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Nel primo trailer The Shards c’è tutto quello che ci si aspetta da una serie di Ryan Murphy tratta da un romanzo di Bret Easton Ellis: giovani bellocci, sesso, droga e «una bella storia di formazione» La serie arriverà in Italia il 6 agosto, sarà disponibile su Disney+, avrà dieci episodi che usciranno uno alla settimana, il giovedì.
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George Clooney, il presidente della leggerezza

La serie da lui pensata, prodotta e interpretata arriva su Sky Atlantic dal 21 maggio e sembra il nuovo capitolo del suo programma politico.

17 Maggio 2019

Chissà se vedremo mai George Clooney presidente degli Stati Uniti, ma non importa: in fondo, lo è già da anni. Funziona così. Beyoncé, con i suoi comizi al Coachella telegenici pure per la trasmissione a reti unificate via Netflix, è la commander in chief donna in carica, George l’uomo che tutti già posizioniamo nella nostra Casa Bianca mentale. La sua piattaforma programmatica – ai tempi dei girotondi e delle carovane mi hanno insegnato che si dice così – è fatta della sua immagine e delle sue immagini, tanti film e ora anche una serie tv, ma mica E.R. – Medici in prima linea. Là George aveva i grandi numeri della tv generalista per governare, ma non la capacità, forse nemmeno la voglia, o comunque non era il momento giusto. Oggi riparte dalle élite, forte però di un impatto popolare così forte da non aver bisogno di nessun santino elettorale.

Catch-22, dal 21 maggio su Sky Atlantic, è appunto la nuova serie da lui pensata, prodotta, interpretata, diretta per due episodio, ed è un ulteriore capitolo del suo programma politico. Seconda guerra mondiale: un giovane aviatore (Christopher Abbott) si vede rifilare un numero sempre più alto di missioni inutilmente atte a completare il suo già inutile addestramento. Vorrebbe appellarsi a quel comma 22 presente nello statuto militare, più buzzatiano che kafkiano: chi è pazzo può essere esentato dalle missioni, ma chi chiede di poter essere esentato dalle missioni non è pazzo. Accanto a lui tre superiori ora superficialmente marziali (Clooney medesimo), ora vanesi (Hugh Laurie), ora isterizzati dalla sola idea della battaglia, perché la battaglia non c’è (Kyle Chandler). I primi episodi sono tecnicamente impeccabili, splendidamente diretti (dal fidato Grant Heslov) e fotografati, confezionati negli arredi e nei costumi. A noi italiani fanno simpatia aggiuntiva perché sono stati girati perlopiù in Gallura, chissà se George avrà chiesto consigli sulle location alla sua ex velina.

Sono pure benissimo scritti, sulla base del romanzo del 1961 di Joseph Heller molto letto e studiato dagli scolari americani, poco noto da noi. La guerra è una cosa da uomini, no: da uomini stupidi. L’unica donna che si scorge è la furba moglie cotonata del tenente Clooney, la sola in grado di ottimizzare il dilatatissimo tempo dell’addestramento dei maschi per portarsi a letto l’aviatore più giovane. La guerra stessa è, allora, un affare stupido, ma così stupido che possiamo scherzarci sopra. La guerra, per estremo sillogismo, è una commedia: per questo, si diceva, c’è più Buzzati che Kafka, più grottesco che psicanalisi. In quest’epoca dove tutto è pesante e pedante, dove l’ironia è materia che scotta perché si rischia sempre di offendere qualcuno, dove la correttezza è il nuovo metro di giudizio dell’arte, che si parli di Woody Allen o di una bionda regina a cavallo di un drago; ecco, in quest’epoca precisa usare la guerra come pretesto per una spassosa commedia è una dichiarazione anche politica. George presidente della leggerezza, pur con i suoi messaggi profondamente democratici.

Il protagonista di Catch-22 è un giovane aviatore interpretato da Christopher Abbott.

La vita di George è una commedia da sempre, una commedia di quelle con Doris Day (rip), figlio com’è di un giornalista popolarissimo come Nick Clooney, uomo del Kentucky e dell’America tutta; e nipote di Rosemary, la famosa cantante degli standard swing negli anni ’50. George è l’erede di quella stirpe lì e, al cinema, di quella dei Cary Grant, di cui è l’ultimo (l’unico) successore diretto. Nel suo cinema (no: nel suo programma politico) ci ha messo tutto questo, ma appunto stemperandolo nella farsa, come gli hanno insegnato gli amici Joel ed Ethan Coen. Non sempre c’è riuscito, ma nelle sue opere da regista ha saputo mettere in piedi una specie di Campidoglio ideale: il ritratto psicotico di una nazione di Confessioni di una mente pericolosa, il giornalismo liberal di Good Night, and Good Luck, i saldi principi yankee di In amore niente regole, le storture parlamentari delle Idi di marzo, la cultura da proteggere di Monuments Men, la ritrovata follia suprematista di Suburbicon, a chiudere, per ora, il cerchio. Con Catch-22 va ad occupare pure le caselle Esteri e Difesa, non manca più niente.

La vita di George è una commedia, si diceva. Pure quando è giocata su scala presidenziale, come succede oggi. Forse per questo s’è scelto una moglie più seria di lui, Amal l’avvocato dei diritti umani che si concede al glam solo per matrimoni Windsor o eventi di simile caratura: l’ha sposata per poter continuare la sua commedia. Clooney potrebbe essere, così scrivono i rotocalchi pettegoli pieni di romantiche invenzioni, il padrino del neonato principino Archie, inutile alla successione al trono ma a tutti simpatico, come più simpatico di William è Harry il roscio. Ora George gioca nel campionato dei grandi della Terra, ma vuole riservarsi il diritto di fare lo scavezzacollo come quando teneva il maiale Max in giardino o organizzava festini con gli amici vista Lake Como. Uno scavezzacollo incravattato, uno scavezzacollo di quasi sessant’anni, uno scavezzacollo che s’è ritrovato primo cittadino globale. Anche per questo i suoi gemellini sono tenuti sotto chiave, lontano dal pubblico scrutinio come si conviene con i pargoli presidenziali. Anche per questo ha smesso, col tempo, di recitare.

Il colonello Cathcart (Kyle Chandler) in una scena del secondo episodio

Lo fa ancora, ma in misura assai ridotta: come in quest’ultima serie. Non si ricorda un grande ruolo dai tempi di The Descendants di Alexander Payne, da noi Paradiso amaro: era il 2011, l’hanno amato (ingiustamente) in pochi. Poi ci sono stati Gravity di Alfonso Cuarón, che però era un film più di Sandra Bullock che suo: è un presidente che sa lasciare la scena alle donne; e Monuments Men con la solita coralità cameratesca, il disneyano Tomorrowland che ha floppato rovinosamente, Ave, Cesare! dei Coen dov’era solo un delizioso comprimario, Money Monster di Jodie Foster che però era un film più di Julia Roberts che suo: vale il discorso di prima. Ha capito che adesso non deve più impersonare Tizio o Caio: deve essere George Clooney, e basta. È così bravo a fare il presidente che quasi non ci ricordiamo più i personaggi che l’hanno reso grande. Clooney è diventato un marchio, passa dal grande cinema alle capsule del caffè senza che ci sia differenza alcuna: è sufficiente che ci sia lui, what else.

L’altro giorno, durante la promozione della serie, George ha dichiarato che il povero Ben Affleck, suo protegé da Oscar (gli ha prodotto Argo, vincitore nel 2013), non avrebbe dovuto accettare la parte dell’uomo pipistrello nel pasticciatissimo Batman v Superman, quasi facendoci dimenticare che Batman lo era stato lui stesso, e per giunta in un episodio altrettanto pasticciato della saga (Batman & Robin). Ha capito che, per poter essere il presidente di tutti, avrebbe dovuto ripulire il suo curriculum, depistarci dalle tracce del passato, scomparire il più possibile. Lo fa anche in Catch-22. Non è importante quanto lo vedi in scena: è importante che questa sia “una serie di George Clooney”. Come da programma elettorale, lo è dalla prima all’ultima inquadratura. Siamo pronti per il secondo mandato, presidente.

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