Hype ↓
21:27 martedì 15 settembre 2026
A quanto pare, il nuovo ayatollah Mojtaba Khamenei ha due grandi passioni: i film di Christopher Nolan e le startup tech Lo hanno detto il cognato e la suocera, parenti della moglie Zahra Haddad-Adel, uccisa nello stesso attacco in cui è morto il padre Ali, a diversi media vicini al regime.
Per la prima volta nella storia, e “grazie” agli Stati Uniti, ci sono armi anche nello spazio aperto Non esistono dettagli sul tipo di armi ma la US Space Force ha detto che «possono essere impiegate sia a scopo difensivo che offensivo».
Non contento di stare girando già una dozzina di film contemporaneamente, Luca Guadagnino ha pure disegnato una collezione di arredamento e abbigliamento di 140 pezzi per Zara 65 pezzi tra mobili e oggetti per la casa, a cui si affiancano 75 capi tra abbigliamento e accessori. Realizzati nei ritagli di tempo tra un set e un red carpet, si capisce.
La colonna sonora più incredibile dell’anno è quella di un documentario sulla scena rave ucraina in cui suonano Fred Again, Brian Eno, Aphex Twin, Sega Bodega e gli Idles Si intitola Black Sunflowers, ha debuttato al Toronto International Film Festival l'11 settembre e, anche e soprattutto grazie alla musica, è già uno dei documentari più chiaccherati dell'anno.
Secondo una ricerca pubblicata su Lancet, basterebbe una patrimoniale del 3 per cento sulla ricchezza dei miliardari per salvare la vita a 30 milioni di persone Un minuscolo contributo dei 3 mila miliardari che vivono nel nostro mondo, che collettivamente possiedono un patrimonio di 17 mila miliardi.
Bernie Sanders ha proposto una legge per punire chi sviluppa una “super AI” con la stessa pena di chi sviluppa un’arma nucleare illegale Proposta di legge (che difficilmente verrà approvata) a cui ha dato l'esplicativo titolo di Ban Artificial Superintelligence Act.
Sulle Dolomiti quest’anno ci sono davvero tutti, pure Timothée Chalamet Assieme a suo padre Marc, compagno di un'escursione che l'attore ha dettagliatamente raccontato in un post Instagram.
Il governo israeliano vuole revocare la cittadinanza ai registi di NAZA, Yuval Abraham e Rachel Szor, per alto tradimento Vincitori del Premio speciale della giuria a Venezia, i due si sono ritrovati accusati dal Ministro della Cultura Miki Zohar.

Come Jonathan Gold ha trasformato il food writing

Chi era lo scrittore e critico gastronomico appena scomparso. Un premio Pulitzer che ha raccontato Los Angeles attraverso la cucina.

24 Luglio 2018

È scomparso all’età di 57 anni Jonathan Gold, il leggendario food writer di Los Angeles che era molto di più di un semplice food writer: in molti lo considerano il progenitore di quel genere sofisticato, a metà strada tra la critica culinaria e la critica tout court, che oggi è assai diffuso ma di cui Gold è stato l’ideatore. Anche per questo, ma non solo per questo, era una sorta di celebrità, almeno nella bolla di chi si interessa di cultura e di stili di vita. Firma storica del LA Weekly, nel 2000 ha pubblicato il libro che l’ha reso famoso, Counter Intelligence: Where to Eat in the Real Los Angeles, una antologia dei suoi viaggi nella ristoriazione di LA che è anche una guida alla città “vera”, oltre il mito delle celebrity. Nel 2007 ha vinto il premio Pulitzer per la critica, diventando il primo food writer a ottenere questo riconoscimento. Nel 2009 New Yorker gli ha dedicato un profilo di circa trentamila battute, a conferma di quanto fosse diventato rilevante.

Gold è morto sabato, ma gli obituary a lui dedicato sono stati pubblicati qualche giorno dopo. Sempre sul New Yorker, Dana Goodyear ha scritto: «Era prima di tutto un pensatore, e in secondo luogo un mangiatore, che pianificava le sue incursioni da performance artist, quale era diventato». E ancora: «Con un senso dell’umorismo degno di John Milton (una volta ha paragonato la carne che traboccava da un tacos a “Beyoncé in una tutina stretta”), e una gamma di riferimenti che spaziavano dalla letteratura all’arte contemporanea fino alla musica pop, Gold ha liberato la recensione dei ristoranti dalle sue costrizioni». In altre parole, ha imbastardito il genere, e insieme alzato l’asticella e il risultato, oggi, è tutto intorno a noi: «Oggi esistono milioni di mini-Gold ed è quasi impossibile scrivere la recensione di un ristorante senza essergli in qualche modo debitore».

Jonathan Gold scrittore

Ricordando lo scrittore scomparso su Eater, invece, Meghan McCarron si è domandata come farà Los Angeles a cavarsela senza di lui: «Los Angeles non è in lutto soltanto per la perdita di un pioniere del food writing. La seconda città d’America ha appena perduto un santo laico». Quello che ha fatto di Gold una figura particolarmente amata, spiega la giornalista, è stata la sua capacita di «vedere il meglio della città» e «spiegare al resto degli americani che questo posto, raffigurato dai media come una città vacua e senz’anima, in realtà è il cuore pulsante del Paese». Fino a poco tempo fa, scrive McCarron, Los Angeles era descritta come una fabbrica di delusioni e di celebrità ossessionate dal loro stato, con qualche rimasuglio di contro-cultura rimasto nascosto qua e là. Se questa immagine, che pure un po’ resiste, è stata in gran parte superata, se oggi il resto del mondo sa che Los Angeles è «una metropoli vibrante, divisa, e immensamente varia» lo dobbiamo anche, se non soprattutto, alle recensioni dei ristoranti di Gold. «Prima degli smartphone, non c’era un’introduzione migliore a Los Angeles di una copia di Counter Intelligence».

Jonathan Gold è nato e cresciuto a Los Angeles, però il suo rapporto con la città, con il cibo e con lo scrivere è sempre stato caratterizzato da un interesse per la cucina degli immigrati. Non a caso il suo interesse per i ristoranti è nato da un corso di geografia culturale, seguito mentre frequentava la Ucla verso l’inizio degli anni Ottanta. Il profilo sul New Yorker, che lo ha incoronato “grande sacerdote di Los Angeles”, racconta che per 25 anni ha indagato i ristoranti peruviani, coreani, uzbeki, thailandesi, islamico-cinesi, il genere di buchi dove si servono gli insetti e magari si nasconde qualche estremista. All’intervistatrice, Gold disse di visitare ogni anno circa trecento o cinquecento ristoranti.

Il risultato è che i suoi pezzi sul LA Weekly si sono ben presto trasformati in un ritratto della città e dei suoi cambiamenti, etnici e geografici, senza sosta: i negozi ebraici di bagel che si trasformavano in ristoranti filippini, gli iraniani in fuga dagli ayatollah che si portavano dietro le loro ricette, e via dicendo. Le cronache di Gold, insomma, «raccontavano quali nuove popolazioni arrivavano, e dove andavano a insediarsi in città, molto prima che gli uffici di statistica se ne accorgessero». Il food writer, sempre secondo il ritratto-intervista del New Yorker, era un seguace di una vecchia regola che fu di George Orwell: più chic è il ristorante, più schifezze i camerieri hanno piazzato nel tuo piatto. Oggi, ora che la nobilitazione dello street food etnico è un fatto compiuto e digerito, ora che l’ossessione per l’autenticità è talmente diffusa da risultare stucchevole e avere quasi fatto il giro in peggio, nel 2018, si diceva, sembra tutto scontato e banale. Jonathan Gold però ha anticipato tutto di due decenni. E se oggi alcune cose ci sembrano così banali è perché una parte del suo gusto ci è entrato sottopelle.

Articoli Suggeriti
A Oriana Fallaci è toccata una sorte peggiore della dannazione: la citazione a sproposito

Dal giorno della sua morte, è stata tirata in mezzo a tutte le polemiche di questi anni, da chiunque avesse bisogno di una bandiera, una statua, un simbolo dietro il quale nascondersi.

La colonna sonora più incredibile dell’anno è quella di un documentario sulla scena rave ucraina in cui suonano Fred Again, Brian Eno, Aphex Twin, Sega Bodega e gli Idles

Si intitola Black Sunflowers, ha debuttato al Toronto International Film Festival l'11 settembre e, anche e soprattutto grazie alla musica, è già uno dei documentari più chiaccherati dell'anno.