Com’è andata la sfilata di Hedi Slimane da Celine

Era il debutto più atteso del mese della moda.

29 Settembre 2018

Dopo quello di Riccardo Tisci da Burberry, il debutto di Hedi Slimane da Celine era la sfilata più attesa di tutto il mese della moda. Ci sono pochi designer che riescono a catalizzare un interesse di pubblico e di critica come ancora riesce a fare Slimane, che lo scorso luglio ha compiuto cinquant’anni ed è conosciuto per il lavoro svolto da Dior Homme (dal 1999 al 2007) e da Saint Laurent (dal 2012 al 2016). La fissazione per l’adolescenza, il bianco e nero, le silhouette allungate, l’ostinazione quasi fanciullesca con cui falcia parti del nome dei marchi per cui lavora (prima lo Yves, poi l’accento di Céline) senza apparente riguardo, il maiuscolo di tutte le comunicazioni social, la proverbiale stizza con cui distribuisce gli inviti per le sue sfilate e le poche interviste, anche se questa volta ha accettato di parlare con Le Figaro prima dello show: Hedi Slimane appartiene a una generazione di stilisti-star (come Tom Ford, John Galliano, Alexander McQueen) che poco hanno da spartire con i colleghi più giovani. Soprattutto, è fedele alla sua estetica: non a caso la sua prima da Celine è stata un reboot, come si usa dire, in pieno stile Slimane.

Intanto perché ha introdotto l’abbigliamento da uomo, territorio nel quale Phoebe Philo non si era mai avventurata, riproponendo i suoi “slim-suits”, ovvero i completi strettissimi che ne avevano decretato il successo internazionale già da Dior Homme. Oggi come allora sono indossati da uomini ma verranno comprati anche dalle donne, e raccontano di un cross-gender a senso unico che appare ahimè molto meno contemporaneo di quanto non sembrasse all’alba del nuovo millennio. Eppure sono abiti perfetti per un mercato che sembra allontanarsi gradualmente dall’infatuazione per lo streetwear, e questo Slimane lo sa bene. Non un paio di sneaker in passerella: la collezione di 96 look è intitolata “Paris La Nuit” e si muove dal palco di un concerto immaginario all’after-party, da sempre luoghi prediletti per lo stilista francese, che confessa di non sentire più la stessa “energia” a Los Angeles dopo l’insediamento del presidente Trump. Abiti corti, spalline importanti e maniche a sbuffo in omaggio al Saint Laurent degli anni Ottanta, occasionali momenti di colore e paillettes a intervallare la sequenza di nero: è una guerra interna di LVMH, che possiede Celine, con l’altro Saint Laurent, quello disegnato da Anthony Vaccarello, che ha raccolto la pesante eredità di Slimane nel marchio controllato da Kering.

Ex direttore creativo di Saint Laurent ed attuale direttore creativo di Celine, Slimane ha pubblicato libri e realizzato installazioni (ANNE-CHRISTINE POUJOULAT/AFP/Getty Images)

Che a cinquant’anni Slimane indaghi ancora la gioventù, nelle forme e nei contenuti che più gli sono congeniali, sorprende poco. «Ho sempre fotografato, documentato e vestito i giovani», ha detto a Le Figaro, aggiungendo che Instagram è «una piattaforma che promuove senza dubbio la scoperta di nuovi talenti, ma mi rendo conto di quanto sia difficile a volte crescere in un mondo pieno di “mi piace” quando non siamo la ragazza o il ragazzo più popolare». Quanto alle orfane di Phoebe Philo, e di quella sua idea di femminilità nella quale tante donne si sono riconosciute, per Slimane «non si entra in una casa di moda per imitare chi ci ha preceduto» mentre i cambiamenti nel logo (e nella silhouette) «andavano fatti. Le case di moda sono degli oggetti viventi, devono evolversi e trovare l’essenza di ciò che sono».

Sarah Mower ha scritto su Vogue US che il nuovo Celine piacerà alla Hollywood più giovane (anche se per ora Lady Gaga ne è stata la prima testimonial indiretta) e agli asiatici della Generazione Z: trattasi insomma dei Post-Millennials, Plurals o iGen, come li indentifica  pedissequamente Wikipedia, nati tra il 1996 e il 2010. Il futuro ci dirà se anche loro, come già i fratelli più grandi e le madri, si prenderanno la classica sbandata adolescenziale per Hedi Slimane.

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