Nella carne è una citazione esplicita del film di Stanley Kubrick nella Londra di questo secolo, con una profonda riflessione su cos'è la mascolinità oggi.
I giurati del Booker Prize hanno detto di aver premiato Nella carne di David Szalay perché «non abbiamo mai letto niente del genere»
Già pubblicato in Italia da Adelphi, il romanzo di Szalay si conferma così, ancora una volta, uno dei libri dell'anno.
Dopo essere arrivato in finale nel 2016 con Tutto quello che è un uomo, David Szalay ha vinto il Booker Prize 2025 con il romanzo Nella carne. Secondo la giuria, presieduta da Roddy Doyle, il verdetto è stato unanime e solo uno degli altri cinque finalisti (i giurati però non hanno rivelato quale) è andato vicino a insidiare il primo di Szalay. Secondo Doyle, a conquistare la giuria, oltre alla prosa dello scrittore, è stato proprio il suo approccio “oscuro”, unito ai temi forti del libro. I giurati hanno spiegato al Guardian di non aver mai letto nulla di neanche lontanamente simile a Nella carne.
Il romanzo, già pubblicato in Italia da Adelphi, segue la vita in salita di István, un giovane ungherese diviso tra madre patria e Regno Unito. Dopo un’adolescenza di povertà e un periodo trascorso come recluta nell’esercito ungherese, il protagonista si trasferisce a Londra per lavorare al servizio degli ultra ricchi. La trama si rifà esplicitamente al Barry Lyndon di Stanley Kubrick, aggiornandolo al giorno d’oggi. Un altro tema cardine di Nella carne è l’analisi delle sfaccettature della mascolinità contemporanea, indagata raccontando l’ascesa e la caduta di quest’uomo che attraversa i decenni, gli eventi storici, le classi sociali.
Un altro tema fondamentale di Nella carne è, come suggerisce il titolo stesso del romanzo, il corpo. Come ha scritto Davide Coppo nella sua recensione per Rivista Studio, «Istvàn rappresenta un uomo che si trova un corpo (e un genere) con un certo potere e una certa potenza, ma non lo dà per scontato. Questo non vuol dire che lo metta in discussione: non è ancora a quel punto, non è così complesso, potrei dire. Però certe volte si trova addosso tutto un disagio, e non sa perché. Sente il corpo che pretende, e lui non sa resistere».
Il film di Albert Serra sul torero peruviano Andrés Roca Rey porta il documentario in un territorio inesplorato e violento, persino ostile allo spettatore. Ed è proprio questo a renderlo una delle opere fondamentali della storia recente del cinema.
Il libro, uscito 20 anni fa in Francia ma solo adesso in Italia, è il racconto in immagini e parole della breve storia d'amore con il fotografo Marc Marie, attraverso il quale Ernaux tocca tutti i temi che caratterizzano la sua letteratura.