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It e la nostalgia della paura

Perché il nuovo adattamento cinematografico del capolavoro di Stephen King sembra meno spaventoso del primo, nonostante sia decisamente più brutale.

19 Settembre 2017

Il terrore, che sarebbe durato per tre o quattro anni, ma forse anche di più, ebbe inizio probabilmente durante un break pubblicitario tra una scena e l’altra di un Fantaghirò qualunque. Da giovanissimo, in un tempo  le cui preoccupazioni erano ai tempi limitate a oratorio e Super Nintendo, con qualche incursione di confusione matematica sui banchi di scuola, vedevo per la prima volta su Canale 5 il volto del clown assassino Pennywise. Rimbalzando agilmente sulle onde del segnale berlusconiano, quella combinazione di capoccione tondo, oscenamente bianco, e semiciambellone di capelli rossissimi mi si avvitava nel cervello per restarci e tornare a fare capolino (è bravissimo, Pennywise, a fare capolino) a ogni minimo trigger.

Nel 1993, quando la miniserie tratta da It, il più celebre romanzo di Stephen King, uscì in Italia, non mi azzardai neanche a guardarlo. Il trailer – e il teaser, santo cielo, che era ancora più misterioso e terrificante – mi era decisamente bastato. Poi, un giorno in vacanza a Sestri Levante, mio fratello decise di comprare il libro, che mollò dopo il primo capitolo. Quel mattone rimase sulla mensola in camera nostra ad accumulare polvere per anni, ma quelle due lettere nere in font stile A-Team smangiucchiato, su una costina bianca sconfinata (edizione economica Sperling & Kupfer), mi fissarono così a lungo che alla fine mi decisi a leggerlo.

Nonostante la stazza del volume, divorai tutte e 1238 le pagine in un paio di settimane – più o meno la stessa voracità con cui Pennywise si spolpava i bambini di Derry, la cittadina fittizia del New England in cui il romanzo è ambientato. Per chi non lo sapesse, It è la storia di sette ragazzini, tutti più o meno emarginati a vario titolo, che uniscono le forze per sconfiggere un innominato e multiforme mostro che infesta il luogo dove vivono, mietendo nuove vittime ogni ventisette anni o giù di lì. Il romanzo è ambientato nel 1985, quando i bambini ormai adulti sono richiamati dal proprio giuramento a tornare per finire il lavoro, iniziato a fine anni ’50.

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Ci sono diverse ragioni per cui il libro mipiacque così tanto: la storia (che viaggia su due binari paralleli: infanzia ed età adulta) si svela dapprima piano piano, per poi accelerare; i personaggi sono tanti, ma ben caratterizzati; e poi c’è una profondità nel modo in cui King crea tutto un mondo attorno a Derry, dalla mappa stradale alla sua storia violenta, che lo rende senza dubbio un progetto letterario ambizioso. Ma la cosa che ho poi cercato negli altri romanzi dello stesso autore, e rileggendo lo stesso It altre tre volte, era quel senso di nostalgia – per un’età che poi era la stessa che avevo io quando ho visto il trailer la prima volta. King riesce a parlare di preadolescenza e a evocare un certo mood in modo particolarmente vivido, e lo fa anche in Stand by me e in una parte di Cuori in Atlantide, ma mai come in It.

Questo è dovuto in gran parte alla mole monumentale del romanzo: la cittadina di Derry, che torna come riferimento anche in altri romanzi ed è un oggetto narrativo potentissimo, non avrebbe potuto emergere nello stesso modo senza l’istinto grafomane di King per trame e sottotrame, che vale anche per gli innumerevoli personaggi che sviluppa. Insomma, se It fosse un libro di 400 pagine, non sarebbe altrettanto bello. E poi c’è il fatto delle timeline alternate: secondo me il mistero dell’infanzia di Bill, Ben, Richie, Eddie, Bev, Mike e Stan non sarebbe stato altrettanto intrigante se non si fosse manifestato a spizzichi e bocconi, in un sapiente centellinamento della suspense che King padroneggia perfettamente.

Quando finalmente ho visto la miniserie del 1990, quella che mi aveva terrorizzato, l’ho trovata quasi ridicola. Un po’ era il fatto che nel frattempo avevo scoperto che Pennywise era interpretato da Tim Curry, attore altrimenti famoso per essere stato il travestito interstellare Frank-N-Furter in Rocky Horror, e immaginarsi il clown omicida in reggicalze non aiuta la sua credibilità horror. Ma a farmi calare l’entusiasmo era soprattutto la radicale semplificazione di tutto ciò che mi aveva catturato e affascinato del romanzo. A parte il fatto che una miniserie di due film difficilmente può sintetizzare mille e passa pagine di puro racconto, c’erano enormi limitazioni in termini di contenuto: certi temi e certe derive psichedeliche (il rito di Chüd, per esempio, attraverso il quale Bill si scontra con It ad armi pari in uno spazio cosmico/spirituale) sono semplicemente troppo complessi e quindi inaffrontabili in televisione. Insomma, per quanto Tim Curry fosse decisamente efficace nel ruolo di Pennywise, il primo adattamento di It non rendeva per niente giustizia al peso del libro.

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Quando ho saputo, un paio di anni fa, che c’era in cantiere un remake – con Cary Fukunaga di True Detective a dirigere, inizialmente – e che l’intenzione era di fare finalmente un prodotto fedele all’originale, ero diviso. Una parte di me era gasatissima, un’altra genuinamente spaventata, quasi al punto di sperare che il progetto non vedesse la luce. Quando il film è finalmente uscito, però, ho deciso di ignorare le cronache internettiane di burloni vestiti da clown piazzati a trollare le sale americane e sono andato a vederlo da solo, pronto al peggio.

Prima cosa: il nuovo It è effettivamente più fedele al romanzo, e quindi più brutale della miniserie anni ’90. A partire dalle prime scene, tra cui il leggendario primo incontro di Georgie, il fratellino del protagonista Bill, e il suo assassino Pennywise, si capisce che il film diretto da Andy Muschietti è determinato a seguire più da vicino l’opera di King. E anche che non ha paura di mostrare dettagli gore appena suggeriti dall’adattamento precedente. Dal punto di vista strettamente horror gli effetti digitali del nuovo film permettono infatti una resa anche anatomica di It come mostro multiforme che prima era impossibile, ma – anche se Bill Skarsgård fa un ottimo lavoro come Pennywise – la nuova immagine del pagliaccio, più fumettosa, sinistra e computerizzata del vecchio Tim Curry, è a mio parere l’unica cosa che fa meno paura di prima.

Evito spoiler, ma va detto che a livello di trama e personaggi molti elementi esclusi dalla miniserie vengono qui sviluppati più o meno approfonditamente, o perlomeno nominati, mentre altri sono sacrificati per ragioni non sempre chiare. Una di questa è probabilmente la linearità: questa nuova versione di It è infatti, e questo è un aspetto importante, il primo di due capitoli. Il film che vedrete nelle sale si concentra sulla vicenda dei bambini, opportunamente traslata dagli anni ’50 agli anni ’80, mentre il prossimo (2019?) coprirà la fase adulta. Questa separazione contribuisce a creare un mood ben preciso – definito da colonna sonora, vestiti e riferimenti culturali perfetti per massaggiare il subconscio millennial in astinenza da Stranger Things e San Junipero – e improntato a enfatizzare i temi di innocenza e nostalgia caratteristici del libro di King.

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Il problema di questa linearità, secondo me, è che quello che nel libro appariva come una serie di frammenti viene presentato come una storia unica che però mi è risultata troppo veloce e meccanica, nonostante le due ore e passa di durata. Il mondo creato da King e la complessa dialettica tra età adulta e paure infantili vengono appiattite in quello che, alla fin fine, risulta essere un horror relativamente normale – uno che ti fa saltare sulla sedia con gli espedienti più vecchi del mondo, ma che non investiga la strisciante e persistente presenza del male sotto la superficie delle cose normali, che era una grande virtù del romanzo. Magari questo aspetto verrà fuori meglio nel secondo capitolo, chi lo sa, comunque per il momento mi sembra il difetto principale di un prodotto altrimenti relativamente valido, seppur a rischio di venir accorpato a una diffusa nostalgia anni ’80 che trova nel già citato Stranger Things il campione indiscusso (tra l’altro una delle star fa qui la parte di Richie Tozier, il battutista del gruppo). E, a proposito di serie Netflix, probabilmente il formato ottimale di It sarebbe stato proprio quello, una stagione o due invece di poche ore che finiscono inevitabilmente per rimanere ostaggio della visione di un unico regista.

Forse bisognerebbe lasciare a Muschietti il beneficio del dubbio e giudicare l’insieme dopo il secondo capitolo, ma vista la scelta commercialmente conveniente di farci pagare due biglietti bisogna prendere atto dell’occasione mancata. Insomma, per quanto godibile e non privo di pregi il nuovo It mi ha lasciato un po’ insoddisfatto – ecco, magari con la voglia di rileggermi il libro. Ma mi viene anche il dubbio che forse sto chiedendo troppo a un film horror, e che sia anche vittima della mia nostalgia, che in fondo It è sempre stato un horror e basta, nel bene e nel male, anche se uno del quale non si ha mai abbastanza e che rimane con te più di tanti altri. E ci sta anche che, tra attentati in metro, guerra nucleare e global warming, farci spaventare davvero dai clown assassini è un lusso che non riusciamo più a permetterci.

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