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Il vero Apache

Carlos Tevez, El Apache, è approdato alla Juventus dal Manchester City. Ritratto di un giocatore che non è solo il "bad boy" che ci raccontano.

28 Giugno 2013

Quando Carlos Tevez è arrivato all’aeroporto di Malpensa da nuovo acquisto della Juventus, mercoledì, sorrideva. Accompagnato da due carabinieri lungo il tunnel che conduce all’uscita dell’hub, ha salutato i tifosi urlanti che sono accorsi a salutarlo e scandire il suo nome. Nel pomeriggio ha fatto capolino da un balcone della sede della sua nuova società, brandendo una maglietta bianca e nera col numero 10, quella che fino a una manciata di mesi fa era di Alessandro Del Piero.

«Mi assumo la responsabilità» – ha detto in conferenza stampa – «ma non ho paura, al Boca Juniors ho già indossato il 10 che fu di Maradona». Basterebbe questo per inquadrare Carlos Tevez, il predestinato che dopo un’infanzia nei pressi di Ciudadela – uno dei sobborghi più poveri di Buenos Aires – a 16 anni correva già sui campi argentini con la maglia del Boca Juniors.

«Mi assumo la responsabilità ma non ho paura, al Boca Juniors ho già indossato il 10 che fu di Maradona»

Lo chiamano El Apache perché Fuerte Apache è il soprannome che un giornalista argentino, José de Zer, diede al barrio dov’è nato, Ejército de los Andes, costruito nel 1973 per dare alloggio alle famiglie più povere di Buenos Aires. Il riferimento è a un film del 1981 con Paul Newman, ambientato nel Bronx newyorchese, in cui un commissariato di polizia è l’ultimo baluardo di legalità nel quartiere preda del crimine: a de Zer una sparatoria nel barrìo di Tevez ricordò molto la pellicola. Ejercito de los Andes doveva contenere 20.000 persone, ma durante i Mondiali di calcio del 1978 toccò quota centomila abitanti.

Lui, l’Apache, ha le idee chiare riguardo a ciò che la periferia argentina gli ha dato: «Sono le esperienze che ho fatto nella vita a farmi giocare così, oggi per me giocare a calcio è un divertimento. Sono orgoglioso delle cose che faccio e che ho adesso», dichiara nel trailer di El jugador del Pueblo, il biopic che gli hanno dedicato in patria.

«C’erano tempi duri, a Fuerte Apache. Quand’era buio e guardavi fuori dalla finestra, quello che vedevi avrebbe spaventato chiunque. Dopo una certa ora non potevi uscire in strada», ha detto in un’altra occasione. A nemmeno un anno il piccolo Carlos si procura un’ustione da acqua bollente che lo costringe a due mesi di terapia intensiva e gli lascia una cicatrice ben visibile che corre dall’orecchio destro fino alla schiena. Deciderà poi di tenerla con se, rifiutando le cure cosmetiche degli specialisti, quasi cancellarla volesse dire cancellare la sua storia. «O mi prendi come sono o non mi prendi», commenta laconico. Facile tirarsi addosso l’etichetta di bad boy, con queste prerogative. Eppure a un suo ex compagno, Mario Balotelli, l’ha detto chiaro e tondo: «Non fare i miei stessi errori».

Un predestinato, si diceva: dopo essere passato agli Xeneizes gialloblù (e avendo cambiato nome da Martinez – quello del padre – a Tevez – materno – per eludere le resistenze della sua prima squadra, l’All Boys, che avrebbe voluto trattenerlo), Carlitos nel 2003 vince la Copa Libertadores, l’Intercontinentale e il campionato di apertura argentino, venendo premiato col Pallone d’oro sudamericano. L’anno dopo è già capocannoniere con l’Albiceleste allenata da Marcelo Bielsa alle Olimpiadi greche, che vince l’oro. Per lui arriverà il secondo Pallone d’oro personale.

Nello stesso anno il magnate iraniano Kia Joorabchian, che nel frattempo aveva acquistato il Corinthians, lo porta a San Paolo per 20 milioni di dollari, record assoluto di spesa per il calcio sudamericano. Il club paulista a fine anno è in cima alla classifica brasiliana e l’Apache, nemmeno a dirlo, segna 25 gol e vince il terzo trofeo dorato della sua giovane carriera. Nonostante le resistenze iniziali della tifoseria brasiliana, poco propensa ad accogliere un argentino e vedergli prendere la fascia di capitano, Tevez conquista l’affetto del club paulista e di uno dei suoi più grandi tifosi, l’allora presidente Lula.

A quel punto, l’ormai ex pibe è pronto per attraversare l’Atlantico e mostrare il suo talento nella culla del calcio che conta, l’Europa. Lo fa al West Ham, dove nel 2006-2007 segna soltanto 7 reti ma conquista il titolo di calciatore dell’anno per i tifosi, segnando un gol nell’ultima giornata contro il Manchester United che permette agli Hammers di rimanere in Premier League. Le cose, per la verità, inizialmente vanno male, e un’uscita polemica dal campo in un match di campionato costa al campione una multa del club e l’obbligo di allenarsi indossando una maglia del Brasile, proposto dai compagni. Lui si rifiuta: «Rispetto il Brasile, ma sono argentino e non metterò mai quella maglia». O lo prendi com’è o non lo prendi.

Ma la gente, così come in Argentina e in Brasile, continua ad amarlo. Gli vuole così bene che quando torna a Upton Park da avversario, nel dicembre del 2007, con la maglia rossa dei discepoli di sir Alex Ferguson gli dedica un coro che dice There’s only one Carlos Tévez. In quella stagione il Manchester United vince la Champions League, ma l’anno seguente il rapporto tra Tevez e “Fergie” si raffredda, complice la mancata offerta di un contratto definitivo da parte del club e l’arrivo del bulgaro Dimitar Berbatov all’Old Trafford. L’Apache non si sente più benvoluto e per tutta risposta, con un coup de théâtre degno del suo repertorio, si accasa al Manchester City dello sceicco Mansour.

Non rimane in buonissimi rapporti con la metà rossa di Manchester: nel gennaio del 2010 approfitta di un derby in Carling Cup per segnare una doppietta ai cugini ed esultare senza risparmiarsi, causando un gesto poco lusinghiero rivoltogli dal senatore dei Red Devils Gary Neville. Nel maggio 2012 festeggia la vittoria della Premier del City reggendo un cartello che recita «RIP Fergie».

Nel maggio 2011 è capitano del City a Wembley. Neanche un mese dopo dichiara alla tv argentina che a Manchester non tornerà «nemmeno in vacanza»

La verità è che a Manchester Tevez non ha mai trovato la sua dimensione, come un artista in conflitto col suo ambiente creativo. Nel dicembre 2010 invia una richiesta di trasferimento al club per motivi personali, ma dopo nemmeno dieci giorni parla col City, ci ripensa e dice di voler restare. Nel maggio 2011 è capitano a Wembley nella finale dell’FA Cup con lo Stoke City che segna il ritorno alla vittoria del team, ora agli ordini di Roberto Mancini. Eppure neanche un mese dopo dichiara a un programma tv argentino che a Manchester non tornerà «nemmeno in vacanza». Nell’ottobre del 2011 i tifosi di entrambe le sponde cittadine aderiscono a Trash your Tevez shirt, un’iniziativa che vedeva un camioncino simil-nettezza urbana percorrere la zona antistante l’Old Trafford per raccogliere le magliette dell’argentino di cui i tifosi si volevano disfare. Lui è fatto così: o lo prendi com’è o non lo prendi.

I fatti del 2011 sono noti: il 27 settembre si gioca Bayern Monaco-Manchester City, i Citizens sono sotto 2-0 e Mancini decide di giocarsi la carta-Tevez, fino ad allora in panchina. Lui, incredibilmente, si rifiuta di entrare. Il club va su tutte le furie e lo mette fuori rosa per tre mesi. Lui torna in Argentina, gli viene tolto lo stipendio per due settimane, pensa anche di smettere di giocare. Poi torna e si scusa con tutti, promettendo di comportarsi bene.

Nella stagione appena trascorsa ha segnato quasi venti gol, dimostrando che l’Apache non ha mai dimenticato il suo canto di guerra. Negli ultimi anni l’hanno cercato in tanti – l’Inter, il Milan di un Galliani innamorato delle sue giocate, persino i vecchi amori West Ham e Corinthians – ma alla fine è finito alla corte di Antonio Conte, dove guadagnerà 5,5 milioni di euro netti a stagione fino al 2016.

Nel frattempo dovrà dimostrare che il coach della nazionale Sabella ha bisogno di lui. Anche perché in patria Tevez scalda molto più i cuori di Messi, il bravo ragazzo di Rosario partito a 12 anni alla volta della Spagna. Lui, l’Apache, è insofferente, fuori dagli schemi, istrionico e genuino a un tempo. E quando segna balla la cumbia villera, un genere di musica diffuso nei quartieri popolari di Buenos Aires. Nel 2007, quand’era ancora al West Ham, la sua squadra perse negli ultimi cinque minuti un rocambolesco derby col Tottenham. Tevez, che aveva giocato una partita su livelli strepitosi, venne inquadrato dalle telecamere mentre piangeva.

L’ultima multa per infrazioni alla guida che ha preso in Inghilterra gli è costata 250 ore di servizi sociali, a cui il giocatore si è presentato con corpetto fluorescente e Porsche con autista al seguito. Secondo il Telegraph, tuttavia, Carlos Tevez, El Apache, avrebbe ancora diverse ore di lavoro da scontare a Manchester. O lo prendi com’è, o non lo prendi.
 

Foto di Mike Hewitt/Getty Images

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