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Un gruppo di scienziati era vicinissimo a sviluppare un vaccino per l’hantavirus ma si è dovuto fermare all’ultimo momento perché avevano finito i soldi Servivano 7 milioni di dollari per concludere la sperimentazione, ma il Covid ha interrotto tutto. Ci vorranno tra 12 e 24 mesi per tornare al punto in cui lo studio era stato lasciato.
Israele vuole fare causa al New York Times per un’inchiesta che racconta le violenze sessuali dei soldati dell’IDF sui prigionieri palestinesi L'inchiesta l'ha firmata il giornalista premio Pulitzer Nicholas Kristof e il giornale ha definito tutto ciò che racconta come «ampiamente verificato».
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L’ultima assurdità in fatto di cibo uscita da internet è il biblical eating, cioè mangiare come si mangia nella Bibbia Una dieta basata solo sugli ingredienti, le preparazioni e le ricette menzionate nella Bibbia. Serve a tenersi in forma e a scacciare il Diavolo, dicono i sostenitori.
A giugno arriveranno in streaming i primi quattro film di Sean Baker, mai distribuiti fino a ora in Italia Sono Four Letter Words, Take Out, Prince of Broadway, Starlet e saranno disponibili a partire da giugno, in lingua originale con sottotitoli.
C’è una copia di Wikipedia in cui tutti gli articoli sono deliri sconnessi e sconclusionati scritti da una AI Si chiama Halupedia e contiene tutte le informazioni su eventi storici come il Grande Censimento dei Piccioni del 1887 e approfondimenti sul mandato gnomico del ragionamento circolare.
Un’operazione segreta dell’Onu ha salvato dalle macerie di Gaza milioni di documenti che ricostruiscono la storia del popolo palestinese dalla Nakba a oggi In 10 mesi, gli operatori hanno salvato milioni di documenti che permetteranno di ricostruire gli alberi genealogici dei palestinesi e di raccontare il loro legame con quella terra.
La lunghissima, tesissima, imbarazzatissima stretta di mano tra Donald Trump e Xi Jinping È durata 14 secondi, nessuno sembrava voler mollare la presa per primo, ovviamente su internet si sono fatte scommesse e meme a riguardo.

L’uomo diventerà dio?

Nel saggio Homo Deus, Yuval Noah Harari descrive un probabile futuro prossimo in cui l'umanità cercherà di sconfiggere la morte.

17 Maggio 2017

Ogni vero bestseller vive di una storia, e quella di Sapiens (Harper, 2014) è passata per un’aula di storia medievale. Al suo autore, Yuval Noah Harari, un ricercatore israeliano formatosi a Oxford nello studio dei conflitti del Medioevo, era stato proposto di tenere un corso ambizioso, ma dai contorni vaghi: un riassunto di 75 mila anni di presenza dell’essere umano sul pianeta Terra, e di quel che ha significato. L’allora trentacinquenne Harari aveva accettato, e dalle sue lezioni era nato un saggio finito nel book club di Mark Zuckerberg, indicato in diretta televisiva tra i consigli letterari di Barack Obama e tradotto in 40 lingue del mondo.

Breve storia dell’umanità ha un sequel, che esce oggi e prova a ripercorrere le fortune del suo predecessore: Homo Deus. Breve storia del futuro, edito da Bompiani (traduzione di Marco Piani), è un lungo e approfondito viaggio nella storia dell’umanesimo, inteso come il dominio globale della prospettiva umana, e ciò che Harari vede come la sua probabile fine. L’aver studiato per anni guerre senza quartiere tra principi e feudatari gli ha reso ancora più evidente come, in un pugno di anni appena, l’umanità sia riuscita a sconfiggere lo spettro della guerra come condizione immutabile e radicata nella sua natura. E l’uomo, quella scimmia evoluta secondo alcuni al centro di un disegno divino, ha realizzato anche altre meraviglie che nella storia sono a lungo sembrate chimere. Prendete l’arresto della diffusione di malattie infettive: ciò che appena qualche secolo fa causava lo sterminio di buona parte della popolazione di uno Stato, come il vaiolo o la peste nera, oggi è stato completamente debellato dagli sforzi della ricerca e della tecnologia. E ancora, «per la prima volta nella storia si muore più per colpa degli eccessi alimentari che per la mancanza di cibo»: non significa che il problema della nutrizione sia risolto, ma è certamente meno preoccupante di ciò che appariva a un nostro simile del secolo scorso.

libroharari

Sconfitto il vaiolo, fermate le carestie e allontanato il fantasma della guerra, a cos’altro può mirare la nostra specie, insoddisfatta per natura? La risposta di Harari è che l’Homo Sapiens vorrà – e vuole già – diventare un «Homo Deus», un demiurgo ben più pratico che metafisico, capace di riscrivere i geni che lo compongono, mettere le mani su fonti di felicità e benessere inesauribili e, nel contempo, sfuggire a quel problema che continua a condizionarlo: la morte. «Non abbiamo bisogno di aspettare il “secondo avvento” per sconfiggere la morte. Un paio di nerd in un laboratorio è in grado di farlo», dice Harari, che nella sua scrittura alterna toni caustici a pagine più preoccupate. Per parlare della nuova direzione convintamente anti-mortale della storia umana, Harari non deve andare a pescare lontano: bastano la nota passione per la parabiosi (gli innesti di sangue giovane) del super-investitore della Silicon Valley Peter Thiel, o lo statuto di Calico, la controllata di Google che nel 2013 dichiarava di voler «risolvere il problema della morte». O ancora Bill Maris, capo del potente fondo di investimento Google Ventures, che nel 2015 in un’intervista pronunciava senza scomporsi le parole: «Se lei mi chiede oggi se è possibile vivere fino a 500 anni, la mia risposta è sì».

Quanto agli altri due elementi del trittico che monopolizzerà l’agenda umana – la felicità come orizzonte imprescindibile, l’assalto alle capacità divine di riscrivere il destino della specie – Harari, in un testo disseminato da note che occupano praticamente metà del volume, per spiegarli si serve di una mole impressionante di riferimenti circostanziati, che passano dai dati della diffusione degli antidepressivi su scala mondiale (la felicità è del tutto alla nostra portata: è soltanto una questione biochimica, no?) alle ultime ricerche sulle cellule staminali, ai tentativi di costruzione di un’intelligenza artificiale in grado di sostituirsi alla mente di un essere umano. Contando sul fatto che «un’economia che si regge su una crescita infinita ha bisogno di progetti infiniti», l’autore del saggio deduce che l’umanità a trazione capitalista non si fermerà finché non raggiungerà i suoi obiettivi in questi tre campi, anche se il progresso sarà lento e meno scenografico di quel che spesso il sensazionalismo mediatico induce a pensare.

Homo Deus si legge come un racconto ispirato e grandioso di ciò che potrebbe essere, più che di ciò che sarà

In realtà sembra essere lo stesso accademico israeliano a peccare di una eccessiva semplificazione in alcune sue osservazioni en passant, inserite nel testo per avvalorare le sue tesi predittive: come quando parla dei due nerd nel laboratorio che riusciranno, da soli, a sopraffare la morte, o immagina che in un futuro prossimo i nordcoreani potrebbero essere in grado di hackerare i nanorobot che ci inietteremo nel sangue per far fronte ai tumori, con chissà quali effetti disastrosi. Ma l’iperbole è nella natura della sua trattazione, e Homo Deus si legge come un racconto ispirato e grandioso di ciò che potrebbe essere, più che di ciò che sarà. D’altronde è lo stesso Harari a scrivere che «nessuno può recepire tutte le più recenti scoperte scientifiche, nessuno può fare previsioni su quale sarà l’assetto dell’economia globale nei prossimi dieci anni, e nessuno ha uno straccio di indizio di dove ci stiamo dirigendo con così tanta fretta». Il suo esercizio funziona proprio perché tiene conto della quota fisiologica di imprevedibilità che condizionerà l’umanità dei prossimi decenni e secoli, e in questo senso richiama quello recente di Chuck Klosterman nel suo But What If We’re Wrong?, di cui abbiamo parlato anche qui su Studio.

Yuval Noah Harari mantiene qualcosa di simile a un ottimismo di fondo nelle sue riflessioni: la specie che ha colonizzato il mondo e si sta lanciando a velocità sfrenate verso territori inesplorati non smetterà di sorprenderci. Ma non è detto che ciò avverrà sempre in senso positivo: e se il futuro prossimo, continuando in questo solco, vedesse una resa incondizionata dell’uomo alle macchine, un progressivo rimpiazzo della mente biologica con sofisticati software, una deleteria proskynesis nei confronti di sistemi simili a quelli a cui siamo abituati, ma su cui all’improvviso non abbiamo più alcun controllo? L’autore del libro immagina una distopia in cui la singolarità dei tecno-futuristi – una macchina capace di prevalere sull’intelletto umano – è diventata reale, e alle religioni monoteiste è stato sostituito un approccio fideistico verso dati e algoritmi nelle mani di ristrette e facoltose cerchie di élites oltreumane. In una delle sue poesie, T. S. Eliot scrisse degli uomini: «Essi han sempre cercato di sfuggire / dall’oscurità interiore ed esteriore / Fino a sognare sistemi talmente perfetti che nessuno avrebbe più bisogno di essere buono».

Immagine Getty
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