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18:23 giovedì 26 marzo 2026
Le Gallerie dell’Accademia di Venezia permetteranno al pubblico di seguire dal vivo tutto il restauro della “Pala di San Giobbe” di Bellini Lo scopo dell'iniziativa è quello di mantenere visibile l'opera per i due anni necessari al restauro, facendo scoprire al pubblico come funziona questo delicatissimo processo.
Nei bombardamenti sull’Iran è andata distrutta anche la casa-museo di Abbas Kiarostami A dare la notizia è stato il figlio sui social, spiegando che le bombe che hanno colpito Chizar hanno danneggiato anche la casa del regista.
L’Onu ha approvato una risoluzione che condanna la schiavitù come «il più grave crimine contro l’umanità», nonostante il voto contrario degli Usa e di Israele e l’astensione dell’Europa Sia i Paesi che si sono opposti che quelli che si sono astenuti hanno spiegato la decisione dicendo che non è giusto stabilire una "classifica delle atrocità".
La fotografia della serie di Harry Potter è così strana che i fan si sono convinti che sia stata girata usando l’AI La forte somiglianza di costumi, scenografie e cast, unita alla pallida paletta cromatica vista nel trailer appena uscito, ha convinto i fan che nella serie ci abbia messo lo zampino l'AI.
È appena stato annunciato un nuovo film del Signore degli anelli ed è già il più strano di tutta la saga Si intitola The Lord of the Rings: Shadow of the Past, sarà prodotto da Peter Jackson, avrà come protagonisti Sam, Merry e Pipino e soprattutto lo scriverà Stephen Colbert.
Nemmeno un accordo da un miliardo di dollari con Disney è bastato a evitare la chiusura di Sora da parte di OpenAI La chiusura dell'app di generazione di video tramite AI è una notizia improvvisa ma non così imprevista: i problemi legali erano molti e grossi, tutti relativi al diritto d'autore.
Su internet sempre più maschi si rivolgono ai face rater, cioè tizi pagati per recensire le facce degli altri e decidere se sono belli o brutti Ci sono interi subreddit dedicati e server Discord appositi: basta pubblicare una foto della propria faccia e chiedere che venga recensita.
Il Ministro degli Esteri ungherese è stato accusato di parlare con il Ministro degli Esteri russo prima, durante e dopo le riunioni del Consiglio europeo, e lui ha detto che è assolutamente vero Péter Szijjártó ha detto che secondo lui parlare con Sergei Lavrov durante questi riservatissimi incontri rappresenta «l'essenza stessa della diplomazia, una prassi».

Homework, vent’anni fa

Il 20 gennaio il primo disco dei Daft Punk ha compiuto vent'anni: si può dire che per la musica è stata la fine della storia?

26 Gennaio 2017

Qualche giorno fa, Homework, il primo disco dei Daft Punk, ha compiuto 20 anni ed è un anniversario che fa una certa impressione. Significa: ventenni che oggi ascoltano i dischi dei Daft Punk, ma che quando uscì Homework non erano ancora nati. Fa una certa impressione non solo per i tipici abissi di nostalgia in cui possono precipitare i quarantenni di oggi, ma anche perché, a riascoltarlo ora, sembra un disco che potrebbe essere uscito nel 2017. Il tempo non ha lasciato quasi nessuna patina, quasi nessun indizio. Non è solo merito del disco in particolare, è forse la prova di un discorso più generale. Per altre epoche, un lasso di vent’anni nella musica è stato come il passaggio da un secolo a un altro in termini di evoluzione degli stili e dei costumi. Se riascolto Homework, mi viene da pensare che La fine della storia teorizzata da Fukuyama sia applicabile alla musica più che a qualunque altra cosa.

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Testimonianza oculare: quando Homework uscì, i Daft Punk, all’epoca ventenni parigini con le facce di compagni di classe che se la tirano, Guy-Manuel de Homem-Christo e Thomas Bangalter, avevano già prodotto un singolo, “The New Wave”, più orientato alla techno rispetto allo stile che poi li avrebbe caratterizzati; era finito su una cassetta che mi aveva fatto un amico. Chi in quegli anni ascoltava house, techno e musica elettronica, poteva averli già vagamente sentiti come nome, ma di fatto erano dei semi-sconosciuti. Il disco, prodotto nel giro di cinque mesi, sotto l’egida di una major dopo un solo singolo, li proiettò molto rapidamente in un’altra dimensione. Entrò in classifica in 14 Paesi. Il famoso mainstream. Certo, esistevano già cose come Prodigy (Music for the Jilted Generation è del ’94) e Chemical Brothers (Exit Planet Dust del ’95), che avevano fatto fare il salto alla scena dance, dai club a Mtv, sostituendosi parzialmente alla cosiddetta musica suonata nei gusti dei giovani alternativi medi, ma Homework fu una cosa molto più grande. Innanzitutto perché unì da una sponda all’altra discotecari con rockettari (mondi non ancora comunicanti), o appassionati di musica con casuali ascoltatori di radio. E poi perché rispetto ai dischi che avevano fatto quel salto di cui ho parlato, mettiamoci anche Aphex Twin – i video di Chris Cunningham sono del ‘96 – è il disco più fedele alle origini dance o house o disco o come le si voglia chiamare, quello che pur essendo contaminatissimo risulta il meno contaminato, nei suoni e nel modo in cui funzionano i pezzi, con la musica alternativa considerata fino a quel momento più “nobile”. Negli anni successivi i Daft Punk hanno continuamente dimostrato di saper fare grandi dischi. Altri grandi successi, come si dice di critica e di pubblico di quegli anni, vedi Fatboy Slim, al confronto scompaiono, relegati alla loro epoca.

Breve analisi del disco: il primo pezzo a entrare nei nostri cuori non fu “Around the World”, che poi è diventata probabilmente una delle tre canzoni più riprodotte degli ultimi vent’anni, ma “Da Funk”, che oggi sembra anche quella più legata alle atmosfere degli anni Novanta. Poi venne il lunghissimo regno di “Revolution 909”, che non si è mai veramente chiuso: è forse il pezzo che io continuo a preferire di tutto il disco. Le tre citate diventano tre video bellissimi e citatissimi, girati rispettivamente da Michel Gondry, Spike Jonze, Roman Coppola. Non c’è un pezzo che si possa dire sbagliato o in tono minore, cosa che succede raramente anche nei dischi capolavoro; non c’è mai la tentazione di saltare una traccia. Oltre ai tre indiscutibili, i miei pezzi preferiti, cambiati poi nel corso del tempo, sono “Phoenix”, “Indo Silver Club”, “High Fidelity”. Come si potrebbe descrivere Homework a chi non l’hai mai sentito? Difficile perché è qualcosa di completamente nuovo ma con dentro un sacco di cose vecchie: acid-kraut-funk-italo-space-house-disco?

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«I repeat: stop the music and go home»: lo dice la voce megafonata di un poliziotto mentre in sottofondo bassissimo si sente la battuta ovattata di un pezzo e voci di ragazzi coperti da una sirena. È l’inizio di “Revolution 909”. Che poi. dopo che la voce e le sirene e i poliziotti scompaiono in dissolvenza, parte in tutta la sua sfasata leggerezza chimica. È sufficiente questo frammento, il frammento in cui si sovrappongono una sull’altra le traccia della sirena, del poliziotto che dice ai ragazzi di andare, delle voci dei ragazzi e della musica sotto, per spiegare perché Homework insieme a tutto il resto è stato anche un disco generazionale. Un disco che ha saputo rappresentare un sentimento – quello di ballare “la musica per ballare” per liberarsi o ribellarsi – con una voce che raccontava già la fine dell’epoca dei rave e la fascinazione per un’estetica meno violenta e più luccicante, incarnando così tutte le contraddizioni del giovane occidentale borghese che hanno più o meno continuato a essere le stesse fino a oggi. Fuggire ma con la testa più che con il corpo. In un luogo chiuso più che in un grande spazio aperto. In un altrove dorato e malinconico.

All’inizio del pezzo parlavo di “fine della storia” (della musica), di cui Homework è stato l’inizio, o meglio uno dei passaggi fondamentali. Se è successo è perché dopo quegli anni nessun disco che possa dirsi mainstream, nessun disco pop di un gigante delle vendite, ha potuto fare a meno di quel marchio musicale: l’uso delle ritmiche o di certi suoni della house e della techno è diventato digeribile e digerito nello stesso modo in cui lo sono diventate le chitarre rock. Fuori dal mainstream, invece, nessuna nuova rivoluzione con un impatto culturale paragonabile a quello della musica dance ed elettronica di quegli anni, che poi è un impatto paragonabile a quello dell’hip hop o del punk e prima ancora, appunto, a quello del rock. Tutte le cose, anche belle, di questi anni continuano a sembrare filiazioni di queste. Ci sarà un’altra revolution (non 909)? Per il momento non c’è veramente stata, ma vediamo.

Immagini tratte dal sito Daft Bootlegs che raccoglie rarità e memorabilia legate al duo e, in particolare, una collezione di fotografie dei primi anni di attività.
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