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Un programmatore ha creato un social che possono usare solo i chatbot e i chatbot lo stanno usando per lamentarsi degli esseri umani Si chiama Moltbook, somiglia molto a Reddit e anche i chatbot si comportano in modo molto simile agli utenti Reddit: si lamentano e insultano.
Il governo Usa si è dimenticato di censurare i volti e i corpi delle donne ritratte nella tranche di Epstein Files appena pubblicata Alcune di queste sarebbero addirittura minorenni: se ne sono accorti i giornalisti del New York Times, grazie a loro le foto sono state rimosse.
Nel nuovo trailer del Diavolo veste Prada 2 c’è Miranda Priestly che, come tutte le direttrici del mondo, va alla ricerca di soldi per il suo giornale Ambientato a Milano, il trailer mostra una Miranda Priestly alle prese, persino lei, con la crisi dell'editoria.
Nonostante abbia vinto il premio per l’Album dell’anno, a Bad Bunny è stato vietato di esibirsi dal vivo ai Grammy Stavolta non c'entra la politica ma un grosso concerto che Bad Bunny terrà l'8 febbraio durante un evento piuttosto importante.
TikTok ha chiuso l’account di Bisan Owda, una delle più note e apprezzate giornaliste palestinesi, senza una spiegazione Secondo la giornalista, 1.4 milioni di follower, vincitrice di un Emmy per i suoi reportage, la versione Usa dell'app sta censurando le voci palestinesi.
È uscita la prima immagine di Paul Mescal, Barry Keoghan, Harris Dickinson e Joseph Quinn nei panni dei Beatles e in tanti li trovano piuttosto buffi Hanno colpito molto soprattutto la scodella e i baffoni sfoggiati da Barry Keoghan, che nella saga diretta da Sam Mendes sarà Ringo Starr.
L’IDF ha confermato che i morti a Gaza sono almeno 70 mila, la stessa cifra riportata dal ministero della Salute della Striscia Finora, il numero di 71,667 non era stato considerato credibile da alcuni perché fornito da Hamas. Adesso anche l'esercito israeliano lo conferma.
Yung Lean, Robyn, Arca, Oklou, Kelela e tutte le altre buone ragioni per festeggiare i 25 anni di C2C Festival Sono finalmente stati annunciati i primi artisti che suoneranno a Torino dal 29 ottobre al 1 novembre 2026.

Homework, vent’anni fa

Il 20 gennaio il primo disco dei Daft Punk ha compiuto vent'anni: si può dire che per la musica è stata la fine della storia?

26 Gennaio 2017

Qualche giorno fa, Homework, il primo disco dei Daft Punk, ha compiuto 20 anni ed è un anniversario che fa una certa impressione. Significa: ventenni che oggi ascoltano i dischi dei Daft Punk, ma che quando uscì Homework non erano ancora nati. Fa una certa impressione non solo per i tipici abissi di nostalgia in cui possono precipitare i quarantenni di oggi, ma anche perché, a riascoltarlo ora, sembra un disco che potrebbe essere uscito nel 2017. Il tempo non ha lasciato quasi nessuna patina, quasi nessun indizio. Non è solo merito del disco in particolare, è forse la prova di un discorso più generale. Per altre epoche, un lasso di vent’anni nella musica è stato come il passaggio da un secolo a un altro in termini di evoluzione degli stili e dei costumi. Se riascolto Homework, mi viene da pensare che La fine della storia teorizzata da Fukuyama sia applicabile alla musica più che a qualunque altra cosa.

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Testimonianza oculare: quando Homework uscì, i Daft Punk, all’epoca ventenni parigini con le facce di compagni di classe che se la tirano, Guy-Manuel de Homem-Christo e Thomas Bangalter, avevano già prodotto un singolo, “The New Wave”, più orientato alla techno rispetto allo stile che poi li avrebbe caratterizzati; era finito su una cassetta che mi aveva fatto un amico. Chi in quegli anni ascoltava house, techno e musica elettronica, poteva averli già vagamente sentiti come nome, ma di fatto erano dei semi-sconosciuti. Il disco, prodotto nel giro di cinque mesi, sotto l’egida di una major dopo un solo singolo, li proiettò molto rapidamente in un’altra dimensione. Entrò in classifica in 14 Paesi. Il famoso mainstream. Certo, esistevano già cose come Prodigy (Music for the Jilted Generation è del ’94) e Chemical Brothers (Exit Planet Dust del ’95), che avevano fatto fare il salto alla scena dance, dai club a Mtv, sostituendosi parzialmente alla cosiddetta musica suonata nei gusti dei giovani alternativi medi, ma Homework fu una cosa molto più grande. Innanzitutto perché unì da una sponda all’altra discotecari con rockettari (mondi non ancora comunicanti), o appassionati di musica con casuali ascoltatori di radio. E poi perché rispetto ai dischi che avevano fatto quel salto di cui ho parlato, mettiamoci anche Aphex Twin – i video di Chris Cunningham sono del ‘96 – è il disco più fedele alle origini dance o house o disco o come le si voglia chiamare, quello che pur essendo contaminatissimo risulta il meno contaminato, nei suoni e nel modo in cui funzionano i pezzi, con la musica alternativa considerata fino a quel momento più “nobile”. Negli anni successivi i Daft Punk hanno continuamente dimostrato di saper fare grandi dischi. Altri grandi successi, come si dice di critica e di pubblico di quegli anni, vedi Fatboy Slim, al confronto scompaiono, relegati alla loro epoca.

Breve analisi del disco: il primo pezzo a entrare nei nostri cuori non fu “Around the World”, che poi è diventata probabilmente una delle tre canzoni più riprodotte degli ultimi vent’anni, ma “Da Funk”, che oggi sembra anche quella più legata alle atmosfere degli anni Novanta. Poi venne il lunghissimo regno di “Revolution 909”, che non si è mai veramente chiuso: è forse il pezzo che io continuo a preferire di tutto il disco. Le tre citate diventano tre video bellissimi e citatissimi, girati rispettivamente da Michel Gondry, Spike Jonze, Roman Coppola. Non c’è un pezzo che si possa dire sbagliato o in tono minore, cosa che succede raramente anche nei dischi capolavoro; non c’è mai la tentazione di saltare una traccia. Oltre ai tre indiscutibili, i miei pezzi preferiti, cambiati poi nel corso del tempo, sono “Phoenix”, “Indo Silver Club”, “High Fidelity”. Come si potrebbe descrivere Homework a chi non l’hai mai sentito? Difficile perché è qualcosa di completamente nuovo ma con dentro un sacco di cose vecchie: acid-kraut-funk-italo-space-house-disco?

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«I repeat: stop the music and go home»: lo dice la voce megafonata di un poliziotto mentre in sottofondo bassissimo si sente la battuta ovattata di un pezzo e voci di ragazzi coperti da una sirena. È l’inizio di “Revolution 909”. Che poi. dopo che la voce e le sirene e i poliziotti scompaiono in dissolvenza, parte in tutta la sua sfasata leggerezza chimica. È sufficiente questo frammento, il frammento in cui si sovrappongono una sull’altra le traccia della sirena, del poliziotto che dice ai ragazzi di andare, delle voci dei ragazzi e della musica sotto, per spiegare perché Homework insieme a tutto il resto è stato anche un disco generazionale. Un disco che ha saputo rappresentare un sentimento – quello di ballare “la musica per ballare” per liberarsi o ribellarsi – con una voce che raccontava già la fine dell’epoca dei rave e la fascinazione per un’estetica meno violenta e più luccicante, incarnando così tutte le contraddizioni del giovane occidentale borghese che hanno più o meno continuato a essere le stesse fino a oggi. Fuggire ma con la testa più che con il corpo. In un luogo chiuso più che in un grande spazio aperto. In un altrove dorato e malinconico.

All’inizio del pezzo parlavo di “fine della storia” (della musica), di cui Homework è stato l’inizio, o meglio uno dei passaggi fondamentali. Se è successo è perché dopo quegli anni nessun disco che possa dirsi mainstream, nessun disco pop di un gigante delle vendite, ha potuto fare a meno di quel marchio musicale: l’uso delle ritmiche o di certi suoni della house e della techno è diventato digeribile e digerito nello stesso modo in cui lo sono diventate le chitarre rock. Fuori dal mainstream, invece, nessuna nuova rivoluzione con un impatto culturale paragonabile a quello della musica dance ed elettronica di quegli anni, che poi è un impatto paragonabile a quello dell’hip hop o del punk e prima ancora, appunto, a quello del rock. Tutte le cose, anche belle, di questi anni continuano a sembrare filiazioni di queste. Ci sarà un’altra revolution (non 909)? Per il momento non c’è veramente stata, ma vediamo.

Immagini tratte dal sito Daft Bootlegs che raccoglie rarità e memorabilia legate al duo e, in particolare, una collezione di fotografie dei primi anni di attività.
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