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23:48 sabato 6 giugno 2026
Grazie al fotovoltaico l’Europa ha risparmiato quasi 13 miliardi di spesa energetica nonostante la crisi nello Stretto di Hormuz In media, sono 136 milioni di euro risparmiati ogni giorno, per ogni giorno dall'inizio della guerra in Iran a oggi.
In uno dei videogiochi più popolari del momento interpreti il proprietario di una biblioteca disordinatissima che deve rimettere a posto 3072 volumi Si intitola Librarian: Tidy Up The Arcane Library, giocarci è molto rilassante, basta avere la consapevolezza che la missione è impossibile.
Nelle università americane è nato un nuovo trend: subissare di fischi chiunque faccia l’elogio dell’AI È successo in almeno una decina di occasioni nelle ultime settimane. Gli studenti, appena sentono le parole intelligenza e artificiale, iniziano a fischiare.
In Albania ci sono delle enormi proteste per impedire a Jared Kushner, il genero di Trump, di costruire un resort di lusso in un’area naturale protetta Sono tre giorni che le strade di Tirana sono piene di manifestanti che vogliono fermare a tutti i costi la prosecuzione del progetto.
In realtà, mancano ancora almeno altri dieci anni prima che i lavori alla Sagrada Familia siano davvero finiti Il 10 giugno, alla presenza di Pedro Sanchez e del Papa, si festeggerà la fine dei lavori. Almeno di quelli più grossi, perché mancano ancora una facciata intera, una scalinata e un parco.
La notizia di Martin Scorsese che decide di usare l’AI per disegnare gli storyboard dei suoi film non poteva essere accolta peggio Il regista ha annunciato una collaborazione con una start up AI tedesca. La reazione è stata notevolmente negativa.
ll governo tedesco ha approvato una riforma che equipara i club ai teatri e li protegge dalla speculazione immobiliare Si spera così di fermare la Clubsterben, la morte dei club, una crisi gravissima che in questi anni ha portato alla chiusura di decine di locali storici.
Il brand di skincare The Ordinary se la sta prendendo con l’assurdo marketing e i prezzi folli dei brand di skincare “Buy the ingredients, not the hype”, si intitola la nuova campagna del brand, in cui a prodotti di uso comune viene applicata la stessa maggiorazione di prezzo che si usa con gli ingredienti dei cosmetici.

L’arte sublime e popolare di Prince

L'artista americano è stato forse lo spirito fisico più enigmatico, generoso, bizzarro, attento, che la musica pop potesse metter sotto i riflettori.

21 Aprile 2016

Sui mezzi di trasporto del sedicesimo anno del ventunesimo secolo le persone stanno incollate alle tavolette digitali, poi la linea vacilla e così le persone si rannicchiano, mostrano ginocchia e guance molleggiate: poi si risvegliano, strizzano gli occhi, si guardano intorno e si tuffano di nuovo nel rettangolo retroilluminato, e nel mondo di adesso, poco dopo il sogno che non ricordano, Prince è morto.

Le persone si guardano intorno, per dire due parole, per condividere qualcosa, per sfuggire alla strana ridicola angoscia di scegliere una persona tra sette miliardi ed elevarla a simbolo – sì, proprio symbol, come l’artista di Minneapolis aveva deciso di farsi chiamare nella sua costante ricerca di ombra nella luce dell’essere una vera stella – una stele che portava addosso i segni del tempo e dell’up-tempo, della melodia zuccherosa e della vocina improbabile, del mito urbano intinto di pioggia viola e del ladro nel tempio della musica nera universale: funk, blues, ballate bianche immerse nella chitarra gialla, titoli narrativi è meravigliosi come Around the World in a Day e allusivamente cabalistici come 1999. Prince poteva fare letteralmente quel che voleva con qualsiasi materiale avesse nelle lunghe dita che non risparmiavano minuti, nel buio avventuroso dei suoi concerti, enormi, capaci di cover per le quali persino l’aggettivo filologico riesce a grondare gocce di ballo e sangue, andare a ripescare la sua “Creep” dei Radiohead per credere.

Un giorno un artista newyorkese molto vicina alle diverse scene musicali della città mi ha raccontato l’impressione che aveva destato in lei l’apparizione di un cotonato Prince nel 1979 o 1980, alla tv, con quelle ottave sotto choc dal falsetto impossibile e l’arabesco senza fine dei suoi primissimi dischi, a un passo dai fatali anni Ottanta, il decennio del principe: ma Eighties molto diversi dalla vulgata italiana: plastica parlante e cantante, postmoderno selvatico e cupo, fumettistico e sexy, impaurito e messianico, pieno di soldi e laboratorio ricco di tutto ciò che dopo sarebbe avvenuto in modo povero.

Prince è riuscito nell’impresa che sembra impossibile a tutti noi, figli di “Purple Rain” e “Let’s Dance”, entrambi ballati e suonati in ogni tavernetta e sotto ogni maglione salmone nell’inverno che univa il 1983 al 1984: fare arte sublime e popolare, musica di ricerca apprezzata da tutti: come scriveva Raymond Loewy, anche lui era un M.A.Y.A.: Most Advanced Yet Accessible, autore di melodie formidabili e tagli di ritmo che fanno venir voglia di essere un po più vivi, e testi baciati dai titolari dell’assurdo nell’Olimpo del Kitsch che ci fa piangere e danzare.

2007 NCLR ALMA Awards - Show

I passeggeri del treno velocissimo continuano a cercare frazioni di sguardo per poter cantare “Kiss” o “Cream” ma nessuno rintraccia nessuno: il mondo che l’artista formerly known as Prince detestava per questioni principesche di royalties: tanto che non potrete commemorarlo in streaming su Spotify o Apple Music: dovete fare come si fa con Lucio Battisti, o rispolverare il vecchio lucido luminescente compact disc, o i vinili che avvolgeva in copertine meravigliose di colori squillanti, spalle e torso nudi in modi volutamente fastidiosi, da popstar di un’eterna città disegnata per adolescenti melodrammatici, mentre in verità lui era il Frank Zappa della musica nera: onnipotente, tecnicamente ed esteticamente, con la dote sempre più rara di produrre lo “scatto melodico”: il desiderio di essere qualcun altro, quando si vuole, con il walkman, lungo le strade con il ciuffo e il riverbero e le lastre di tastiere sospese come travi. Ecco perché fra poco spenderete 99 centesimi e renderete il giusto omaggio al piccolo maestro grande, e ai suoi occhi dilatati da tutti i suoni che non aveva ancora afferrato, con questi cinque capolavori non completamente ovvi:

* “D.M.S.R.”, acronimo misterioso (ma nemmeno tanto: Dance Music Sex Romance), come misteriosa (ma nemmeno tanto) era la formula del Prince di 1999, lp di ritmi dance dada artificiali, urletti, coretti e amplificazioni complete del diritto a vivere con levità la breve parentesi della vita: ballo, musica, sesso, romanticismo.

* “Take me with U”, da Purple Rain: perché l’ossessione di scrivere i testi e i titoli in quel modo ha anticipato di vent’anni la grammatica con cui tutti oggi sintetizziamo sentimenti non molto diversi da quelli basici delle canzoni pop: non mi importa dove andiamo, soltanto portami con te.

* “Raspberry Beret”, da Around the World in a Day, perché nel disco più beatlesiano di Prince c’è questa gemma da violino elettrico, un valzer soul che fa venir voglia di innamorarsi di quelle fanciulle che costellano le volte sbagliate, sempre immaginate senza nulla addosso, e una magnifico definizione della nostra vita attuale, jobless e digitale, descrizione involontaria da vero aruspice: «It seems that I was busy doing something close to nothing / but different from the day before».

* “Nothing compares 2 U”, la ballata triste più bella mai scritta, e il vero genio di Prince fu lasciarla cantare all’unica voce che poteva farlo: e se ascoltate attenti i passaggi del pezzo, guardando Sinead O’Connor giovane, immacolata e sensualissima, potete cogliere uno dei tratti del genio: invertire i sensi, e raccontare il delirio dell’abbandono pensando al delirio dell’amplesso, dal Minnesota pagano all’Irlanda cattolica.

* “Thieves in the Temple”, da Graffiti Bridge, 1990: una meticolosa costruzione barocca che, insieme a tante altre, pone l’artista in compagnia dei grandi esponenti della musica afroamericana del secolo: da Miles Davis, con cui ha collaborato, ai diversi produttori hip-hop che l’hanno diverse volte campionato.

Prince è stato per noi tutti lo spirito fisico più enigmatico, generoso, bizzarro, attento, che la musica pop potesse metter su un palco e sotto i riflettori: un fantasma capace di assoli estenuanti, il più grande madrigalista del sesso postmoderno, il responsabile dei due accordi fantastici con cui si apre “Starfish and Coffee”, che potrei ascoltare per ore intere (e dura solo un paio di minuti): caffè e stella marina: tutto era quotidiano, tutto era strano, nella colazione di Prince Rogers Nelson, capitano di ventura del funk, re di un’epoca di plastica concepita per tendere all’eternità.

(Foto Getty Images)
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