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Un festival del ginseng in Corea ha fatto uno spot strepitoso riprendendo il video di “Storm” di Gener8ion e Yung Lean Al posto della sigaretta di Yung Lean, il vicesindaco di Yeongju tiene in bocca una radice di ginseng, mentre intorno a lui i funzionari comunali si esibiscono in una coreografia simile a quella del video diretto da Roman Gavras.
In appena tre giorni Naza ha incassato quanto Avengers: Endgame, Resident Evil e Brad Pitt Più di tre milioni di euro in un fine settimana, la stessa cifra che gli altri film hanno incassato in una o due settimane di programmazione.
Bernie Sanders che “apre” il concerto degli Strokes a New York è certamente uno dei crossover più strani e divertenti di sempre È successo venerdì 2 ottobre, a Flushing Meadows. Sanders si era pure proposto per cantare un paio di canzoni, ma poi ci ha ripensato.
Pedro Sanchez è il primo Presidente del Consiglio al mondo che si dimette e fa cadere il suo stesso governo a causa della crisi abitativa L'ormai ex Primo Ministro ha convocato elezioni anticipate per il 29 novembre e ha ammesso che il suo governo non è riuscito a fare tutto ciò che avrebbe voluto e dovuto.
Per smaltire dei robot umanoidi ormai vecchi e obsoleti, un’azienda li ha addestrati a buttarsi nell’acciaio fuso Se state pensando a quella scena di Terminator 2, è perché l'idea è tratta proprio da quella scena di Terminator 2.
Ci sono così tante stroncature di Digger che i produttori le stanno usando nella campagna promozionale del film (e per dire che i critici non ci hanno capito niente) Una trovata che non si è rivelata granché efficace: il film ha incassato solo 8 milioni di dollari negli Usa ed è già considerato il peggior flop della carriera di Tom Cruise.
Per la prima volta nella storia, il caffè è stato coltivato e raccolto interamente in Italia. E sì, c’entra il riscaldamento globale Dopo un secolo di tentativi falliti, c'è riuscita una famiglia di torrefattori di Palermo. È un'ulteriore prova della tropicalizzazione dell'agricoltura italiana.
Le case editrici e le tipografie ucraine sono diventate uno degli obiettivi più colpiti dall’esercito russo Una vera e propria strategia, ormai. Tanto che in questi attacchi è andato distrutto un terzo dei libri stampati in Ucraina nel corso dell'anno.

Il problema dell’Italia con l’inglese

Dalla battaglia del Politecnico alle prove Invalsi: e se la vera distinzione di classe fosse fra chi lo sa e chi non lo sa?

16 Aprile 2018

Gli esperti di pedagogia dicono che i bambini hanno bisogno di “perdere tempo”. A me questa cosa del “perdere tempo” come diritto e necessità è sempre sembrata poetica e di buon senso, così mi sono ripromessa di non trasformarmi in uno di quei genitori che sottopongono i figli a una fitta agenda di impegni. I buoni propositi sono durati poco. Quando mia figlia ha iniziato a frequentare le elementari, quasi tutti i suoi compagni già facevano corsi d‘inglese dopo la scuola. Per un anno, mi sono beata della mia superiorità morale di genitore che non stressa. Poi ho ceduto: l’inglese serve, e a scuola c’era una maestra che l’insegnava con il gioco “Simon says”, pronunciato “saimon sàiz”, così ho iscritto la creatura a una di quelle scuole pomeridiane con le lavagne magnetiche.

Del difficile rapporto degli italiani con l’inglese si sta tornando a parlare in questi giorni. Primo perché il Politecnico di Milano è tornato alla carica sulla volontà di tenere alcuni corsi soltanto in inglese, nonostante la sentenza del Consiglio di Stato, secondo cui è una discriminazione per chi l’inglese non lo parla. E, secondo, perché per la prima volta l’inglese è stato incluso nelle prove Invalsi, i test per valutare il livello degli studenti su base nazionale. Questa è la storia del Politecnico: nel 2012 l’università iniziò a tenere alcuni dei suoi corsi di laurea magistrale soltanto in inglese, con l’obiettivo di attirare più studenti stranieri e preparare quelli italiani a un contesto internazionale; l’anno dopo alcuni docenti contrari si rivolsero al Tar, che bocciò la decisione del Politecnico; l’ateneo fece ricorso al Consiglio di Stato, che ha confermato la bocciatura lo scorso gennaio. Il problema, secondo i giudici, non sta nell’offrire corsi in inglese, ma nell’offrirli soltanto in inglese, che preclude lo studio a chi non ha padronanza della lingua. Se il Politecnico desidera tenere corsi in lingua straniera, può continuare a farlo purché lo stesso corso si ripeta anche in italiano.

Peccato che questo sdoppiamento comporterebbe costi alti. Così qualche giorno fa l’Advisory Board del Politecnico, che oltre al rettore Ferruccio Resta riunisce personalità come Patricia Urquiola e Renzo Piano, ha protestato sul Corriere: «L’insegnamento in inglese non lede il diritto allo studio, ma favorisce il diritto al lavoro. Un giovane ingegnere, architetto o designer deve avere l’opportunità al Politecnico di una formazione di qualità in un contesto internazionale». Ha risposto l’Accademia della Crusca: «Se per ingegneria e design può avere anche un senso, lo stesso non si può dire per l’architettura, dove l’80% dei prodotti di ricerca sono ancora in italiano: per leggere le Vite del Vasari non si potrà mai rinunciare all’italiano». Un’argomentazione involontariamente comica, perché ignora un’ovvietà, e cioè che, se a un architetto italiano si richiede di parlare inglese non è tanto per leggere testi in inglese, ma perché possa interagire con i clienti e i colleghi del resto del mondo; senza contare che dire che gli architetti devono sapere l’italiano per leggere il Vasari è un po’ come dire che i medici devono imparare l’arabo per leggere Averroè.

inglese scuola

La vicenda è stata dipinta come un scontro tra anglofili globalisti e pasdaran della lingua nostrana, da un lato il Politecnico che vuole aprirsi a un mondo che parla inglese, dall’altro la Crusca che tuona anacronisticamente contro «l’abolizione sistematica dell’italiano». Però la mia impressione è che manchi un pezzo, che la diatriba tra il Politecnico e i giudici rimandi a un problema più ampio, che riguarda la scuola dell’obbligo più che l’università. Il dato è questo. Mettendo da parte i vaneggiamenti sul Vasari, che l’inglese sia importantissimo ormai l’hanno capito tutti. Infatti capita che un ateneo italiano (pubblico) decida d’insegnare direttamente in inglese; infatti capita che molti bandi di lavoro, anche pubblici, richiedano la conoscenza di questa lingua. Eppure. Eppure capita anche che la scuola dell’obbligo non lo insegni quanto serve. E se lo Stato italiano e l’università italiana chiedono ai giovani competenze che la scuola italiana non fornisce, allora abbiamo un problema. Significa che a certi corsi universitari e a certi lavori può accedere solo chi si è costruito un bagaglio linguistico altrove: con corsi pomeridiani, vacanze studio, o frequentando una scuola privata. È per questo, suppongo, che a Milano va tanto di moda iscrivere i figli alla Sir James o alla scuola americana.

Ora, questo ragionamento va preso con le pinze. Per il momento non abbiamo strumenti per valutare il livello d’inglese con cui gli studenti escono dalla scuola pubblica, Silvia Minardi, presidente dell’associazione Lend (Lingua e nuova didattica) spiega a Studio. Mancano i dati: «Il nostro Paese non ha aderito all’indicatore europeo delle competenze linguistiche dei sedicenni». L’inglese, inoltre, non era incluso negli Invalsi: lo sarà a questo giro, certo, ma bisognerà aspettare un po’ per avere i dati. E anche allora, dice Minardi, «sarà bene non saltare a conclusioni affrettate, perché il test misura solo ascolto e lettura», che è già qualcosa ma non è molto. Sulla conoscenza generale dell’inglese in Italia ci sono i dati Eurostat ed EF, che però riguardano gli adulti e si basano sull’autocerfiticazione (non ci sono test): siamo in fondo alla classifica, però, se vi può consolare, Francia e Spagna ci superano di poco.

scuola inglese

Un altro dato interessante è che, come riportava Repubblica, l’Italia è uno dei Paesi col più alto numero di certificazioni Cambridge: 1,2 milioni in cinque anni, il 95 per cento conseguite a partire da corsi privati. Messi insieme, questi dati suggeriscono che l’Italia è una nazione dove si parla poco l’inglese e dove si fanno un sacco di corsi d’inglese. Aggiungiamo la diffusione di scuole private in lingua straniera o bilingui (la Sir James di Milano, per dire, ha appena inaugurato un secondo campus) e il quadro che emerge è quello di un Paese a doppia velocità. La vera frontiera del classismo, almeno quando si parla d’istruzione, è l’inglese.

Questo ci rimanda alla sentenza del Consiglio di Stato. Che, nelle intenzioni, era una tutela per chi non ha avuto il privilegio di imparare l’inglese quanto basta per affrontare corsi universitari. Come a dire: l’università italiana non può pretendere competenze che la scuola italiana non fornisce. «La decisone è anche un’ammissione del fallimento dell’educazione secondaria», mi ha detto Luciano Floridi, il filosofo italiano che insegna a Oxford, uno degli intellettuali che più hanno criticato la sentenza. «È come dire: non lo hanno imparato a scuola, non possono certo impararlo nei corsi post-laurea all’università. Il che è coerente, ma anche errato. Si sarebbe dovuto invece pensare: lo dovranno conoscere per fare una laurea magistrale o un dottorato all’università, è meglio renderlo obbligatorio e insegnarlo bene a scuola». Il risultato di questo approccio difensivo, sostiene Floridi, è che un Paese già a doppia velocità è destinato a diventarlo ancora di più. Da un lato c’è «un’Italietta provinciale, che non può essere presente o operare a livello internazionale perché impreparata (si vedano anche i filmi doppiati, per esempio)», dall’altro c’è «una “global Italy” che è cittadina del mondo, che preferisce distanziarsi dall’Italietta provinciale, in cui non si riconosce e di cui si vergogna». Due mondi separati. Tra i due mondi, purtroppo, «c’è pochissima mobilità».

Foto Getty
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