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Una ricerca internazionale ha dimostrato che c’è un sensibile aumento dei tumori in età giovanile In questo aumento c'entrano obesità, alimentazione scorretta, poca attività fisica, alcol, fumo e inquinamento, ma anche l'aumento di prevenzione ed esami specialistici.
C’è una base della RAF in Inghilterra che potrebbe come non potrebbe essere sotto attacco dell’Iran Dalla scorsa settimana stanno succedendo strani fatti attorno alla base di Fairford. Adesso, ad aggiungere stranezza a stranezza, c'è anche un'insolita decisione degli Usa.
A vent’anni dall’uscita ci sarà una nuova edizione di King Kong Theory, il manifesto del femminismo brutto, sporco e cattivo di Virginie Despentes Lo riporta in Italia Fandango, esattamente venti anni dopo la scandalosissima uscita in Francia.
Persino i petrolieri ammettono apertamente che con le scorte di petrolio siamo messi malissimo Lo ha detto Amin Nasser, Ceo di Aramco. Che ha definito le attuali scorte «spaventosamente scarse».
Una ricerca ha dimostrato che più alberi vengono abbattuti e meno colorate diventano le ali delle farfalle Lo studio ha analizzato un pezzo della foresta Amazzonica, provando che quando gli alberi vengono tagliati spariscono per prime le farfalle più colorate e restano quelle marroni.
A Utrecht stanno costruendo un nuovo quartiere in cui non ci sarà spazio per le macchine ma solo per persone, alberi e bici Si chiama Merwede, sarà uno dei più grandi quartieri senza macchine d'Europa e la promessa è quella di offrire case a prezzi accessibili per tutti.
In una maniera molto da Zerocalcare, Zerocalcare ha più o meno annunciato che il suo prossimo libro sta per uscire e parlerà di cultura punk Potrebbe chiamarsi Se ne valeva la pena e potrebbe uscire nei primi mesi del 2027 ma solo «se io sto chiuso a casa come sto a fa' adesso».
Un festival del ginseng in Corea del Sud ha fatto uno spot strepitoso riprendendo il video di Storm di Gener8ion e Yung Lean Al posto della sigaretta fumata da Yung Lean, il vicesindaco di Yeongju tiene in bocca un pezzo di radice di ginseng.

Il problema dell’Italia con l’inglese

Dalla battaglia del Politecnico alle prove Invalsi: e se la vera distinzione di classe fosse fra chi lo sa e chi non lo sa?

16 Aprile 2018

Gli esperti di pedagogia dicono che i bambini hanno bisogno di “perdere tempo”. A me questa cosa del “perdere tempo” come diritto e necessità è sempre sembrata poetica e di buon senso, così mi sono ripromessa di non trasformarmi in uno di quei genitori che sottopongono i figli a una fitta agenda di impegni. I buoni propositi sono durati poco. Quando mia figlia ha iniziato a frequentare le elementari, quasi tutti i suoi compagni già facevano corsi d‘inglese dopo la scuola. Per un anno, mi sono beata della mia superiorità morale di genitore che non stressa. Poi ho ceduto: l’inglese serve, e a scuola c’era una maestra che l’insegnava con il gioco “Simon says”, pronunciato “saimon sàiz”, così ho iscritto la creatura a una di quelle scuole pomeridiane con le lavagne magnetiche.

Del difficile rapporto degli italiani con l’inglese si sta tornando a parlare in questi giorni. Primo perché il Politecnico di Milano è tornato alla carica sulla volontà di tenere alcuni corsi soltanto in inglese, nonostante la sentenza del Consiglio di Stato, secondo cui è una discriminazione per chi l’inglese non lo parla. E, secondo, perché per la prima volta l’inglese è stato incluso nelle prove Invalsi, i test per valutare il livello degli studenti su base nazionale. Questa è la storia del Politecnico: nel 2012 l’università iniziò a tenere alcuni dei suoi corsi di laurea magistrale soltanto in inglese, con l’obiettivo di attirare più studenti stranieri e preparare quelli italiani a un contesto internazionale; l’anno dopo alcuni docenti contrari si rivolsero al Tar, che bocciò la decisione del Politecnico; l’ateneo fece ricorso al Consiglio di Stato, che ha confermato la bocciatura lo scorso gennaio. Il problema, secondo i giudici, non sta nell’offrire corsi in inglese, ma nell’offrirli soltanto in inglese, che preclude lo studio a chi non ha padronanza della lingua. Se il Politecnico desidera tenere corsi in lingua straniera, può continuare a farlo purché lo stesso corso si ripeta anche in italiano.

Peccato che questo sdoppiamento comporterebbe costi alti. Così qualche giorno fa l’Advisory Board del Politecnico, che oltre al rettore Ferruccio Resta riunisce personalità come Patricia Urquiola e Renzo Piano, ha protestato sul Corriere: «L’insegnamento in inglese non lede il diritto allo studio, ma favorisce il diritto al lavoro. Un giovane ingegnere, architetto o designer deve avere l’opportunità al Politecnico di una formazione di qualità in un contesto internazionale». Ha risposto l’Accademia della Crusca: «Se per ingegneria e design può avere anche un senso, lo stesso non si può dire per l’architettura, dove l’80% dei prodotti di ricerca sono ancora in italiano: per leggere le Vite del Vasari non si potrà mai rinunciare all’italiano». Un’argomentazione involontariamente comica, perché ignora un’ovvietà, e cioè che, se a un architetto italiano si richiede di parlare inglese non è tanto per leggere testi in inglese, ma perché possa interagire con i clienti e i colleghi del resto del mondo; senza contare che dire che gli architetti devono sapere l’italiano per leggere il Vasari è un po’ come dire che i medici devono imparare l’arabo per leggere Averroè.

inglese scuola

La vicenda è stata dipinta come un scontro tra anglofili globalisti e pasdaran della lingua nostrana, da un lato il Politecnico che vuole aprirsi a un mondo che parla inglese, dall’altro la Crusca che tuona anacronisticamente contro «l’abolizione sistematica dell’italiano». Però la mia impressione è che manchi un pezzo, che la diatriba tra il Politecnico e i giudici rimandi a un problema più ampio, che riguarda la scuola dell’obbligo più che l’università. Il dato è questo. Mettendo da parte i vaneggiamenti sul Vasari, che l’inglese sia importantissimo ormai l’hanno capito tutti. Infatti capita che un ateneo italiano (pubblico) decida d’insegnare direttamente in inglese; infatti capita che molti bandi di lavoro, anche pubblici, richiedano la conoscenza di questa lingua. Eppure. Eppure capita anche che la scuola dell’obbligo non lo insegni quanto serve. E se lo Stato italiano e l’università italiana chiedono ai giovani competenze che la scuola italiana non fornisce, allora abbiamo un problema. Significa che a certi corsi universitari e a certi lavori può accedere solo chi si è costruito un bagaglio linguistico altrove: con corsi pomeridiani, vacanze studio, o frequentando una scuola privata. È per questo, suppongo, che a Milano va tanto di moda iscrivere i figli alla Sir James o alla scuola americana.

Ora, questo ragionamento va preso con le pinze. Per il momento non abbiamo strumenti per valutare il livello d’inglese con cui gli studenti escono dalla scuola pubblica, Silvia Minardi, presidente dell’associazione Lend (Lingua e nuova didattica) spiega a Studio. Mancano i dati: «Il nostro Paese non ha aderito all’indicatore europeo delle competenze linguistiche dei sedicenni». L’inglese, inoltre, non era incluso negli Invalsi: lo sarà a questo giro, certo, ma bisognerà aspettare un po’ per avere i dati. E anche allora, dice Minardi, «sarà bene non saltare a conclusioni affrettate, perché il test misura solo ascolto e lettura», che è già qualcosa ma non è molto. Sulla conoscenza generale dell’inglese in Italia ci sono i dati Eurostat ed EF, che però riguardano gli adulti e si basano sull’autocerfiticazione (non ci sono test): siamo in fondo alla classifica, però, se vi può consolare, Francia e Spagna ci superano di poco.

scuola inglese

Un altro dato interessante è che, come riportava Repubblica, l’Italia è uno dei Paesi col più alto numero di certificazioni Cambridge: 1,2 milioni in cinque anni, il 95 per cento conseguite a partire da corsi privati. Messi insieme, questi dati suggeriscono che l’Italia è una nazione dove si parla poco l’inglese e dove si fanno un sacco di corsi d’inglese. Aggiungiamo la diffusione di scuole private in lingua straniera o bilingui (la Sir James di Milano, per dire, ha appena inaugurato un secondo campus) e il quadro che emerge è quello di un Paese a doppia velocità. La vera frontiera del classismo, almeno quando si parla d’istruzione, è l’inglese.

Questo ci rimanda alla sentenza del Consiglio di Stato. Che, nelle intenzioni, era una tutela per chi non ha avuto il privilegio di imparare l’inglese quanto basta per affrontare corsi universitari. Come a dire: l’università italiana non può pretendere competenze che la scuola italiana non fornisce. «La decisone è anche un’ammissione del fallimento dell’educazione secondaria», mi ha detto Luciano Floridi, il filosofo italiano che insegna a Oxford, uno degli intellettuali che più hanno criticato la sentenza. «È come dire: non lo hanno imparato a scuola, non possono certo impararlo nei corsi post-laurea all’università. Il che è coerente, ma anche errato. Si sarebbe dovuto invece pensare: lo dovranno conoscere per fare una laurea magistrale o un dottorato all’università, è meglio renderlo obbligatorio e insegnarlo bene a scuola». Il risultato di questo approccio difensivo, sostiene Floridi, è che un Paese già a doppia velocità è destinato a diventarlo ancora di più. Da un lato c’è «un’Italietta provinciale, che non può essere presente o operare a livello internazionale perché impreparata (si vedano anche i filmi doppiati, per esempio)», dall’altro c’è «una “global Italy” che è cittadina del mondo, che preferisce distanziarsi dall’Italietta provinciale, in cui non si riconosce e di cui si vergogna». Due mondi separati. Tra i due mondi, purtroppo, «c’è pochissima mobilità».

Foto Getty
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