«Di tutti i festival del cinema, quello di Giffoni è il più necessario»

È un evento unico nel panorama cinematografico italiano, uno al quale tutti i genitori dovrebbero partecipare assieme ai loro figli, prima che questi diventino troppo grandi.

23 Luglio 2025

Sul viale della Cittadella del Cinema, al centro di Giffoni Valle Piana, paesino bollente tra i monti Picentini che – come mi dice la cassiera del Conad – «vive solo per questi dieci giorno all’anno», c’è un enorme cartellone con tante facce di minorenni e la scritta: “Ciò che comincia qui migliora il mondo”.

Vengo qui da anni, ci porto i miei figli, e mentre sono impegnati con le proiezioni delle varie giurie, che vanno dai 3+ ai 18+, io lavoro alle mie cose occupando una postazione della sala stampa e scolandomi succhi gratis, oppure saluto gente che conosco poco sperando m’inviti a mangiare al ricevimento serale alla rocca (finisco sempre al Conad).

Oggi mi sono seduta in sala stampa e mi sono detta: basta scroccare, ora scrivo del Giffoni Film Festival. E così mi è tornata in mente quella scritta: ciò che comincia qui… eccetera. È una frase stucchevole, una frase di quelle che quando mi do arie di scrittrice estirpo con la vanga, ma anche una frase che appena la leggi in fondo in fondo ti emozioni e pensi “devo fotografare mio figlio col badge lì sotto”, poi ti dai una metaforica vangata in testa ed eviti.

Una madre e una figlia al Giffoni Film Festival

Il tema della rassegna di quest’anno è “Becoming human”, lo si legge di continuo sulle piccole magliette dei giurati: diventare umani. Questo titolo è figlio dell’idea, assolutamente prevalente nel settore della cultura ma anche della pedagogia contemporanea, che l’immersione nelle storie ci permetta di sviluppare degli organi speciali, di diventare “persone migliori”: un’illusione che spinge i genitori idealisti come me a fare di buon grado scelte faticose in nome dell’educazione sentimentale dei propri figli.

Nora Ephron, in un saggio ironico sulla genitorialità, scriveva che i suoi figli non si erano annoiati per un secondo della loro infanzia, eppure erano diventati adolescenti molto più stronzi di lei, cresciuta allo stato brado ben prima della moda della “genitorialità”. Un’amica psicologa mi assicura invece che: ciò in cui sei stato immerso da bambino è ciò a cui ricorrerai tutta la vita per interpretare la realtà. Speriamo, dico io.

Questo è il primo anno che vengo a Giffoni senza mia figlia adolescente, perché adesso trova più stimolante andare a spasso con una borsetta minuscola e stivali in pelle a luglio con mandrie di ragazzi vestiti tutti uguali. Fino a due anni fa dipingeva stanze e paesaggi, scriveva racconti surreali, cantava Jannacci e Sergio Endrigo. E io pensavo a come avevo fatto bene a portarla tutti gli anni a Giffoni a vedere cartoni francesi in stop motion!

Oggi non sono più così sicura (non di Giffoni, ma di me stessa). Sulle maioliche del Giardino degli Aranci, dove ogni sera si snodano delicatissimi spettacoli muti di burattini, è riportata – nella stessa grafia corsiva dell’autore – una frase di Truffaut del 1982 secondo cui «di tutti i festival del cinema, quello di Giffoni è il più necessario» (considerate che nell’82 questo aggettivo non era ancora stato svuotato completamente di senso). Io sono nata proprio durante quell’edizione lì, e quando ero molto piccola, mi ricordo che guardavo Italia1 e vedevo il servizio da Giffoni (pensavo, non so perché, che Giffoni fosse in Sicilia). Non ero mai stata al cinema perché ai miei genitori faceva malinconia; e mi ripromettevo che presto, non so come, sarei andata anch’io al Giffoni film festival.

Mi distoglie dai miei pensieri una quattordicenne in stivaloni, jeans-mutanda e T-shirt del festival tagliata sotto il seno (la scritta “Becoming human” è stata recisa), e di nuovo mi ricordo di mia figlia in un’altra città che non chiama, non scrive, risponde a monosillabi.

La Pixar riparta da qui

Nei suoi anni giffoniani, aveva atteso trepidante Draco Malfoy sul blue carpet, aveva visto Bryan Cranston intervistato da un gruppo di teenager internazionali, aveva partecipato scrupolosamente alle proiezioni da votare senza mancarne una, era rimasta sveglia con noi fino a tardi perché la sera davano i capolavori della storia del cinema, e aveva accennato con la voce al “Valzer Numero 2” di Šostakóvič che suona prima di ogni evento, e le cui note iniziali ora mi fanno piangere di nostalgia, sebbene mi trovi qui e non ci sia niente di cui essere nostalgici (se non, forse, delle infanzie che passano). A quei tempi, conoscevamo un autore di fantasy che ci faceva entrare alla rocca per un buffet pazzesco di mozzarelle di Battipaglia e dolci alla nocciola tonda. Ci coricavamo all’una dopo aver visto Shining, Charlie Chaplin, Cantando sotto la pioggia. Avevamo questo cavolo di accredito stampa per scroccare i succhi (un anno era arrivata la moda californiana del kale), ma non avevamo lavorato quasi per niente perché dovevamo portare i nostri figli a scoprire il mondo dorato del cinema d’autore in lingua originale. Ai tempi, la mia ragazza diceva che la sua opera d’ingegno preferita al mondo era Uomini e topi di Steinbeck, oggi dice che è L’anticristo di Kid Yugi (sto romanzando, ma poco).

Esco dalla sala stampa sorridendo all’ufficio stampa gentilissima e sentendomi in colpa perché non vado a sentire Sorrentino, non intervisto Edoardo Leo né Elena Letti, non mi prenoto per vedere il film sull’11enne che cura il padre con l’Alzheimer né quello sul bambino che sogna di essere la sirenetta, non faccio niente di niente tranne usare il Wi-fi e bere succo (dopotutto, da piccola, nessuno mi ha portata al cinema).

Sotto alla scritta “Ciò che comincia qui migliora il mondo”, c’è un chiosco tecnologico dotato di cuffie, microfoni e schermo dove un bimbetto di 10 anni sta doppiando una scena di Luca con l’aiuto di un professionista. «Piacere, Girolamo Trombetta!». Quando era uscito il film mia figlia era ancora piccola, e questa è una delle scene che in casa citavamo di più. Ecco, pensare che fino a due anni fa mia figlia sognava di fare la doppiatrice.

Adesso non solo lei è in crisi, anche la Pixar. Mentre cazzeggiavo in sala stampa ho letto che Elio è stato uno dei loro peggiori flop: come tutti gli ultimi film Pixar tranne Inside Out 2. Secondo il giornalista di The Atlantic, i cartoni che hanno funzionato meglio sono stati quelli più sinceri, tipo Red e Luca, quelli in cui l’autore ha un forte legame con la storia che sta raccontando. Il giornalista si augurava che la Pixar in futuro non si butti solo su avanzi riscaldati (Coco 2, Gli incredibili 3, Toy Story 5) ma che continui – in breve – a crederci. È una missione difficilissima perché l’intero mercato delle narrazioni – la lettura, la tv, il cinema, la serialità, i pubblici – sta cambiando in modo velocissimo e incomprensibile. Ma porca miseria, questa cosa qua Giffoni la fa allo stesso modo, pazzescamente, da 55 anni (succo di kale a parte).

E anche se mentre scrivevo mia figlia non mi ha chiesto come stavo, ma mi ha chiesto 50 euro su Satispay, io ho deciso che alla mia amica psicologa e alla favola di Giffoni ci crederò lo stesso. Corro a prendere il mio mini giurato in sala Lumière e m’intralcia un gruppo di ragazzini diretti all’anteprima di Unicorni: invero io vi dico, tra due anni avrete tutti il ciuffo a scivolo, ma forse i più fortunati di voi fischietteranno in segreto le note di Šostakóvič. Sento che tutti voi diventerete umani.

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