Hype ↓
14:10 martedì 8 settembre 2026
Presto potremo ascoltare l’ultimo brano inedito di Gino Paoli: l’avrebbe dovuto cantare con Ornella Vanoni Si chiama "Quando ti rivedrò", farà parte della nuova edizione di Appunti di un lungo viaggio, nel catalogo Sugar, e uscirà il 23 settembre nella notte tra i compleanni di Ornella Vanoni e Gino Paoli.
Il documentario di Paul Thomas Anderson sul concerto di Cameron Winter alla Carnegie Hall arriverà in streaming su Mubi Per il momento non c'è ancora una data d'uscita ufficiale, però. Sappiamo solo che il film lo potremo vedere nel 2027.
Siccome a Sandra Huller piacciono solo i ruoli difficili, nel suo prossimo film interpreterà un maschio, scrittore, morto di cancro al cervello Il film si chiama Arbeit und Struktur ed è ispirato al diario di Wolfgang Herrndorf, morto prematuramente a causa di un tumore al cervello.
In Polonia c’è stato un certo panico per una violazione dello spazio aereo da parte della Russia, ma poi si è scoperto che la colpa era di uno stormo di uccelli Un grosso stormo di uccelli, come hanno confermato gli stessi militari inviati sul luogo per accertarsi del fatti. Non è escluso che fossero uccelli russi.
Sarà un caso, ma le nuove uniformi della Space Force presentate da Trump somigliano molto a quelle di un certo regime di estrema destra che governò la Germania dal ’33 al ’45… La Casa Bianca, in un comunicato ufficiale, ha detto che l'ispirazione sono le divise di Starship Troopers. Ma le divise di Starship Troopers erano ispirate proprio a quelle delle SS.
Jeff Bezos continua a investire miliardi nella moda nella speranza che prima o poi qualcuno lo trovi simpatico Lauren Sánchez e Jeff Bezos continuano a investire milioni in tessuti ecologici e giovani designer. Ma di simpatia, per il momento, ancora nessuna traccia.
Si è scoperto che Van Gogh ha firmato solo il 15 per cento della sue opere perché tutte le altre le considerava troppo brutte per firmarle Lo ha rivelato una ricerca del Van Gogh Museum di Amsterdam, la prima dedicata esclusivamente alla firma "Vincent".
Il governo inglese ha esortato la popolazione a iniziare a far scorte di cibo e acqua per prepararsi agli eventi climatici estremi causati dal Super El Niño «Chi avrà delle scorte se la caverà molto meglio di chi non ne ha», ha detto la Ministra dell'Ambiente Angela Eagle.

Il problema dell’Italia con l’inglese

Dalla battaglia del Politecnico alle prove Invalsi: e se la vera distinzione di classe fosse fra chi lo sa e chi non lo sa?

16 Aprile 2018

Gli esperti di pedagogia dicono che i bambini hanno bisogno di “perdere tempo”. A me questa cosa del “perdere tempo” come diritto e necessità è sempre sembrata poetica e di buon senso, così mi sono ripromessa di non trasformarmi in uno di quei genitori che sottopongono i figli a una fitta agenda di impegni. I buoni propositi sono durati poco. Quando mia figlia ha iniziato a frequentare le elementari, quasi tutti i suoi compagni già facevano corsi d‘inglese dopo la scuola. Per un anno, mi sono beata della mia superiorità morale di genitore che non stressa. Poi ho ceduto: l’inglese serve, e a scuola c’era una maestra che l’insegnava con il gioco “Simon says”, pronunciato “saimon sàiz”, così ho iscritto la creatura a una di quelle scuole pomeridiane con le lavagne magnetiche.

Del difficile rapporto degli italiani con l’inglese si sta tornando a parlare in questi giorni. Primo perché il Politecnico di Milano è tornato alla carica sulla volontà di tenere alcuni corsi soltanto in inglese, nonostante la sentenza del Consiglio di Stato, secondo cui è una discriminazione per chi l’inglese non lo parla. E, secondo, perché per la prima volta l’inglese è stato incluso nelle prove Invalsi, i test per valutare il livello degli studenti su base nazionale. Questa è la storia del Politecnico: nel 2012 l’università iniziò a tenere alcuni dei suoi corsi di laurea magistrale soltanto in inglese, con l’obiettivo di attirare più studenti stranieri e preparare quelli italiani a un contesto internazionale; l’anno dopo alcuni docenti contrari si rivolsero al Tar, che bocciò la decisione del Politecnico; l’ateneo fece ricorso al Consiglio di Stato, che ha confermato la bocciatura lo scorso gennaio. Il problema, secondo i giudici, non sta nell’offrire corsi in inglese, ma nell’offrirli soltanto in inglese, che preclude lo studio a chi non ha padronanza della lingua. Se il Politecnico desidera tenere corsi in lingua straniera, può continuare a farlo purché lo stesso corso si ripeta anche in italiano.

Peccato che questo sdoppiamento comporterebbe costi alti. Così qualche giorno fa l’Advisory Board del Politecnico, che oltre al rettore Ferruccio Resta riunisce personalità come Patricia Urquiola e Renzo Piano, ha protestato sul Corriere: «L’insegnamento in inglese non lede il diritto allo studio, ma favorisce il diritto al lavoro. Un giovane ingegnere, architetto o designer deve avere l’opportunità al Politecnico di una formazione di qualità in un contesto internazionale». Ha risposto l’Accademia della Crusca: «Se per ingegneria e design può avere anche un senso, lo stesso non si può dire per l’architettura, dove l’80% dei prodotti di ricerca sono ancora in italiano: per leggere le Vite del Vasari non si potrà mai rinunciare all’italiano». Un’argomentazione involontariamente comica, perché ignora un’ovvietà, e cioè che, se a un architetto italiano si richiede di parlare inglese non è tanto per leggere testi in inglese, ma perché possa interagire con i clienti e i colleghi del resto del mondo; senza contare che dire che gli architetti devono sapere l’italiano per leggere il Vasari è un po’ come dire che i medici devono imparare l’arabo per leggere Averroè.

inglese scuola

La vicenda è stata dipinta come un scontro tra anglofili globalisti e pasdaran della lingua nostrana, da un lato il Politecnico che vuole aprirsi a un mondo che parla inglese, dall’altro la Crusca che tuona anacronisticamente contro «l’abolizione sistematica dell’italiano». Però la mia impressione è che manchi un pezzo, che la diatriba tra il Politecnico e i giudici rimandi a un problema più ampio, che riguarda la scuola dell’obbligo più che l’università. Il dato è questo. Mettendo da parte i vaneggiamenti sul Vasari, che l’inglese sia importantissimo ormai l’hanno capito tutti. Infatti capita che un ateneo italiano (pubblico) decida d’insegnare direttamente in inglese; infatti capita che molti bandi di lavoro, anche pubblici, richiedano la conoscenza di questa lingua. Eppure. Eppure capita anche che la scuola dell’obbligo non lo insegni quanto serve. E se lo Stato italiano e l’università italiana chiedono ai giovani competenze che la scuola italiana non fornisce, allora abbiamo un problema. Significa che a certi corsi universitari e a certi lavori può accedere solo chi si è costruito un bagaglio linguistico altrove: con corsi pomeridiani, vacanze studio, o frequentando una scuola privata. È per questo, suppongo, che a Milano va tanto di moda iscrivere i figli alla Sir James o alla scuola americana.

Ora, questo ragionamento va preso con le pinze. Per il momento non abbiamo strumenti per valutare il livello d’inglese con cui gli studenti escono dalla scuola pubblica, Silvia Minardi, presidente dell’associazione Lend (Lingua e nuova didattica) spiega a Studio. Mancano i dati: «Il nostro Paese non ha aderito all’indicatore europeo delle competenze linguistiche dei sedicenni». L’inglese, inoltre, non era incluso negli Invalsi: lo sarà a questo giro, certo, ma bisognerà aspettare un po’ per avere i dati. E anche allora, dice Minardi, «sarà bene non saltare a conclusioni affrettate, perché il test misura solo ascolto e lettura», che è già qualcosa ma non è molto. Sulla conoscenza generale dell’inglese in Italia ci sono i dati Eurostat ed EF, che però riguardano gli adulti e si basano sull’autocerfiticazione (non ci sono test): siamo in fondo alla classifica, però, se vi può consolare, Francia e Spagna ci superano di poco.

scuola inglese

Un altro dato interessante è che, come riportava Repubblica, l’Italia è uno dei Paesi col più alto numero di certificazioni Cambridge: 1,2 milioni in cinque anni, il 95 per cento conseguite a partire da corsi privati. Messi insieme, questi dati suggeriscono che l’Italia è una nazione dove si parla poco l’inglese e dove si fanno un sacco di corsi d’inglese. Aggiungiamo la diffusione di scuole private in lingua straniera o bilingui (la Sir James di Milano, per dire, ha appena inaugurato un secondo campus) e il quadro che emerge è quello di un Paese a doppia velocità. La vera frontiera del classismo, almeno quando si parla d’istruzione, è l’inglese.

Questo ci rimanda alla sentenza del Consiglio di Stato. Che, nelle intenzioni, era una tutela per chi non ha avuto il privilegio di imparare l’inglese quanto basta per affrontare corsi universitari. Come a dire: l’università italiana non può pretendere competenze che la scuola italiana non fornisce. «La decisone è anche un’ammissione del fallimento dell’educazione secondaria», mi ha detto Luciano Floridi, il filosofo italiano che insegna a Oxford, uno degli intellettuali che più hanno criticato la sentenza. «È come dire: non lo hanno imparato a scuola, non possono certo impararlo nei corsi post-laurea all’università. Il che è coerente, ma anche errato. Si sarebbe dovuto invece pensare: lo dovranno conoscere per fare una laurea magistrale o un dottorato all’università, è meglio renderlo obbligatorio e insegnarlo bene a scuola». Il risultato di questo approccio difensivo, sostiene Floridi, è che un Paese già a doppia velocità è destinato a diventarlo ancora di più. Da un lato c’è «un’Italietta provinciale, che non può essere presente o operare a livello internazionale perché impreparata (si vedano anche i filmi doppiati, per esempio)», dall’altro c’è «una “global Italy” che è cittadina del mondo, che preferisce distanziarsi dall’Italietta provinciale, in cui non si riconosce e di cui si vergogna». Due mondi separati. Tra i due mondi, purtroppo, «c’è pochissima mobilità».

Foto Getty
Articoli Suggeriti
Tutto casita e chiesa: l’improbabile ma non impossibile crossover tra Bad Bunny e Papa Leone a Madrid

In questo fine settimana il Pontefice e la popstar più famosa del mondo saranno entrambi a Madrid. E le rispettive "diplomazie" stanno facendo di tutto per favorire un incontro.

Dua Lipa ha pubblicato gratuitamente su YouTube il film concerto di Radical Optimism nonostante avesse ricevuto offerte milionarie dalle piattaforme streaming

Si intitola Dua Lipa - Live From Mexico, dura due ore e in nemmeno una settimana ha già superato i due milioni di visualizzazioni.