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Una ricerca ha dimostrato che più alberi vengono abbattuti e meno colorate diventano le ali delle farfalle Lo studio ha analizzato un pezzo della foresta Amazzonica, provando che quando gli alberi vengono tagliati spariscono per prime le farfalle più colorate e restano quelle marroni.
A Utrecht stanno costruendo un nuovo quartiere in cui non ci sarà spazio per le macchine ma solo per persone, alberi e bici Si chiama Merwede, sarà uno dei più grandi quartieri senza macchine d'Europa e la promessa è quella di offrire case a prezzi accessibili per tutti.
In una maniera molto da Zerocalcare, Zerocalcare ha più o meno annunciato che il suo prossimo libro sta per uscire e parlerà di cultura punk Potrebbe chiamarsi Se ne valeva la pena e potrebbe uscire nei primi mesi del 2027 ma solo «se io sto chiuso a casa come sto a fa' adesso».
Un festival del ginseng in Corea del Sud ha fatto uno spot strepitoso riprendendo il video di Storm di Gener8ion e Yung Lean
In appena tre giorni Naza ha incassato quanto Avengers: Endgame, Resident Evil e Brad Pitt Più di tre milioni di euro in un fine settimana, la stessa cifra che gli altri film hanno incassato in una o due settimane di programmazione.
Bernie Sanders che “apre” il concerto degli Strokes a New York è certamente uno dei crossover più strani e divertenti di sempre È successo venerdì 2 ottobre, a Flushing Meadows. Sanders si era pure proposto per cantare un paio di canzoni, ma poi ci ha ripensato.
Pedro Sanchez è il primo Presidente del Consiglio al mondo che si dimette e fa cadere il suo stesso governo a causa della crisi abitativa L'ormai ex Primo Ministro ha convocato elezioni anticipate per il 29 novembre e ha ammesso che il suo governo non è riuscito a fare tutto ciò che avrebbe voluto e dovuto.
Per smaltire dei robot umanoidi ormai vecchi e obsoleti, un’azienda li ha addestrati a buttarsi nell’acciaio fuso Se state pensando a quella scena di Terminator 2, è perché l'idea è tratta proprio da quella scena di Terminator 2.

Scarpe imperiali

L'incuria e le alluvioni stanno distruggendo la leggendaria collezione di Imelda Marcos, moglie dell'ex dittatore filippino, icona di stile e megalomania.

26 Settembre 2012

La rivolta popolare dalle strade di Manila si insinuò nei corridoi del palazzo reale. Imelda e Ferdinand Marcos scapparono, via Guam, per l’esilio delle Hawaii. Si lasciarono dietro quasi tutto. Milioni, miliardi, banconote, gioielli, quadri, vestiti. E scarpe. Nel 1986.

«Aprirono i miei armadi in cerca di scheletri ma, grazie a Dio, tutto quello che trovarono furono scarpe. Scarpe bellissime». Parole di Imelda Marcos, la farfalla di ferro, compagna per più di 25 anni del dittatore che rese le Filippine il paese più corrotto del ventesimo secolo. Lei che però fu celebre più per il suo fascino, la sua eleganza, il suo gusto insieme raffinato ed eccentrico. Il mondo scoprì le quasi 3000 paia di scarpe in quel febbraio 1986, quando la sommossa non violenta la costrinse alla fuga, e portò all’attenzione dei cronisti l’inestimabile tesoro dorato e firmato dalle più grandi maison.

In questi giorni lo stesso tesoro rischia, però, di liquefarsi, letteralmente. A causa dell’alluvione che ha investito l’arcipelago nei primi giorni di agosto, e con la complicità di incuria, termiti, e pessima misure di conservazione.

Delle oltre cinquemila calzature di Imelda Marcos ne sono rimaste poco più di mille, poco meno di duemila. Custodite, in parte, al Museo delle scarpe di Marikina, in parte al Museo Nazionale di Manila (pessime, come detto, le modalità). Le rimanenti si sono perse: all’asta, o nello sciacallaggio che segue la caduta di ogni tiranno. Imelda, esiliata nell’86, ha dovuto affrontare, dopo la morte di Ferdinand (1989), moltissime cause legali. La maggior parte riguardavano l’accusa di corruzione. Sostiene, l’ex reginetta di bellezza, che siano state 901. Le hanno tolto molto. Molti soldi, molti preziosi. Molti Canaletto, Gaugin, Botticelli. Da tempo è tornata nelle Filippine, si è candidata a premier, perdendo, e ha ottenuto un seggio da senatore. Si dedica principalmente all’energia pulita, alla cultura, ai poveri. Cose che ha sempre fatto, anche durante i quattordici anni di dittatura, sostiene. Eppure mentre un’intera nazione mendicava scalza per le strade sudicie, Imelda possedeva abbastanza scarpe per poter disporre di un diverso paio ogni giorno per più di sette anni. La sua naïveté appare ancora un enigma, quando dichiara, a 83 anni, di essere “povera”. Povera, sì, perché la povertà è relativa. O di aver sempre sentito un senso di dovere nell’essere elegante, anche, anzi, soprattutto quando le toccava incontrare “i poveri” (sic). «Dovevo essere una sorta di luce per loro» disse una volta, «una stella per guidarli».

Povera Imelda. Eppure icona di stile ancora oggi, malgrado il suo appoggio mai rinnegato, sempre tra il naïve e il connivente, a uno dei più disastrosi sistemi dittatoriali del ventesimo secolo. La sua collezione di tacchi, decolleté, ballerine, è stata dichiarata patrimonio universale nel 1998. Ora, come tante meraviglie dei mondi che furono, è l’inesorabile tempo della rovina.

La sua vicenda, tra splendori da Mida e fughe rocambolesche, può inspirare sdegno, certo. Rabbia, odio. Una corrotta, una dilapidatrice, un’insensibile edonista. Eppure è il fascino, che trascende ogni significato politico, che domina. L’ex diciottenne incoronata Miss Filippine, membro senza infamia né lode dell’alta borghesia locale, ha inseguito – e realizzato, eccome – un sogno di ricchezza e opulenza che forse, per un inspiegabile fatalismo storico, non poteva sopravvivere al ventunesimo secolo – così tecnologico, avaro, minimalista. Il dandysmo di Imelda Marcos (non solo scarpe: negli anni ’80 si recò più volte a Manhattan per fare shopping di grattacieli. Furono tutti, in seguito, venduti o confiscati) non appartiene neppure al secolo breve: ha un che di Mille e una notte, di orientalismo da romanzo, a metà tra l’opulenza di un Re Sole e quella di un dorato harem – di scarpe, però. Un’infinita biblioteca borgesiana fatta di tacchi e suole e fiocchi. Per questo il tesoro di Imelda è prezioso (nella forma) come una meraviglia dell’antichità, onirica e irreale nella sua megalomania. Per questo dispiace vedere mucchi di calzature muffite, tarlate, distrutte dal tempo e dalla pioggia, accatastate come spazzatura.

La Maria Antonietta contemporanea continua, come prima, a dispensare aforismi wildeiani intinti in salsa kitsch: «Amo la bellezza, e sono allergica alla bruttezza», «La bellezza è Dio fatto sostanza». Insegue un sogno di ricchezza, non più individuale forse, ma collettiva per tutte le Filippine: un tunnel che intende costruire attraverso l’intero Paese e un sistema di produzione di idrogeno dall’acqua marina. L’oceano che circonda l’arcipelago è ricco di deuterio, un isotopo stabile dell’idrogeno. «I nostri problemi sono solo temporanei», ha dichiarato nel 2006 all’Independent. Sul muro del suo appartamento, al 34° piano di un grattacielo su Manila, un poster raffigurante un triangolo sovrapposto alla carta dello stato. A ogni angolo c’è una lettera: G per gold, O per oil, D per deuterio. E pensare che il 25 febbraio di ventisei anni fa, quando fuggì con il marito, aiutata dagli Stati Uniti, indossava soltanto un paio di espadrillas.

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