L'Agence nationale de sécurité du médicament et des produits de santé ha datto la sua approvazione ufficiale: è la prima agenzia del farmaco al mondo a farlo.
K-hole di Carlo Mazza Galanti, il libro uscito a marzo di quest’anno per Nero, ha un titolone gommoso che si allunga in verticale sulla copertina in acetato, un sottotitolo giallo che chiarisce «come la KETAMINA ha inventato il futuro» a chi non avesse colto il senso del titolo e un delfino bianco pixelato che si tuffa sotto la sovracoperta con un ghigno sinistramente monello. È un libro a cui piace farsi notare, per cui aspettatevi di incrociare occhiatine complici e sorrisi furbetti nel portarvelo in giro.
Scorrendo l’indice, si incontra una lunga lista di capitoli – ben 64 per nemmeno 300 pagine – dai titoli bizzarri. Non che sia insolito incappare in termini sconosciuti nelle pubblicazioni di Nero, ma in questo caso la singolarità e la varietà degli argomenti elencati dicono molto sulla natura colloidale del mondo della ketamina. I capitoli si rimandano continuamente l’un l’altro, così che man mano che si procede nella lettura l’indice sembra diventare una rete di link. Qualcosa di simile al diagramma dei personaggi di Infinite Jest realizzato da Sam Potts, solo che qui a intrecciarsi sono (tra le altre cose): esperimenti militari, comunicazioni interspecie, alieni, dio, delfini, morti, esperienze pre-morte, queerness e technorave. I rimandi interni servono tanto a guidare la lettura quanto a confondere il lettore, mettendo in crisi l’idea di una progressione lineare.
Ma in K-hole non si trova la narrazione allucinata degli autori più entusiasti della psichedelia, e nemmeno la pacata compostezza del virgiliano racconto di Michael Pollan del suo How to Change Your Mind, libro che più di altri in tempi recenti ha riportato in auge il dibattito sull’uso terapeutico degli psichedelici. Il testo di Galanti non parla neanche necessariamente di uso terapeutico, o comunque non solo di quello. Ci si trova anche tanto sballo: un condensato di stoner knowledge da poterci rispondere ai prompt di mille profili Hinge. E ci sono anche dei chiari topoi letterari: la discesa agli inferi, l’ineffabilità dell’esperienza, la dissoluzione dell’io, il labirinto. Miti antichi riletti alla fredda luce tagliente della ketamina e contestualizzati nell’era del capitalismo tecnologico.
La ketamina infatti è diversa dall’Lsd, dalla psilocibina e dalle altre sostanze psichedeliche più classiche, spesso associate a un’espansione immaginifica e creativa della coscienza. Scrive l’autore che «la K è una droga mercuriale, mutevole e sfuggente» che non amplifica ma semmai sottrae. L’esperienza che induce viene anche accostata all’orizzonte emotivo tipico del capitalismo avanzato, fatto di isolamento e disconnessione. Le sue ripercussioni fisiche e mentali sono talmente inibitorie e spersonalizzanti da ridurre il suo utilizzatore a un automa preda della sostanza – non troppo diverso, suggerisce il libro, dall’individuo contemporaneo, sempre più incapace di organizzare la propria esistenza al di fuori di logiche controllate dal sistema.
La particella elementare del tecnofeudalesimo
Sarà per questo che è così gradita nelle alte sfere della Silicon Valley, oltre che nei bassifondi dei party techno. Elon Musk ne parla apertamente come di uno strumento di manutenzione, utile anche nella gestione della depressione, mentre intorno a lui un ecosistema di founder e investitori la integra in protocolli di cura, ottimizzazione o debugging del sé. È talmente tanto associata a un immaginario produttivo e industriale che i fricchettoni se ne tengono per lo più alla larga, mentre in mano ai techbro la ketamina sembra offrire una stanza dello spirito e del tempo in cui accelerare i processi di meccanizzazione dell’esperienza, più che un rifugio spirituale.
Una sostanza che serve molti padroni e può fungere da strumento per l’investigazione della coscienza, come da specchio della tendenza alla smaterializzazione del mondo contemporaneo. Bellissimo, in questo senso, il passaggio dell’autore sulla trap: «Costretti a ripetere come automi gli slogan tossici del pensiero dominante, i trapper elaborano sul piano sonoro la ricerca di una dissociazione psichica, di una trance liberatoria, capace di affrancarli dal mondo e da loro stessi». Lo statuto di droga è qui messo in discussione, o comunque approfondito e osservato attraverso la lente distorta delle patologie della società. Anche solo la trance collettiva ricercata dai frequentatori dei rave assume quindi un significato stratificato, che parte dall’impagabile sensazione per un individuo di vivere immerso nel momento presente, passa dalla necessità di contatto umano – di strofinare la pelle sudata al ritmo della stessa marcia cadenzata – e arriva fino a toccare una condizione transindividuale, in una fusione di corpi e menti. L’aspetto edonistico e quello trascendente non sono mutuamente esclusivi.
Down in the K-Hole
Leggere K-hole è un esercizio informativo. Nonostante la prosa saggistica, le pagine scorrono veloci e il notevole carico di idee e suggestioni viaggia leggero su cuscinetti ad aria. Tutti i temi trattati in questo testo sono interessanti, a volte spaventosi. Se sei una di quelle persone a cui piace leggere articoli a caso su Wikipedia (si scrive Wikipedia, si pronuncia Reddit) su qualsiasi argomento, questo libro fa per te. Se sei una di quelle che almeno una volta nella vita ha sentito l’esigenza di provare una vasca di deprivazione sensoriale o di un silent retreat, pure.
A questo proposito, faccio presente una scoperta neanche troppo recente ma che mi aveva parecchio impressionata. In questo articolo di dicembre 2024 di Internazionale, si parla degli effetti avversi della troppa meditazione, che possono arrivare a scatenare dei veri e propri episodi psicotici e dissociativi simili a quelli di un brutto k-hole. Se già questo è di per sé sorprendente, il vero scoop era stato scoprire dell’esistenza di cliniche specializzate nel trattamento di queste spiritual emergencies, offerenti percorsi di assistenza e cura per gli stati d’ansia e per la derealizzazione insorti in seguito a un eccesso di pratica.
Sembra allora emergere un trend per cui i mali del capitalismo vengono curati con delle propaggini del capitalismo. Dopotutto il mercato del benessere è più fiorente che mai, e secondo il Global Wellness Economy Monitor (2024/2025), il settore è cresciuto del 7,9 per cento tra il 2023 e il 2024, raggiungendo i 6,8 trilioni di dollari. Il valore del mercato terapeutico psichedelico globale, invece, è oggi stimato tra i 3 e i 6 miliardi di dollari e ci si aspetta una crescita fino a 8,31 miliardi entro il 2028. Fatto questo doveroso monito per chi avesse intenzione di andarci giù pesante con la meditazione, ricordo invece che le rehab per i tossicodipendenti sono già ben collaudate e diffuse sul territorio, pronte a ricevere chi dovesse leggere K-hole sprovvisto dell’arguto spirito critico dell’autore.
«È la storia di un uomo che ci ha messo 15 anni a fare un film e che finché non ci è riuscito non ha fatto nient'altro. Tutto raccontato con l'ironia di mio padre», ha detto Raffaella Leone, figlia di Sergio e produttrice del film.
