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In tutta Europa la vendemmia non è mai iniziata così presto (e sì, anche in questo caso c’entra la crisi climatica) In Sicilia, Franciacorta, Trentino, Toscana, Borgogna, Champagne, Portogallo, Spagna. Si è iniziata la raccolta già a luglio, in alcuni casi.
Grazie al successo dell’Odissea di Nolan, il Met di New York ha deciso di esporre al pubblico la più antica “copia” esistente dell’Odissea di Omero Un papiro risalente all'Egitto tolemaico, che contiene tre versi assenti nella versione canonica dell'opera.
Quattro anni dopo Aftersun, la regista Charlotte Wells ha finalmente annunciato il suo nuovo film Verrà presentato a settembre al New York Film Festival, è un corto che racconta la vita della leggendaria batterista Paula Spiro.
Il più grande baobab del Madagascar sta morendo e la causa della sua morte (ovviamente) è la crisi climatica Ha vissuto per più di mille anni. Poi sono arrivate le piogge eccessive e le infezioni fungine. E adesso non c'è più niente da fare.
Il nuovo film di Jonathan Glazer è un documentario girato con una videocamera dai bambini di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan e dello Yemen , questo il titolo scelto da Glazer per il film, verrà presentato al prossimo New York Film Festival.
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.

I turbamenti del non più giovane Guè

Tra materialismo, insoddisfazione e perenne ricerca di un senso che non trova, Tropico del Capricorno, il nono disco da solista, è forse il più triste e amaro della sua carriera.

14 Gennaio 2025

«Ancora non ho fatto pace con me stesso», dice Guè nell’intervista che ha registrato recentemente con Gq, e la sensazione è confermata ascoltando Tropico del Capricorno, il suo nono disco solista uscito il 10 gennaio. Dopo una serie di lavori molto street (soprattutto Fastlife 4 e il disco dei Dogo), qui il rapper milanese dà sfogo principalmente a due delle anime che caratterizzano la sua carriera e, è il caso di dirlo, anche la sua personalità: quella party e quella malinconica e riflessiva, sia nei testi che nelle musiche a cura di Sixpm e Chef P (precedentemente noto come Pietrino dei 2nd Roof), con incursioni da parte di Big Fish, Bassi Maestro e dell’americano Harry Fraud (tra i migliori producer contemporanei, apprezzato soprattutto per il lavoro con French Montana).

«Penso alla mia carriera assurda, più che decennale / ma inversamente proporzionale / al disastro della vita personale» sintetizzava efficacemente in un pezzo di pochi anni fa, e questo è un po’ il mood del disco, quella sorta di infelicità e mancanza di senso pure all’interno di una vita caratterizzata dal successo, che richiama il filone inaugurato da Drake (notoriamente un riferimento di Guè) con il suo Take Care. Un riferimento più esplicito è invece quello a Henry Miller, visto che il disco prende il nome da un romanzo (seguito di Tropico del cancro) in cui lo scrittore statunitense raccontava in modo esplicito una vita tra sesso e bagordi nella New York degli anni Venti, alla perenne ricerca di una irraggiungibile felicità.

Se il disco di Guè è pieno di pezzi da club, di varie influenze dalla dancehall (“Nei tuoi skinny”) alla West Coast degli anni Novanta (“Nei DM”, non a caso con la collaborazione di Tormento, i cui Sottotono hanno rappresentato quel suono in Italia), è nei contrappunti più riflessivi e inquieti che anche il flexing e la caratteristica elencazione di marchi e status symbol assumono un sapore più amaro, come a ricordarci che non esistono panacee materiali per gli animi tormentati.

Proprio il pezzo prodotto da Harry Fraud, “Pain is love” (indicativo già il titolo), è una delle perle del disco: «Credimi, io ci provo / a essere meglio, ma ogni volta entrano i demoni / e sbaglio di nuovo […] Fingo che me ne fotto, in realtà sto toccando il fondo» esplicita il titolare, con quella pronuncia scazzata che è ormai marchio di fabbrica almeno dai tempi di “Squalo”. E probabilmente non è un caso che in scaletta “Pain is love” arrivi subito dopo “Le tipe”, un’elencazione di tutti “i tipi di tipe” che il Nostro predilige. A differenza però che in pezzi come “Le donne” di Fibra o la storica “Girls girls girls” di Jay-Z, che si muovono sullo stesso tema, qui il mood, dal punto di vista musicale, non è particolarmente scanzonato, quasi a dire che, in fondo, se ti piacciono tutte è perché non c’è nessuna che ti piace veramente. Torna in mente allora il famoso catalogo cantato da Leporello nel Don Giovanni di Mozart, e ancora di più il Casanova di Fellini, dove la meccanica coazione a ripetere è fonte di piacere effimero e, in definitiva, di fondamentale insoddisfazione.

Guè lo ha dichiarato più di una volta: la sua più grande paura è quella di smettere di essere tecnicamente bravo a rappare, cosa che con il passare degli anni abbiamo visto succedere a più di qualcuno. Questo disco ci conferma ancora una volta (magistralmente per esempio nella prima strofa di “Meravigliosa”, il pezzo in cui riprende l’amata “Acqua e sapone” degli Stadio) che quel momento, se mai arriverà, è ancora ben di là da venire. A confermare questa impressione è anche il pezzo che chiude l’album, “Astronauta”, uno dei brani più tristi della sua carriera. Una sola strofa che, oltre a essere tra le sue più belle, dopo un disco in cui in sostanza ci ha ricordato quello che sappiamo già che sa fare bene, presenta flow e tematiche inusuali (i riferimenti a “papi omofobi” e “capi nazisti” ricordano i tempi in cui nei primi dischi dei Club Dogo si praticava anche il rap di denuncia), forse come a dirci che le cartucce da sparare non sono ancora finite. E che se Guè ancora non ha fatto pace con i suoi demoni, perlomeno sa sempre come scavare dentro se stesso per raccontarli in musica.

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