema

Lina Wertmüller prenderà un Oscar che non le serve ma in Italia non l’abbiamo mai capita

Gli elogi per l'Oscar alla carriera ci ricordano che nel nostro Paese non è mai stata apprezzata quanto avrebbe meritato.

di Mattia Carzaniga

Lina Wertmüller a Venezia nel 2008. Foto di Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

Questo non è un coccodrillo, anche se ne ha tutta l’aria. Quando c’è di mezzo una veneranda signora, è inevitabile cascare dentro il pozzo nero di biografismo e aneddotica, sintesi modello Wikipedia e sommo elogio tardivo. Fortuna la signora è Lina Wertmüller, che per tutta la vita, ancora densa e arzilla anche più delle nostre, tutte queste cose non la ha attirate mai. Fortuna c’è una gioiosa celebrazione di mezzo: la novantenne regista degli insoliti destini e degli amori anarchici riceverà l’Oscar alla carriera 2020, applausi, evviva, urrà!

Triste è solo diventata la procedura con cui oggi vengono assegnate le statuette ad honorem. Non più la consegna sul palco del grande show di febbraio/marzo, sempre più accorciato perché nessuno ha più voglia di guardarlo, ma una serata che da dieci anni cade molti mesi prima – quest’anno il 27 ottobre 2019, la dicitura corretta è Annual Governors Awards – dove sono confinate le stelle del secolo scorso, a questo giro anche David Lynch: lui e la Lina, che coppia! Scordiamoci dunque momenti glamour come Sophia Loren premiata alla carriera nel ’91 da Gregory Peck durante la classica diretta televisiva. Hollywood dibatte sull’invecchiamento dei divi (là lo chiamano aging) che non può essere causa di discriminazione: ma, se deve tagliare un blocco dalla più importante delle sue cerimonie, allora sarà proprio quello delle glorie coi capelli bianchi.

Chissà se, nella scelta di premiare Wertmüller, ha inciso la fotografia scattata all’ultimo Festival di Cannes prima della proiezione della versione restaurata di Pasqualino Settebellezze. Si vede la regista con, da una parte, Giancarlo Giannini, suo attore-feticcio come si dice tecnicamente, dall’altra Leonardo DiCaprio, che come sponsor tra i giurati dell’Academy ha un peso notevole. Certo è che l’America ha sempre tenuto in gran conto la nostra autrice qui invece bistrattatissima. Di recente rileggevo il primo Tales of the City di Armistad Maupin (tra poco arriva su Netflix l’ultimo adattamento della saga), ritratto di gay e non solo nella San Francisco anni ’70. Uno dei personaggi dice: «Sei un tipo romantico, vero? Ti piacciono i colori caldi, le serate con la nebbia, i film di Lina Wertmüller e le candele profumate al limone da accendere mentre fai l’amore». E un’altra tizia più avanti, a proposito delle feste principesche organizzate in passato: «Non mi sono lamentata quando non m’hai permesso di invitare Truman Capote o Giancarlo Giannini». Il primo romanzo della serie Tales of the City è uscito nel 1978, Pasqualino Settebellezze tre anni prima e ha avuto quattro nomination agli Oscar del ’77, insomma Wertmüller era nel pieno dell’hype, si direbbe oggi.

Da noi, invece, era appunto piuttosto maltrattata dalle critiche democristiane e non, pure la sinistra al tempo non l’amava perché ironizzava sulle classi operaie, dal metallurgico Mimì (sempre Giannini con la favolosa Mariangela Melato, 1972) al marinaio villano travolto da un insolito destino cioè quello d’incapricciarsi di una borghese (ancora Giannini e ancora Melato, 1974). In realtà, nell’incedere sempre grottesco dei suoi copioni, Lina dava ai suoi splendidi protagonisti proletari l’occasione di amare, emancipava quei volti e quelle storie dalla dimensione puramente marxista in cui li avevano rinchiusi la letteratura e il cinema intellettuali, li tirava fuori dai cortei davanti alle fabbriche, dal racconto degli umiliati e degli offesi eternamente subordinati ai padroni. Dava loro, anzi, la possibilità di innamorarsi (persino di un padrone!), di scegliere almeno il proprio destino sentimentale, di diventare materia per una commedia dove il gioco delle parti restava lo stesso ma cambiava ogni volta. Figurarsi se il Pci e i suoi recensori avrebbero potuto accettarlo a quel tempo, e difatti Wertmüller regista “di sinistra” non fu considerata mai, e proprio per questo in patria è stata poco celebrata, mai accolta nel clan dei maestri, mai infilata dentro le rassegne del grande cinema del Dopoguerra nonostante film come I basilischi, 1963: incredibile, a riguardarlo oggi, che sia un’opera prima. Lina è frettolosamente diventata «quella dei titoli lunghissimi», almeno quanto il suo nome di battesimo: Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spanol von Braueich.

C’era poi il tema dell’essere donna, detto senza fregole modaiole di oggi. L’Italia del tempo era non solo bigotta ma pure sessista a destra come a sinistra, e in fondo lo è ancora, e Lina che sfidava i maschi e faceva il suo cinema libero e sfrenato non poteva mica stare simpatica. Lei però non ha mai prestato il fianco al gioco del femminismo usato per convenienza. È stata la prima regista donna candidata all’Oscar, ovviamente per Pasqualino Settebellezze, ma non ha mai utilizzato questo primato per strumentalizzare il suo genere e il suo ruolo. Nel pieno del #MeToo dell’anno scorso, interpellata da Variety e proposito di quella lontana nomination e del dibattito in corso quarant’anni dopo, ha detto: «Era tempo che le storie di donne soggette a molestie, umiliazioni e abusi di potere venissero alla luce. È importante denunciare queste ingiustizie, e sono colpita dal fatto che ci siano voluti così tanti anni perché si trovasse il coraggio di parlare, di fare accuse pubbliche. Quanto al movimento che s’è originato a partire dagli sconcertanti abusi che molte attrici hanno subito, la mia sensazione, devo confessarlo, è che nell’ambiente ci sia sempre stata molta ipocrisia, quell’ipocrisia che ha tenuto queste vicende sotto silenzio per così tanto tempo e che, per reazione contraria, oggi si è trasformata in una caccia alle streghe. Il rischio è un totalitarismo inverso. Sono rimasta sconvolta dall’esplosione di reazioni in Francia contro le tante artiste che hanno firmato la lettera di Catherine Deneuve. Al di là dell’essere d’accordo o meno con quella lettera, la violenza con cui quelle donne sono state attaccate dev’essere motivo di riflessione. Ho scoperto leggendo il giornale che una di loro, Brigitte Sy, s’è trovata con la proiezione del suo film cancellata da un gruppo di femministe. Questo atteggiamento intimidatorio dev’essere considerato esso stesso una forma di violenza, e non è per niente istruttivo nei confronti delle generazioni più giovani». Così parlò l’autrice che, in quella stessa intervista (leggetela tutta), raccontava soprattutto il lavoro, l’essere donna dentro un mestiere di maschi e per giunta una donna anticonvenzionale, testona, un cane sciolto che creava problemi a colleghi ambosessi. Femminista, appunto, non lo è stata mai. L’ha ribadito in un’altra intervista, due anni fa, a Lenny Letter, la newsletter di Lena Dunham e Jenni Konner chiusa di recente: «Non ho mai creduto nel movimento femminista. Le femministe hanno sempre criticato me e i miei film, non hanno amato il ritratto delle donne che ho fatto in Travolti da un insolito destino». E ancora: «Dobbiamo considerarci registi e basta, non registe donne».

Nei suoi ultimi anni di lavoro i critici o scribacchini vari – uomini e donne, di sinistra e di destra – hanno tirato un sospiro di sollievo. Non c’era nemmeno più da nascondere il divertimento da spettatori, Wertmüller era tornata a fare la tv, dov’era partita col Giornalino di Gian Burrasca subito dopo I basilischi, e a fare film d’umorismo un po’ spento, certo manierati, sicuramente non memorabili. Tutti uniti e felici di sbertucciarla, come se quel che aveva fatto prima non fosse esistito mai. Sono gli stessi scribacchini che oggi celebrano anzitempo l’award alla carriera: venerata maestra! Non credo che Lina se ne curi. Con le logiche meschine di questo Paese, che lei ha dipinto in modo non comune a nessun altro, non c’entrava ieri, non c’entra nemmeno oggi.

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