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10:08 martedì 22 settembre 2026
Un festival in California è stato cancellato perché la spiaggia su cui doveva tenersi non c’è più a causa dell’erosione costiera Le onde e le piogge portate dall'uragano Marie hanno ridotto talmente tanto lo spazio agibile che quello rimasto non bastava per palchi e pubblico.
Converse ha rimosso una campagna pubblicitaria perché accusata di fare espliciti riferimenti al Ku Klux Klan Una gonna bianca, un fascio di luce bianca che proietta a terra una stella, scarpe Converse tutto attorno. E poi accuse di razzismo e di istigazione alla violenza.
Il regime di al-Sisi in Egitto ha un nuovo nemico pubblico n. 1: il creatore di una pagina Facebook satirica ispirata a SpongeBob Il gruppo in due settimane ha guadagnato 1,8 milioni di follower, tra le altre cose ritraendo al-Sisi come l'insopportabile Mr. Krabs, il capo di SpongeBob.
Un gruppo di scienziati è sceso 20 mila leghe sotto i mari e ci ha trovato 200 mila fusti di scorie radioattive Tra il 1950 e il 1990 la Francia e altri Paesi europei hanno gettato rifiuti nucleari nell'Atlantico settentrionale. Tutti quei fusti di scorie sono ancora lì.
Un game designer ha creato un videogioco in cui interpreti Macklemore che deve sfuggire a un gigantesco Ed Sheeran e lo ha chiamato Super Macklemore 64 Fondamentale per vincere la battaglia contro il giga-Sheeran è chiamare a raccolta altri musicisti e assieme a loro urlare in faccia al gigante "Free Palestine".
Olivia Rodrigo ha salvato il brand di una designer palestinese semplicemente indossando uno dei suoi vestiti La founder del brand Nöl Collective, Yasmeen Mjalli, ha definito la richiesta della cantante un vero e proprio «intervento divino».
Per colpa di un errore dell’AI, Stati Uniti e Cina sono andati a tanto così dallo scatenare la Terza guerra mondiale Nella scorsa primavera, un chatbot ha rivelato ai militari Usa che una nave cinese stava trasportando materiali per armi nucleari in Medio Oriente. Non era vero nulla.
Il 24 settembre esce Eternal, un cofanetto di 16 dischi che raccoglie un anno intero di bootleg dei Joy Division E oltre ai 16 dischi: artwork di Peter Saville, scatto di copertina di Wolfgang Tillmans, note di Simon Armitage, foto di Anton Corbijn e Kevin Cummins e una versione restaurata del documentario Joy Division – A Malcolm Whitehead Film.

Scarpe imperiali

L'incuria e le alluvioni stanno distruggendo la leggendaria collezione di Imelda Marcos, moglie dell'ex dittatore filippino, icona di stile e megalomania.

26 Settembre 2012

La rivolta popolare dalle strade di Manila si insinuò nei corridoi del palazzo reale. Imelda e Ferdinand Marcos scapparono, via Guam, per l’esilio delle Hawaii. Si lasciarono dietro quasi tutto. Milioni, miliardi, banconote, gioielli, quadri, vestiti. E scarpe. Nel 1986.

«Aprirono i miei armadi in cerca di scheletri ma, grazie a Dio, tutto quello che trovarono furono scarpe. Scarpe bellissime». Parole di Imelda Marcos, la farfalla di ferro, compagna per più di 25 anni del dittatore che rese le Filippine il paese più corrotto del ventesimo secolo. Lei che però fu celebre più per il suo fascino, la sua eleganza, il suo gusto insieme raffinato ed eccentrico. Il mondo scoprì le quasi 3000 paia di scarpe in quel febbraio 1986, quando la sommossa non violenta la costrinse alla fuga, e portò all’attenzione dei cronisti l’inestimabile tesoro dorato e firmato dalle più grandi maison.

In questi giorni lo stesso tesoro rischia, però, di liquefarsi, letteralmente. A causa dell’alluvione che ha investito l’arcipelago nei primi giorni di agosto, e con la complicità di incuria, termiti, e pessima misure di conservazione.

Delle oltre cinquemila calzature di Imelda Marcos ne sono rimaste poco più di mille, poco meno di duemila. Custodite, in parte, al Museo delle scarpe di Marikina, in parte al Museo Nazionale di Manila (pessime, come detto, le modalità). Le rimanenti si sono perse: all’asta, o nello sciacallaggio che segue la caduta di ogni tiranno. Imelda, esiliata nell’86, ha dovuto affrontare, dopo la morte di Ferdinand (1989), moltissime cause legali. La maggior parte riguardavano l’accusa di corruzione. Sostiene, l’ex reginetta di bellezza, che siano state 901. Le hanno tolto molto. Molti soldi, molti preziosi. Molti Canaletto, Gaugin, Botticelli. Da tempo è tornata nelle Filippine, si è candidata a premier, perdendo, e ha ottenuto un seggio da senatore. Si dedica principalmente all’energia pulita, alla cultura, ai poveri. Cose che ha sempre fatto, anche durante i quattordici anni di dittatura, sostiene. Eppure mentre un’intera nazione mendicava scalza per le strade sudicie, Imelda possedeva abbastanza scarpe per poter disporre di un diverso paio ogni giorno per più di sette anni. La sua naïveté appare ancora un enigma, quando dichiara, a 83 anni, di essere “povera”. Povera, sì, perché la povertà è relativa. O di aver sempre sentito un senso di dovere nell’essere elegante, anche, anzi, soprattutto quando le toccava incontrare “i poveri” (sic). «Dovevo essere una sorta di luce per loro» disse una volta, «una stella per guidarli».

Povera Imelda. Eppure icona di stile ancora oggi, malgrado il suo appoggio mai rinnegato, sempre tra il naïve e il connivente, a uno dei più disastrosi sistemi dittatoriali del ventesimo secolo. La sua collezione di tacchi, decolleté, ballerine, è stata dichiarata patrimonio universale nel 1998. Ora, come tante meraviglie dei mondi che furono, è l’inesorabile tempo della rovina.

La sua vicenda, tra splendori da Mida e fughe rocambolesche, può inspirare sdegno, certo. Rabbia, odio. Una corrotta, una dilapidatrice, un’insensibile edonista. Eppure è il fascino, che trascende ogni significato politico, che domina. L’ex diciottenne incoronata Miss Filippine, membro senza infamia né lode dell’alta borghesia locale, ha inseguito – e realizzato, eccome – un sogno di ricchezza e opulenza che forse, per un inspiegabile fatalismo storico, non poteva sopravvivere al ventunesimo secolo – così tecnologico, avaro, minimalista. Il dandysmo di Imelda Marcos (non solo scarpe: negli anni ’80 si recò più volte a Manhattan per fare shopping di grattacieli. Furono tutti, in seguito, venduti o confiscati) non appartiene neppure al secolo breve: ha un che di Mille e una notte, di orientalismo da romanzo, a metà tra l’opulenza di un Re Sole e quella di un dorato harem – di scarpe, però. Un’infinita biblioteca borgesiana fatta di tacchi e suole e fiocchi. Per questo il tesoro di Imelda è prezioso (nella forma) come una meraviglia dell’antichità, onirica e irreale nella sua megalomania. Per questo dispiace vedere mucchi di calzature muffite, tarlate, distrutte dal tempo e dalla pioggia, accatastate come spazzatura.

La Maria Antonietta contemporanea continua, come prima, a dispensare aforismi wildeiani intinti in salsa kitsch: «Amo la bellezza, e sono allergica alla bruttezza», «La bellezza è Dio fatto sostanza». Insegue un sogno di ricchezza, non più individuale forse, ma collettiva per tutte le Filippine: un tunnel che intende costruire attraverso l’intero Paese e un sistema di produzione di idrogeno dall’acqua marina. L’oceano che circonda l’arcipelago è ricco di deuterio, un isotopo stabile dell’idrogeno. «I nostri problemi sono solo temporanei», ha dichiarato nel 2006 all’Independent. Sul muro del suo appartamento, al 34° piano di un grattacielo su Manila, un poster raffigurante un triangolo sovrapposto alla carta dello stato. A ogni angolo c’è una lettera: G per gold, O per oil, D per deuterio. E pensare che il 25 febbraio di ventisei anni fa, quando fuggì con il marito, aiutata dagli Stati Uniti, indossava soltanto un paio di espadrillas.

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