I Pasdaran hanno iniziato a colpire i data center di Amazon negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, sostenendo che gli attacchi di Usa e Israele passano anche da quelle strutture.
Jeremy Corbyn ha fondato un nuovo partito ma c’è già un problema: non si capisce come si chiama
In molti si sono convinti che si chiami Your Party, ma quello in realtà è solo il nome del sito per iscriversi al partito.
«È il momento di un nuovo tipo di partito politico, uno che appartenga a voi». Con queste parole Jeremy Corbyn ha confermato voci che nella cronaca politica inglese giravano da un pezzo: si sta preparando a lanciare un nuovo partito, uno tutto suo, uno che vada a prendersi un pezzo dell’elettorato del Labour, che accontenti gli scontenti di Starmer, che convinca chi si astiene a ritornare a votare. Le voci si sono rivelate fondate, Corbyn – che attualmente fa il deputato, eletto da indipendente – il suo partito se lo è fatto davvero, assieme alla deputata Zarah Sultana, che ha recentemente abbandonato i laburisti per risistemarsi tra gli indipendenti.
«Un’alternativa vera, democratica, radicata nelle comunità locali e nel Paese reale», così i due fondatori descrivono il loro partito prossimo venturo. La linea politica verrà stabilita con l’imminente congresso, la cui data d’inizio verrà annunciata a breve. Nel frattempo, Corbyn e Sultana invitano tutti a iscriversi al sito Your Party. Che, però, precisano essere soltanto il nome di un sito, non quello del partito. Una precisazione resasi necessaria vista la confusione che si era generata attorno a questa questione di naming, per così dire: «It’s not called Your Party!», ha scritto, a tanto così dall’uso dal caps lock, Sultana in un post su X.
It’s not called Your Party!
— Zarah Sultana MP (@zarahsultana) July 24, 2025
La linea politica del partito, per questo ancora in via di definizione, appare già sufficientemente chiara: «Affrontare i ricchi e potenti, e vincere», questa al momento l’ambizione massima dichiarata. Come affrontarli e come vincerli, i ricchi e potenti? Innanzitutto, redistribuzione della ricchezza, perché non è accettabile che «non ci siano soldi per i poveri ma ci siano i miliardi per la guerra». Poi, nazionalizzazioni: «dell’industria energetica, dell’acqua, delle ferrovie, delle poste», proteggendo anche l’Nhs (il Servizio sanitario nazionale inglese) da «qualsiasi tentativo di privatizzazione». Infine, tre punti anche questi noti da tempo: lotta alla crisi climatica, interruzione della vendita di armi a Israele e immediato riconoscimento dello Stato palestinese.
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