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La nuova campagna di Valentino è un omaggio al ’68, ma non a quel ’68 La campagna pre-fall 2026 (con protagonista il cantante Sombr) è ispirata a un anno molto particolare e sorprendente della lunga storia del brand.
Il nuovo Presidente ungherese Péter Magyar ha detto che se Netanyahu metterà piede nel suo Paese lo farà arrestare e consegnare alla Corte Penale Internazionale Magyar annulla così la decisione dal suo predecessore Viktor Orbán, che si era sempre rifiutato di eseguire il mandato d'arresto che la Corte Penale Internazionale che pende su Netanyahu.
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Per combattere la denatalità, in Giappone hanno iniziato a elargire bonus alle persone che si iscrivono alle dating app Tra i casi più recenti c'è quello della prefettura di Kochi, che rimborsa l'abbonamento alle app di incontri per tutti gli utenti residenti nel suo territorio.
In una recente battaglia tra esercito ucraino e russo, per la prima volta nella storia della guerra un battaglione di soli robot ha conquistato una postazione nemica Una squadra di robot di terra e un drone ucraini sono bastati a vincere una battaglia contro i russi nella regione di Kharkiv.
Madonna si è persa il vestito che indossava al Coachella e ha offerto una ricompensa a chi lo ritroverà Su Instagram ha detto che chiunque la aiuterà a ritrovarlo riceverà una ricompensa. Il cui ammontare, però, non è stato ancora specificato.

Cosa ha definito la letteratura negli anni Dieci

Dai romanzi non fiction a un nuovo modo di usare il tempo.

26 Dicembre 2019

Gli anni Dieci ce li ricorderemo come quelli in cui i libri persero definitivamente la loro centralità, anche se in realtà sono probabilmente quelli in cui l’umanità ha scritto e letto di più; mail, messaggi di testo, post sui social network, ovviamente. Qualcuno ha detto e dirà che sul piano letterario sono stati gli anni della narrativa young adult, della fan fiction, della diversity, dei libri scritti dagli influencer, quelli in cui sono tornate distopie vecchie (1984 di George Orwell, Il racconto dell’ancella di Margaret Atwoode nuove (Trilogia dell’Area X di Jeff VanderMeer, Terminus radioso di Antoine Volodine). Niente di tutto questo è sbagliato, ma si può sostenere con molte prove alla mano che è stato anche il decennio in cui la profezia di David Shields, formulata con il suo libro-manifesto Fame di realtà nel 2010, si è avverata, e forse fin troppo. La cosiddetta “letteratura della realtà” ha preso il sopravvento e le più intriganti e celebrate opere letterarie di questo decennio, siano memoir (Io e Mabel di Helen Macdonald), diari (Sembrava una felicità di Jenny Offill), biografie (Limonov di Emmanuel Carrère), autofiction (Nel mondo a venire di Ben Lerner), saggi narrativi (Geoff Dyer, Olivia Laing), hanno usato la realtà come un pittore userebbe la sua tavolozza di colori. È stato il decennio dell’io e della prospettiva personale.

È stato il decennio della santificazione di Joan Didion e Annie Ernaux. Con esiti eccelsi, come quelli appena citati, che hanno prodotto però una moda di imitazioni inutili. Negli ultimi anni è stata forte la sensazione di una realtà cannibale che avrebbe mangiato la letteratura, laddove il passaggio dall’uno all’altra è diventato sempre più sottile, ai limiti dell’impercettibilità. Un profluvio di cronache dalla depressione, dalla paternità, dalla malattia. Storie spesso definite urgenti che hanno piuttosto fatto diventare urgente la domanda: ma allora cosa trasforma l’esperienza in arte? E se è verissimo l’adagio che vivere è necessario per poter scrivere, si sente il bisogno di specificare che non è sufficiente soffrire per poter romanzare. Scommettere su un ridimensionamento del genere non sembra così azzardato. È tramontata e sta tramontando del resto, anche nel riscontro degli ascolti, tutta l’estetica del reality televisivo che pure nella sostanziale diversità con le forme letterarie nasce nello stesso clima culturale: una forma di disillusione verso le storie inventate, una difficoltosa suspension of disbelief per eccesso di offerta. Ma adesso l’eccesso di offerta è nel nostro dna di fruitori culturali e sono arrivati Instagram, TikTok e tutti gli agenti del vero più vero del vero. Aspettiamo, vediamo.

Intanto segnaliamo un’altra tendenza, meno omogenea ma forse più interessante che ha caratterizzato quest’epoca. Ha che fare con il tempo e col modo in cui il tempo è stato diviso. Sono stati difatti anche gli anni delle trilogie e delle tetralogie, delle saghe, della serializzazione del romanzo. Uno spezzettamento delle storie in “puntate”, cioè in volumi, che ha riguardato generi e ambizioni in modo trasversale. Elena Ferrante certo, ma anche le Cinquanta sfumature di grigio di E.L. James, ma anche la raffinatissima trilogia di Rachel Cusk, ma anche la già citata e distopica Trilogia dell’Area X. Questo mentre sul finire del decennio precedente, uno scrittore norvegese sconosciuto ai più, Karl Ove Knausgard, si imbarcava nel delirante progetto di scrivere la propria autobiografia in sei volumi, che proprio all’inizio degli anni Dieci, sarebbe salito agli onori delle cronache letterarie come il classico “caso”. È qualcosa che ha anche fare con un modo diverso di usare i libri? È un tentativo di riappassionare i lettori? Possiamo magari considerare la tendenza come una risposta a una crisi – la crisi di rilevanza del romanzo, la perdita di centralità di cui si parlava – con un “gancio” offerto ai lettori nell’epoca della serializzazione di qualunque cosa. D’altra parte questo è il modo in cui si è espressa in questo decennio l’ambizione dell’autore ambizioso. Non più o non tanto l’opera-mondo che racchiude in sé un universo fatto e finito (vale la pena citare come più recente opera-mondo Il sussurro del mondo di Richard Powers), ma opere non-chiuse, continuative, con possibilità di replica. E al di là delle intenzioni più commerciali, un segnale che gli scrittori hanno ricominciato in questo decennio a interessarsi al tempo come pannello di sperimentazione, così come negli anni ’10-’20 del Novecento Proust e Joyce. La proustiana trilogia di Rachel Cusk, fatta di incontri, memorie e conversazioni. Ma anche la joyciana installazione narrativa di Jennifer Egan, vincitrice nel 2011 del Pulitzer per il romanzo, A visit from the goon squad (Il tempo è un bastardo), che fa a pezzi il tempo, costruendo il romanzo come un insieme di racconti, angolazioni, intervalli. Un modo di usare la realtà e un modo di usare il tempo, lungo queste due direttrici si trovano i romanzi che meglio rappresentano questi nostri anni: Limonov Il Tempo è un bastardo e un terzo, il magnifico Resoconto con i suoi due seguiti (Transiti e Onori), che si trova esattamente in mezzo.

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