Limoncello? Anche basta

Fino a ieri relegato nella credenza dei nonni, oggi il limoncello è diventato un trend, consumato all'estero e ripreso sui social. Senza che se ne capisca il perché.

12 Settembre 2025

Con un po’ di fiducia nel Paese voglio dare per scontato, senza googlare, che non esista alcuna confraternita o associazione, che non esistano degustatori in grado di assaporare e avvertire sentori, chessò, di sottobosco o di idrocarburi e che non esistano esperti in grado di snocciolare le qualità aromatiche di un’annata rispetto alle precedenti e che, insomma, non esista qualcuno (meno i produttori, certo) capace di indignarsi e offendersi se scrivo che il successo del limoncello è inspiegabile, che non è possibile farsene una ragione.

In un’estate che si è fatta notare per l’assenza di tormentoni musicali e la ritirata perfino dalle abitudini più tradizionali come l’ombrellone, il limoncello – controcorrente, in un mercato che più saturo non si potrebbe immaginarlo – ha continuato a guadagnare spazio. E non sembra esserci ragione apparente, anzi. A pensarci bene il solo vezzeggiativo “limoncello” dovrebbe farci sorridere per infantilismo, evocare cose buffe e antiquate, bottiglie dalla strana forma che i nonni custodivano assieme alle stoviglie “buone” nella credenza, per offrire un bicchierino al padrone di casa quando veniva a riscuotere la “pigione”, o per le rare visite di cortesia. Bicchierino che non poi non beveva realmente nessuno e restava lì sul tavolo ad attirare le mosche. Si appoggiavano appena le labbra per buona creanza, ma nessuno osava, perché quelle bottiglie potevano essere aperte da decenni e realizzate chissà da chi e non si sa con quali misure di igiene e sicurezza. (Anche se veniva sempre giurato fossero i limoni “non trattati” di qualche zia).

In tendenza

Il limoncello dovrebbe essere un ricordo del passato e far sorridere come la parola “rosolio”, invece resiste e fa di più: diventa “tendenza”. Viene offerto a fine pasto non più solo da ristoratori senza scrupoli che nascondono la propria avidità con quella finta generosità (“posso offrire un limoncello?”. Ma no, ma perché. Non ho neanche mangiato male, perché dovrei rovinarmi la bocca con qualcosa che ha lo steso sapore del Nelsen Piatti?), viene servito all’estero (secondo il Guardian «a sudden, surprising, soaring success» da Adelaide ad Atene), diventa ingrediente di cocktail tipo il Limoncello Spritz o, secondo altre nomenclature, l’Amalfi spritz, una combinazione micidiale di italianità da esportazione che non sfigura accanto ai grembiuli da cucina con la sagoma del David di Michelangelo o ai ventagli con la Primavera di Botticelli.

Tuttavia il rosolio non ha un colore altrettanto bello come il giallo fosforescente e poi il limoncello ha un nome così azzeccato, così immediatamente internazionale, comprensibile ovunque, che possono ripetere facilmente tutti, al punto che ormai pronunciandolo in italiano viene quasi naturale scimmiottare uno straniero che lo ordina, “some limoncello, per favore”, prossimo passo dopo “cappuccino, per favore”. Ma in ultima analisi c’è, fondamentale, tra le ragioni del successo il gusto di limone. Un gusto “semplice”, uno dei gusti base (dolce, salato, amaro e, per l’appunto, acido/aspro) quasi in purezza.

Un gusto che capiscono subito anche i bambini, che non ha bisogno di essere elaborato o compreso e che evoca comunque clima mite, colore, natura, il bel contrasto del giallo su verde che, proprio quest’estate, ha avuto un certo successo perfino nella moda dei costumi da bagno. Una spruzzata di limone è una panacea per tutti i mali e per tutti i sapori da sempre. Disinfetta addirittura, secondo qualcuno. Guarnisce i piatti. Pulisce la bocca. Sgrassa, direbbe Cannavacciuolo. Sta con i frutti di mare buoni e con quelli cattivi. Col pesce e con le cotolette. Sui gelati, nei profumi e nelle bibite. È piacevole, rinfresca, dà sempre un po’ di carica, tiene lontano le zanzare, è una delle prime cose che assaggiano anche i bambini.

Una tradizione campana che probabilmente non lo è

Ovviamente questo summa di proprietà del limone e, di conseguenza, del limoncello è stata ricostruita mettendo assieme le decine di pagine internet che decantano il gusto, le qualità organolettiche e la bontà di questo “vanto” della “tradizione campana” (anche se, naturalmente, come si conviene a ogni prodotto italiano di successo, c’è un’annosa querelle attorno alla paternità: è davvero campano? È di Amalfi? E se fosse siciliano o sardo?).

Perché la fiducia era mal riposta e ci sono articoli sugli avvistamenti del limoncello nei film, sui divi di Hollywood che bevono limoncello o ne diventano addirittura produttori, sulle distillerie più raffinate, sulle origini del liquore che risalirebbero addirittura ai romani e, chissà come, ci sarebbero segni della presenza anche negli scavi Pompei. Sono, poi, ampiamente reclamizzate anche delle bottiglie falliche a forma di limoncello, realizzate da diverse ditte. Quindi non il colpo di testa di qualcuno, ma un mercato florido e con tanta concorrenza. Forse questo dovrebbe dirci qualcosa: se hai bisogno di fare una bottiglia di quella forma per venderlo magari vuol dire che il contenitore conta più del contenuto. Non so se esistano bottiglie di Brunello di forma fallica: questo davvero non voglio googlarlo.

Contro il pistacchio

Non sembra anche a voi che sia diventato tutto troppo pistacchioso?

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