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La giuria di un prestigioso premio letterario ha premiato un racconto generato con l’AI senza accorgersi che era chiaramente generato con l’AI The Serpent in the Grove di Jamir Nazir sarebbe tutta farina del sacco di una AI. E, forse, Jamir Nazir nemmeno esiste davvero.
Dei game designer palestinesi stanno realizzando un videogioco che racconta la storia della Nakba Si intitola Dreams on a Pillow ed è stato finanziato grazie a una campagna di crowdfunding a cui hanno contribuito persone da tutto il mondo.
Molte persone stanno scoprendo che portare una powerbank in aereo è una faccenda più complicata e pericolosa di quanto ci si immagina Quello che è successo al volo EasyJet costretto a un atterraggio d'emergenza a Fiumicino ha fatto scoprire a molti le severissime regole sulle powerbank in aereo.
L’anteprima della nuova serie di Zerocalcare al Circo Massimo è diventata uno dei più grandi “festival” dell’estate italiana Un evento gratuito, al Circo Massimo, con migliaia di persone in coda per giocare ai videogiochi, ascoltare musica e guardare Due spicci, la nuova serie del fumettista.
La FAO ha detto che ci restano soltanto sei mesi per evitare una crisi alimentare in tutto il mondo Per l’agenzia, saranno cruciali le decisioni che agricoltori e governi prenderanno ora sull’uso dei fertilizzanti, sulle importazioni, sui finanziamenti e sulla scelta delle colture.
Su RaiPlay è stato pubblicato per la prima volta Sulla carta sono tutti eroi, uno speciale del 1984 dedicato ad Andrea Pazienza, con Andrea Pazienza La maniera perfetta per festeggiare il settantesimo anniversario della nascita di Paz: vederlo disegnare, parlare, raccontarsi, sorridere.
Sandra Hüller potrebbe stabilire un record che si credeva impossibile: essere candidata all’Oscar 4 volte, per 4 film diversi, nello stesso anno L'attrice potrebbe ricevere una nomination per tutti i film che ha fatto nel 2026: Fatherland, Rose, Project Hail Mary e Digger.
Il politico più popolare in India in questo momento è uno scarafaggio leader del Partito degli Scarafaggi Tutto è iniziato un po' per presa in giro un po' per protesta, ma in nemmeno una settimana il Cockroach Janta Party ha superato su Instagram il Bharatiya Janata Party del Premier Modi.

Grecia fuori o dentro

Grexit sarebbe l’opzione economicamente più sensata, ma è sensato rinunciare al disegno europeista?

10 Luglio 2015

Dopo il risultato al referendum greco di domenica scorsa mi sono fatto una strana convinzione. Solo ricorrendo a un “paradosso” è possibile risolvere il rompicapo di un Paese che ha inventato la filosofia (e insieme risolvere un pezzo di rompicapo europeo).

Il paradosso è più o meno questo: arrivati dove siamo, l’uscita di Atene dalla moneta unica (Grexit) “sarebbe” l’opzione economicamente più razionale e sensata. Quando si condivide una moneta da quasi quindici anni, dunque uno stesso posto a tavola, occorre sottostare a delle regole comuni; altrimenti ognuno per la propria strada. Va da sé che sistemi in cui si continua ad andare in pensione a meno di sessant’anni come in Grecia, si vive di sussidi e trasferimenti, il settore pubblico è abnorme, non ci sono industrie e i ricchi armatori non pagano le tasse (anche con il “compagno” Tsipras), saranno forse posti meravigliosi ma ovviamente insostenibili (e qui l’Europa cattiva e l’austerity non c’entrano nulla).

Dico che il Grexit “sarebbe” (non che “è”) l’opzione più razionale perché al contrario di quel che pensano in molti, a cominciare dai falchi tedeschi e nordici seguaci del ministro delle Finanze Schauble, in tutto il resto del mondo l’uscita di Atene sarebbe il segnale del fallimento dell’intero progetto europeo. La prova che l’integrazione politica non è irreversibile. Per questo pur censurando la cicala Grecia e tutto il codazzo di anime belle che la dipingono vittima della Troika e degli usurai internazionali (che pure hanno le loro colpe, intendiamoci), tifo perché Atene resti a bordo dell’eurozona. Senza se e senza ma.

Per un motivo molto semplice. Chi guarda in questa crisi al solo euro e al solo debito, chi separa la moneta dal disegno complessivo cominciato sessant’anni fa, si perde gran parte del senso dell’avventura europea che è eminentemente e potentemente politica. L’equivoco che fa da sfondo alla crisi di Atene è proprio questo: sopravvalutare il potere autosufficiente dell’euro, quasi potesse evitare recessioni e spingere sulla crescita (anche) in mancanza di riforme e buon governo. A mio parere questa separazione è un errore che stanno compiendo in molti, facendo il gioco dei populisti.

Euro Faces Continued Uncertainty

Per decenni l’europeismo ha camminato con il pilota automatico senza che quasi ce ne accorgessimo. Era un gioco a somma positiva per tutti. Si cresceva e si spendeva a futura memoria. Ma, con la nascita dell’Unione europea e la globalizzazione, l’integrazione è arrivata a un punto tale che il funzionalismo e la tecnocrazia irresponsabile non bastano più. Devono subentrare la politica e il gioco democratico. La dimensione europea è ormai atterrata nelle nostre vite non solo sotto forma di parametri di Maastricht e di coordinamento delle politiche economiche e fiscali più o meno spinte; entra a pieno titolo direttamente nelle scelte di consenso dell’opinione pubblica. Eccolo il salto di scala che si è rivelato esplosivo.

Invece la risposta dei Paesi europei in questi anni è stata di scaricare ipocritamente su Bruxelles la colpa di ogni riforma impopolare. Come se l’Europa fosse un’entità autonoma e non quel che gli stati membri lasciano e vogliono che sia.

Affrontare ogni passaggio di crisi nascondendo la mano per paura di bruciarsi, non assumersi mai la responsabilità politica delle scelte strategiche o trasformare le istituzioni comunitarie nella discarica di risentimenti, alibi e cinismi delle classi dirigenti nazionali, sperando in questo modo di non pagare dazi elettorali, sono esattamente i motivi per cui marciscono i problemi, si alimentano populismi & malcontento e il piccolo focolaio greco di 5-6 anni fa è diventato il bubbone di oggi. Decidendo di non decidere. Rinviando i problemi. Lasciando campo libero alle ricette asettiche e calate dall’alto delle varie troike tanto criticate.

Basta vedere di che pasta è fatta questa seconda ondata di euro-scetticismo che scuote il nostro continente per capire il suicidio di “una moneta senza la politica” praticato dai Paesi europei. Il malessere è tracimato ben oltre i movimenti etnoregionalisti, i nostalgici vetero comunisti e della vecchia destra autarchica. Su questa trincea si sfonda facilmente, complice la lunga crisi economica; il mercato elettorale è potenzialmente ricco. Purtroppo non basta alzare le spalle e denunciare la deriva populista. Finito il funzionalismo anni Novanta, se non si pedala la bicicletta europea cade per terra.

Euro Faces Continued Uncertainty

Venticinque anni fa, dopo il crollo del Muro di Berlino, per chi oggi ha quarant’anni l’Europa è stata una grande speranza. La sconfitta definitiva dei totalitarismi europei, la voce di libertà dei dissidenti alla Vaclav Havel, il sogno di darsi una soggettività politica, una difesa, un modello di crescita e di competitività, un sistema fiscale e istituzioni davvero comuni, non solo un mercato unico. La moneta era l’escamotage per aggirare le resistenze e arrivare all’unione politica in pochi anni perchè il mondo del terzo millennio è troppo grande e competitivo per affrontarlo sulle scialuppe indebolite (e solitarie) dei vecchi stati-nazione continentali. L’unica opzione che abbiamo per non soccombere nel mondo dei grandi blocchi geopolitici.

Di quella spinta oggi rimane ben poco. Restano le facce notarili dei commissari Ue (scelti dai governi nazionali), il rito stanco e cinico delle riunioni europee e una retorica bolsa sulla bontà taumaturgica dell’integrazione. Il risultato è che non è mai stato così facile e popolare sparare sulla croce rossa europea. Ai suoi confini orientali si è passati dal mito americano post caduta del muro di Berlino al ritorno sotto l’orbita russa senza che l’Europa avesse nulla da dire; sull’emergenza migranti nel Mediterraneo, meglio stendere un velo pietoso.

Per questo la crisi greca è straordinariamente importante. Insegna che una moneta senza stato è destinata a fallire. Segna l’irrompere sulla scena di scelte democratiche a livello europeo non più rinviabili se non vogliamo produrre altri casi Grecia e sfaldarci completamente.

Alla fine della Seconda guerra mondiale i padri dell’Europa fecero un atto visionario: misero insieme carbone e acciaio (embrione della prima Comunità) pochi mesi dopo essersi ammazzati perché quello era l’unico modo di non combattersi più dopo 500 anni di sangue e litigi. Ancora vent’anni fa Kohl e Mitterrand rinunciarono ognuno a un pezzo di interesse particolare tedesco e francese scambiando la moneta unica con l’unificazione delle due Germanie. Quale leader europeo oggi possiede quel tipo di coraggio? Pochini. O siamo disposti a gettare il cuore oltre l’ostacolo spiegando la concretezza e la necessità degli Stati Uniti D’Europa oppure siamo destinati a infrangerci davanti all’onda dei populismi. Grecia o non Grecia…

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