Stanley Richards è chiamato a gestire il Department of Correction in un momento di grande difficoltà, dovuto soprattutto all'aumento delle morti in carcere.
Alla notizia del cessate il fuoco, sono iniziati i festeggiamenti sia a Gaza che in Israele
A Tel Aviv si aspetta il ritorno a casa degli ostaggi, nella Striscia si spera che la tregua sia definitiva per poter iniziare a ricostruire.
Gioia e commozione hanno travolto sia la Striscia di Gaza che Israele all’annuncio del cessate il fuoco tra Hamas e l’Idf. I festeggiamenti sono scoppiati in tutta la Striscia all’arrivo della notizia del sì di Hamas al piano di pace proposto dagli Stati Uniti e da Israele, un sì giunto dopo giorni di lavoro diplomatico in Egitto. Anche nei festeggiamenti però le distanze tra i due popoli restano, così come sottolineato in un reportage del Guardian che ha raccolto le reazioni ufficiali e le voci delle persone scese in strada per festeggiare.
Sul fronte palestinese il sentimento prevalente, oltre alla gioia, è l’incredulità: tra la popolazione in pochi credevano che sarebbe arrivato l’accordo. Dopo mesi di bombardamenti incessanti, circondati dalla distruzione, in molti faticano a realizzare che il conflitto potrebbe essere davvero finito. Eyad Amawi, un soccorritore che lavora a Gaza, spiega così la speranza e l’incredulità della popolazione: «Un momento ci crediamo, il successivo ci sembra impossibile. Proviamo sentimenti contrastanti, oscilliamo tra la gioia e la tristezza». Il timore è che l’accordo alla fine, per qualche ragione, non venga rispettato o salti. Amawi sottolinea anche come, se le armi davvero taceranno, bisognerà affrontare la devastazione di Gaza e prepararsi a un lavoro di recupero materiale e psicologico che sarà lunghissimo e difficilissimo. Come si legge sempre sul Guardian, nonostante le grandi incertezze attorno a questo piano di pace, le popolazioni serbano forti speranze: «Se implementato, l’accordo avvicinerà le parti alla fine della guerra più di qualsiasi altro precedente tentativo […]», scrive Kate Lamb.
Anche sul fronte israeliano la gioia è venata di tensione e tristezza. Tutto ruota attorno ai familiari dei 22 ostaggi ancora prigionieri di Hamas e all’incertezza rispetto ai tempi della loro liberazione e dell’identità degli ostaggi ancora in vita. Netanyahu ha parlato di un grande giorno per Israele, assicurando che «con l’aiuto di Dio, tutti i sopravvissuti torneranno a casa». Oggi, giovedì 9 ottobre, è stato convocato il Consiglio dei ministri che dovrebbe ratificare l’accordo di pace (Bezalel Smotrich, ministro dell’Economia e delle Finanze, ha già annunciato che voterà contro). Hanno festeggiato sui social anche alcuni degli ostaggi liberati negli scorsi mesi, mentre i familiari di quanti ancora mancano all’appello vivono nell’attesa, nella speranza e nella tensione. Il processo di elaborazione di quanto successo in questi due anni sarà lungo e doloroso anche in Israele, ovviamente. Adesso però è il momento della commozione e anche dell’entusiasmo: a Tel Aviv alcuni si spingono a dire che Trump meriterebbe il Nobel per la Pace per il risultato ottenuto con questa iniziativa diplomatica.
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