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05:52 martedì 17 marzo 2026
Il creatore di Fortnite sta usando i miliardi guadagnati con il videogioco per comprare foreste e salvarle dall’abbattimento Tim Sweeney sta usando il suo patrimonio personale per salvare milioni di chilometri quadrati di foresta, sottraendoli alla speculazione immobiliare.
Agli Oscar due film hanno vinto lo stesso premio e così molte persone hanno scoperto che agli Oscar si può pareggiare e che è già successo sette volte in passato È avvenuto nella categoria Miglior cortometraggio live action, dove il premio lo hanno vinto sia The Singers che Two People Exchanging Saliva.
In Voce Triennale arriva Equinozio, tre giorni e tre notti di concerti, performance e talk per festeggiare l’inizio della primavera Da venerdì 20 a domenica 22 marzo «una lunga e leggera progressione di danze», come l'ha definita il curatore Carlo Antonelli.
Macron ha usato una canzone dei Justice come colonna sonora del video in cui presenta il nuovo arsenale nucleare francese Il post è stato successivamente modificato per rimuovere la canzone, lasciando solo le parole nette del Presidente sull’invincibilità delle armi nucleari francesi.
Il siparietto tra Anna Wintour e Anne Hathaway sul palco degli Oscar è la miglior trovata della campagna promozionale del Diavolo veste Prada 2 Non c'è ancora la certezza matematica della sua partecipazione al sequel, ma sul palco degli Oscar di ieri si è molto immedesimata nel ruolo di Miranda Priestly.
A Sean Penn importa così poco di aver vinto l’Oscar che non si è presentato alla cerimonia e non ha mandato nessuno a ritirare il premio al posto suo «Non ha potuto essere qui questa sera, o non ha voluto, quindi ritirerò il premio a suo nome», ha detto Kieran Culkin, che ha ritirato il premio per lui.
Il “No to War and Free Palestine” di Javier Bardem è diventato il momento più rivisto e commentato di questi Oscar L'attore è salito sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles per presentare il premio al Miglior film internazionale. Ma prima ha voluto lanciare un messaggio.
Due episodi di Doctor Who degli anni ’60 che si pensava fossero andati perduti sono stati ritrovati in uno scatolone nella casa di un collezionista Si tratta, tra l'altro, di due puntate molto importanti perché raccontano la storia dei Dalek, i villain più famosi dell'universo di Doctor Who.

L’affabulatore statistico/1

Nonostante riveli diverse fallacie continuiamo a fidarci ciecamente del metodo statistico

06 Settembre 2012

Da bambino l’esplorazione quantitativa della realtà mi ha aiutato a prendere le misure al mondo. Non troppo tempo dopo aver imparato a chiedere “pappa” ho cominciato a tediare i miei genitori, e in particolare mio padre, con interrogativi di questo genere: «Secondo te pesa di più l’Everest o tutte le portaerei del pianeta messe insieme?», «Secondo te quante formiche ci sono sulla Terra?», «Secondo te quante bottiglie servono per contenere l’Atlantico?», «Secondo te quanti secondi sono passati dalla scoperta dell’America?».  A quel punto mio padre, che all’epoca non aveva nessuna Wikipedia da sbirciare sull’iPhone, congetturava ad alta voce per un po’ e quindi abbozzava una risposta che già allora sospettavo priva dell’esattezza scientifica sperata. Tu chiamalo, se vuoi, autismo.

Per ragioni simili qualche anno dopo mi sono appassionato a due sport, il basket e il football americano, nei quali la statistica è utilizzata massicciamente per misurare le prestazioni dei giocatori (a volte esagerando, come dimostra quest’articolo). Dopo anni felici passati sui tabellini Nba e Nfl a rifocillarmi di medie aritmetiche (rimbalzi per partita, numero di yard corse dopo la ricezione etc.), in seguito ho capito che la “fissazione statistica” non era connaturata tanto agli sport in sé (in effetti si potrebbe tranquillamente applicare a una stagione di Serie A – media contrasti vinti, media passaggi riusciti etc. etc. etc. – ma dubito che il tifoso italiano si interesserebbe troppo a questi dati) quanto a una specifica ossessione della cultura americana per le grandezze, che in Europa non è mai diventata “mainstream”.

Passato altro tempo trovai in Michel Foucault l’idea della statistica come scienza sociale sempre più elaborata, allo scopo di – detto barbaramente – “controllarci meglio”. Una concezione fosca, con la quale peraltro in parte concordo, che non ha comunque affievolito il mio interesse e così ancora oggi, quando mi appassiono a qualcosa di nuovo, il mio primo istinto è cercare dei numeri. A differenza di mio padre tuttavia, ora dispongo di Wikipedia e di altri migliaia di dati a portata di palmo. Dovrebbe essere un bel vantaggio, giusto? In teoria, sì. In pratica, gnek.

Città e altri disastri

Circa un anno fa ho cominciato a leggere di urbanistica.  Naturalmente, trattando di città, questa disciplina presenta moltissimi numeri (abitanti, densità, estensione territoriale etc.) tutti facilmente rintracciabili e consultabili su Internet. A prima vista sembrerebbe una cuccagna  ma purtroppo non è così; specie se si tiene all’esattezza. Provate a togliervi la più banale delle curiosità e cercate su Google «città più popolosa del mondo». Il primo risultato che vi dovrebbe apparire è una pagina di Wikipedia Italia che si rifà a una indagine delle U.N. e accredita il primato a Shangai con 23 milioni di abitanti, seguita da Mumbai e Istanbul a 13. Supponiamo che dopo tutto non vi vogliate fidare di un’unica fonte ma nemmeno abbiate voglia di perdere troppo tempo e vi limitiate a consultare Wikipedia in altre lingue, magari in Inglese, ed ecco che come per un prodigio vi si aprirà di fronte un altro pianeta a un solo click di distanza. Un pianeta sul quale Shangai ha sei milioni di abitanti in meno del precedente e Istanbul due in più. Ripetete l’operazione un numero X di volte (meglio ancora se consultando classifiche su altre fonti d’informazione) e otterrete un numero equivalente di pianeti. C’è un pianeta in cui Tokyo ha 37 milioni di abitanti e uno in cui ne ha 8, in un pianeta Los Angeles conta una popolazione poco superiore a Roma, in un altro poco inferiore a Mumbai.  Tutto questo è spiegabile senza ricorrere agli Universi Paralleli; semplicemente riflette la mancanza di un accordo generale circa la definizione di città dal punto di vista territoriale e demografico (dobbiamo contare gli abitanti che vivono all’interno della municipalità vera e propria o quelli che vivono nell’intera area metropolitana? Esistono varie scuole di pensiero), nonché le differenze nelle procedure di rilevamento da contesto a contesto, da Paese a Paese.

È interessante però notare che una domanda semplice come “qual è la città più popolosa della Terra” resta senza una risposta univoca. Ogni mattina apriamo gli occhi su un mondo più ricco d’informazioni di quello su cui li abbiamo chiusi la sera precedente eppure non sempre disponiamo di dati certi persino su questioni piuttosto basilari. Nonostante un esempio del genere, tra i tanti che si potrebbero portare, palesi i rischi insiti nell’accettazione aprioristica del metodo statistico; continuiamo a riporre  una fiducia cieca nella sua supposta esattezza, a utilizzarlo per farci orientare in scelte molto importanti in materia di politica, economia o appunto urbanismo. Specialmente in un tempo critico come l’attuale, subiamo bombardamenti di sondaggi, grafici a torta, info-grafiche, numeri a decine di cifre e ne veniamo sollevati o terrorizzati a seconda dei casi; reagiamo irrazionalmente spesso senza porci le giuste domande: cosa ci dicono davvero gli indici che abbiamo sotto gli occhi?, chi e come li ha ricavati?,  di quali parametri tengono conto? Parliamo di municipalità o area metropolitana? Di Debito/Pil o Debito lordo? Nel dibattito pubblico il più delle volte la statistica viene accolta come il rapsodo che racconta il mito. Non chiarisce, affabula.

Continua giovedì 13

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