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14:49 martedì 24 febbraio 2026
Secondo un report dell’Onu, sono 606 i migranti morti nel Mediterraneo soltanto nei primi due mesi del 2026 Per l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni si tratta del peggior inizio di anno da quando si è iniziato a tenere traccia di queste tragedie.
Tra le ultime aggiunte alla prestigiosissima Criterion Collection c’è anche KPop Demon Hunters Sarà contento Park Chan-wook, che ha detto di essere anche lui un grande appassionato di KPop Demon Hunters.
C’è un sito che digitalizza vecchie musicassette trovate per caso in tutto il mondo Si chiama Intertapes e ggni musicassetta viene catalogata non solo per la musica o le registrazioni che contiene ma anche per la grafica e i colori.
La bandiera di One Piece è arrivata anche a Sanremo grazie a Tommaso Paradiso Il cantante è un fan sfegatato del manga di Eiichiro Oda e ha deciso di portarsi questa sua passione anche sul green carpet dell'Ariston.
Il Vaticano ha annunciato che le messe nella basilica di San Pietro avranno una traduzione simultanea in 60 lingue fatta dall’AI L'AI in questione si chiama Lara e verrà presentata in occasione dei festeggiamenti per i 400 anni della Basilica.
Durante i festeggiamenti per il 30esimo anniversario della serie è stato annunciato un nuovo anime di Evangelion Nuova serie di cui non si sa assolutamente niente, ma questo non ha impedito alla macchina dell'hype di entrare in funzione.
Alla cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici di Milano Cortina, Ilia Malinin si è esibito indossando dei jeans Balmain da 1100 dollari Il pezzo era abbinato a una felpa del rapper NF: nel suo insieme, il look sembrava suggerire una riflessione sulla salute mentale nello sport.
Giorgia Meloni ha dovuto pubblicare un comunicato stampa ufficiale per smentire le voci di una sua partecipazione a Sanremo È stata costretta a farlo perché da giorni questa voce circolava insistentemente, tanto che i giornalisti hanno anche chiesto a Carlo Conti se fosse vera.

Il pallone, la salute e il denaro

Contro la retorica anti-monetaria: il calcio sta benissimo, e ha bisogno di soldi e investitori

29 Maggio 2012

Ciclicamente ritornano: sono tempi gravidi per la retorica del “calcio malato”, del “pallone sgonfio”, delle metafore vetuste di uno sport corrotto dal business, dal vil danaro, dalla speculazione e dalle scommesse. Tra un odierno Criscito mediaticamente colpevole (garantismo, questo sconosciuto) e un Buffon connivente, su La Lettura del Corriere della Sera di domenica ha trovato spazio un articolo sulla forbice della ricchezza nel mondo dei club, «i ricchi sempre più ricchi, e i poveri restano ultimi» il sottotitolo eloquente. Messaggio subliminale, invece, è quello dell’abbruttimento di un gioco trasformatosi in puro affarismo, in cui sceicchi e oligarchi la fanno da padroni riducendo la competizione meramente sportiva ai minimi termini. La sconfitta del Bayern Monaco nella finale casalinga dovrebbe esserne il massimo insegnamento. Gli imputati principali, manco a dirlo, il Manchester City e il Chelsea.

Roman Abramovic acquistò il Chelsea nel 2003, si dice dopo aver apprezzato la vista di Stamford Bridge durante un tragitto in elicottero, investendo sessanta milioni iniziali in una squadra che in novantotto anni di storia aveva in bacheca un campionato, tre FA Cup e poco altro. Con gli innesti di Mourinho, Drogba e altri Abramovic creò un team capace di interrompere il dominio del Manchester United per due anni consecutivi (tornando a vincere poi nel 2009/10 con Ancelotti), conquistare quattro secondi posti e la qualificazione per la Champions League per nove anni di seguito. Creò, sostanzialmente, un nuovo competitor. Lo stesso è accaduto a Manchester, dove i cugini scarsi della Juventus d’Inghilterra sono stati rilevati da Mansour bin Zayed Al Nahyan dopo una storia decennale fatta di sconfitte, pochissimi onori e qualche visita alla Second Division. Quest’anno è arrivato il primo posto in Premier League, non accadeva dal 1968. Ma nel modo in cui Chelsea e City hanno vinto le rispettive competizioni c’è qualcosa che non ha a che fare con i soldi, qualcosa che rende il calcio una disciplina che spesse volte mantiene pochi appigli con la nozione così riduttiva di intrattenimento: il City sembrava completamente padrone del destino, suo e del Manchester United, fino a quel maledetto uno-due del Queen Park Rangers. Il trionfo con il pareggio di Dzeko e il sorpasso di Aguero nei minuti di recupero non ha nulla a che fare con i 400 milioni investiti dallo sceicco, ma con l’imprevedibile assurdità del pallone. È retorica anche questa, ma spettacolare, e positiva.

Il capitolo Chelsea, poi, è la dimostrazione di quanto i soldi, se disuniti dalla competenza e dalla pianificazione, possano non fare affatto la felicità. Sesto posto in campionato, una accozzaglia di presunti ex-campioni, età media alta, un allenatore inadatto (AVB, of course) e una serie di incidenti di percorso superati rocambolescamente: il 3-1 al San Paolo di Napoli, il parziale 2-0 al Camp Nou, lo stesso 1-0 dell’Allianz Arena. Il Chelsea era la più improbabile delle cenerentole, nonostante la presidenza milionaria, di tutta la Champions League 2011/12. La spettacolare vittoria negli ottavi di finale, l’impresa catenacciara contro la squadra più forte del mondo, la perfezione tattica messa in campo in finale, senza John Terry, con Bertrand entrato nella storia come unico giocatore ad aver esordito in una finale di Champions League, la rimonta, i rigori. Come scrive su Grantland Brian Phillips, i blues hanno conquistato l’Europa grazie alla stessa imprevedibilità che avevano cercato di eliminare con i milioni del loro presidente. Seguendo la metafora biblica di Pellizzari sul Corriere, il Chelsea era allora Davide, con Barcellona prima e Bayern Monaco poi a vestire i panni di Golia. La profonda e stupenda ironia sta nella vittoria delle seconde linee, dei panchinari, dell’allenatore precario e traghettatore. La vittoria del caso, della fortuna e del cuore, e non la vittoria del denaro.

Sulla meschina sporcizia della banconota, poi, ci sarebbe da aprire un altro capitolo. «Se Davide non batte mai Golia (…) il calcio inizierà a perdere appassionati, insieme alla sua essenza» si legge nell’articolo. Ma gli appassionati, il seguito di pubblico, si mantengono (e si accrescono) anche e soprattutto grazie all’investimento monetario, ai servizi offerti, alle infrastrutture che necessitano, più che mai in questo campionato che un tempo si vantava di essere il più bello del mondo, di migliorie; la Juventus ne è l’esempio lampante: stadio, tifo, vittorie.  Ma se ne rende benissimo conto anche Pellizzari, quando, a fondo pagina, indica il modello Bundesliga come quello da seguire: «Con i suoi splendidi stadi nuovi e sempre pieni, costruiti per il Mondiale 2006, e le sue squadre multietniche e autosufficienti quello tedesco è il modello che fa e dovrebbe fare scuola». Tralasciando l’esaltazione della multietnicità del campionato teutonico in evidente contraddizione con una traballante critica alla Premier League («La nazionale inglese, teoricamente espressione di uno dei due campionati migliori del mondo, è piena di calciatori di livello medio, perché le squadre principali sono piene di stranieri»), c’è da convenire almeno nell’ammirazione per le finanze del Bayern Monaco, da 19 anni in ordine.

In definitiva, il calcio non può guardare al denaro come allo sterco dell’immancabile diavolo: il calcio del denaro ha bisogno, come ha bisogno di investitori, sponsor e infrastrutture adeguate all’epoca. È ovvio e scontato che un fair play finanziario sia necessario, ma per favore non crocifiggiamo gli imprenditori che investono: ditelo al Napoli prima di De Laurentiis, al Malaga, anche al Palermo o al Parma che i soldi fanno male. Erano tutte piccole, ora non lo sono più, e possono ragionevolmente puntare a traguardi più o meno ambiziosi. La bellezza riesce sempre a venire fuori: lo dimostrano le lacrime di Drogba, l’esaltazione di Mancini, le strade piene di passione di Manchester e Londra, le due squadre che dovevano essere ciniche schiacciasassi e sono diventate vincitrici folli e rocambolesche. Hanno vinto come vincono tutti, da sempre.

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