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Siccome non sono già abbastanza impegnati militarmente, gli Stati Uniti sono intervenuti anche contro i narcotrafficanti in Ecuador Le operazioni sono iniziate il 3 marzo e rientrano in quella che gli Usa definiscono «offensiva contro il narcoterrorismo in America Latina».
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Perché la parola nazione è diventata l’ossessione della destra meloniana

Cosa possiamo capire del governo Meloni studiando le parole della neolingua della destra italiana, da nazione a sovranità alimentare.

02 Novembre 2022

Prima gli Italiani. Anzi, prima la Nazione. Dai canali istituzionali ai singoli membri del partito, lo stile comunicativo di Fratelli d’Italia non è solo aggressività e spavalderia. È anche un susseguirsi di motivi ricorrenti, con uno che spicca su tutti: l’uso martellante del termine “nazione”, e gli svariati proclami in cui viene inserito. E così, mentre la nostra attenzione è tutta dedicata a pensare a che articolo serva davanti a “presidente”, e quanto sia importante seguire la Treccani per decidere come parlare, stiamo assistendo, un po’ in sordina, al riproporsi di un fenomeno antico, eppure rimasto a lungo in disparte: il ruolo centrale dell’idea di nazione, e della parola che la esprime, come un soggetto vivo, organico, evocato pure dalla maiuscola iniziale con cui viene sistematicamente scritto. Un essere volitivo, con una missione precisa; eppure vulnerabile, e dunque bisognoso di cure e di supporto. Alla luce di un uso talmente ricorrente da sembrare ossessivo, viene allora da chiedersi perché si osservi tutto questo. Ovvero: cosa rende questa termine un’espressione così tipica della destra, o perlomeno di un certo modo di essere di destra?

Un motivo è squisitamente semantico: il significato della parola, con tutte le associazioni che racchiude, si sposa perfettamente con l’ideologia di chi lo usa. Nulla lo illustra meglio del confronto con parole all’apparenza simili. Eppure marginali, se non del tutto assenti, nel discorso pubblico portato avanti dalla destra meloniana. Ci sarebbe “Paese”, ma è troppo generico. Ci sarebbe “repubblica”, ma è freddo, istituzionale, slegato dalla carne. E poi c’è “popolo”, che però esagera nel senso opposto: è così incentrato sull’elemento umano che perde di vista alcuni paletti cardine dell’ideologia sovranista, tra cui due in particolare. Uno è il fondamentale richiamo ai confini nazionali: un popolo può esistere su dimensioni diverse, da quella provinciale a quella globale, ma una nazione è invece legata a una scala di riferimento ben precisa, che fa dei confini di Stato la propria unità fondamentale, e assolutamente inderogabile. L’altro è la relazione tra il vertice e la base dei membri della categoria: l’idea di popolo emana dal basso, spontaneamente, in maniera indipendente da chi vi sia alla guida; l’idea di nazione è invece fortemente gerarchica, legata a doppio filo all’idea di un potere centralizzato, e di una catena di comando che si trasmette dall’alto in basso.

C’è però un ulteriore elemento, più sfuggente, ma egualmente centrale, che ha contribuito a rendere “nazione” una risorsa lessicale preziosissima per la destra meloniana: il fatto che la parola sia in grado di evocare nostalgie del passato piuttosto pesanti, mantenendo però una provvidenziale distanza di sicurezza. Basti pensare al confronto con “patria”: un altro termine in apparenza simile, ma che porta con se un bagaglio reazionario talmente esplicito, e talmente grossolano, da passare quasi per anacronistico. E che dunque, seppur ancora occasionalmente utilizzato, perde di efficacia. Nulla a che vedere con la sottigliezza di “nazione”, la cui faccia istituzionale, apparentemente pulita e al di sopra di ogni sospetto, si presta perfettamente agli ammiccamenti verbali divenuti elemento centrale della comunicazione delle nuove destre: strizzatine d’occhio che creano coesione attorno a simboli e idee pubblicamente impresentabili, o comunque problematici — dal saluto romano alle posizioni anti-immigrazione o anti-europeiste più radicali. E che dunque possono essere espresse solo con un atteggiamento estremamente cauto, in grado di mostrare sempre e comunque una faccia pulita. Un approccio che, del resto, sta emergendo su vari fronti nell’operato di questo governo, sin dai suoi primi giorni di attività prodigo di strategie verbali volte a spingere le varie parti del programma politico in maniera discreta. Come il neologismo sovranità alimentare, il cui ardito burocratese suona a molti come un re-impasto di antiche, e obsolete, idee di autarchia e protezionismo. O la surreale fissazione sul merito che ha monopolizzato il discorso pubblico degli ultimi giorni. Anche qui, facendo sorgere il sospetto che il vero punto focale della questione sia qualcosa di più specifico, e ben più di destra, di un generale supporto alla meritocrazia.

Lo stesso equilibrismo linguistico tra estremismo ed discrezione, del resto, non è certo una prerogativa di Fratelli d’Italia. Anzi, si è imposto come strategia cardine della comunicazione politica di molte destre contemporanee, anche al di là dell’Oceano. Lo si è visto benissimo negli Stati Uniti, con il recente proliferare dei cosiddetti dog whistle –  letteralmente, i “richiami per cani”: le espressioni apparentemente generiche, ma prontamente riempite di significati molto più specifici da parte degli specifici gruppi cui è destinato il messaggio. Come si è visto con l’espressione “stand back and stand by” usata da Trump per rivolgersi alle milizie suprematiste nel corso dell’ultimo dibattito presidenziale: un generale invito a “stare indietro” che molti, tra cui la vicepresidente Kamala Harris, hanno invece condannato come un ben più specifico incitamento alle milizie a “tenersi pronte”. E come poi si è visto con casi paradossali come quello di “Let’s go Brandon”: il malinteso, vero o presunto, diventato una formula prediletta per insultare Joe Biden. Senza nemmeno dover fare la fatica di ricorrere al turpiloquio.

Ma allora, possiamo già considerare “nazione” un dog whistle di destra? Difficile dirlo, anche perché il termine rimane comunque troppo generale, e con troppa storia alle spalle, per essere svuotato dei complessi legami di senso che porta con sé. Quello che emerge, però, è che le cornici di senso in cui viene inserito — i frames che guidano l’interpretazione di un termine, diventandone pian piano parte del significato stesso – mostrano un regolarità notevole. Troppo sistematica per essere casuale. È la fiera del prefisso re-, offerto in varianti diverse, eppure sempre, egualmente nostalgiche: risollevare la Nazione; restituirle dignità e credibilità; permetterle di riscattarsi. Un minestrone in cui il richiamo a una presunta gloria decaduta si mescola alla missione di riappropriarsene, dando luogo alla prepotente retorica da riprendiamoci quello che è nostro tanto cara alle destre contemporanee. L’effetto finale è quello di spedirci in un bizzarro buco spazio-temporale in cui ci ritroviamo spettatori a un comizio di Donald Trump agli inizi della sua carriera politica. Quando indossare il cappellino Make America Great Again sembrava solo un delirio di onnipotenza, e noi ci permettevamo il lusso di scherzarci sopra.

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