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In Giappone c’è un nuovo problema di ordine pubblico: il butsukari, cioè persone che all’improvviso e senza motivo spingono a terra il prossimo Le vittime predilette sono donne e bambini. Le cause, al momento, sconosciute. I video sui social che ritraggono le aggressioni, moltissimi.
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Su internet sempre più maschi si rivolgono ai face rater, cioè tizi pagati per recensire le facce degli altri e decidere se sono belli o brutti Ci sono interi subreddit dedicati e server Discord appositi: basta pubblicare una foto della propria faccia e chiedere che venga recensita.

Gabriele Muccino: come essere popolare ma incompreso

Generazionale, amato e odiato, ma anche politico e ingiustamente sottovalutato, ritorna al cinema con Gli anni più belli. Dal nuovo numero di Studio in edicola dal 21 febbraio.

21 Febbraio 2020

Sia detto fin dal principio: Gabriele Muccino è uno dei nostri registi più politici. In pochi sono disposti a riconoscerlo. «Sono molte le cose che non mi vengono riconosciute», parte subito in attacco, lui, e anche per questo piace a noi mucciniani della primissima ora. «Ricordati di me anticipò di dieci anni il bunga bunga. Io lo consideravo un film politico come lo erano certi film di Dino Risi, che non parlavano di politica, ma era la politica a permeare le scelte dei personaggi. All’epoca di Ricordati di me non esistevano i social, però quel film già parlava del voler apparire a tutti i costi, e di quanto quell’apparenza si fosse trasformata in un’esibizione assoluta del corpo. Quella vanità, quel narcisismo, quell’esuberanza nel mostrarsi sono stati il motore del mondo negli anni successivi. Ma, quando il film uscì, non fu accolto con le trombe e i tamburi. Ho sempre dovuto faticare per essere decodificato, per essere compreso in quel che volevo raccontare».

Fellini, lo sanno tutti, diceva che fin da piccolo sognava di fare l’aggettivo. C’è riuscito, e ce l’ha fatta pure Muccino. “Mucciniano” è un modo di essere e di fare cinema, di guardare alla società, di essere orgogliosamente popolare. Ultimo film incluso, Gli anni più belli, quattro decenni di storia e costume italiani nella parabola di tre uomini (Pierfrancesco Favino, Kim Rossi Stuart, Claudio Santamaria) e una donna (Micaela Ramazzotti) che si amano, si tradiscono, si perdono, si perdonano. «Tutti ci vedono C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, ma è una lettura un po’ pigra. Il film racconta talmente tanto altro, ha così tante ispirazioni, citazioni, omaggi, e contrappunti a quegli omaggi. Ho comprato i diritti del film di Scola: mi volevo parare da queste critiche che, lo sapevo, sarebbero arrivate di sicuro». I diritti risalgono al suo periodo americano, c’era in ballo addirittura un rifacimento, al tempo ancora non si diceva reboot. «L’avrebbe prodotto Harvey Weinstein, era stato scritto proprio come un remake ambientato a New York. Poi ho capito che scriverlo sulla pelle della mia generazione, quella che è stata giovane negli anni ’80, non avrebbe avuto senso. Quella storia era figlia di un’altra era, di un’altra Italia. Quand’ero ragazzo io, non c’era più l’ideologia politica, e la morale politica, e l’opposizione tra il ricco brutto e cattivo e il povero buono e solidale». Ancora la politica. Ma un’altra politica, quella che Muccino avrebbe poi messo nei suoi film. «Noi non siamo cresciuti con quell’ideologia e con quel moralismo, siamo venuti su schiacciati da tutti quelli che ci dicevano che non eravamo abbastanza solidi politicamente. Figli di questo complesso, siamo diventati apolitici».

L’estate scorsa ho fatto lunghe, bellissime chiacchierate con Paola e Silvia Scola, ne è uscito un libro – Chiamiamo il babbo, Rizzoli – splendidamente scritto da loro, che io ho osservato da lontano. Dentro, c’è soprattutto il racconto di quanto il cinema di loro padre fosse un prodotto di casa e bottega: lo stesso collettivo di scrittura, gli stessi attori, la famiglia, tutto insieme. «Quello di cui fanno parte Favino e Santamaria è un gruppo che sta prendendo la sua scena. Dopo essere stati sempre paragonati agli attori di un tempo, oggi hanno davvero preso il loro posto. L’ho messo anche negli Anni più belli, nella scena della fontana di Trevi. Kim dice: “Ci manca solo Mastroianni”. Santamaria risponde: “Ma mo’ ce stamo noi!”. Meno male che abbiamo avuto Mastroianni, e Fellini, Scola, Age e Scarpelli, Zavattini, e mettici chi altro vuoi. Ma la storia, oggi, siamo noi. Micaela dice “Io non sono la Sandrelli”, ma sbaglia. Io amo la Sandrelli, ci ho fatto due film con la Sandrelli, ma Micaela è ancora più armonica di lei, ancora più intonata. E Favino non ha nulla da invidiare a Gassman, e lo dico anche se tutti penseranno: oddio, hai toccato i nostri sacri padri».

Ritratto di Guido Gazzilli

Non ci libereremo mai di quel che è stato. «Questa sudditanza nei confronti del passato ci limita nella ricerca degli attori, nel ricambio generazionale. È il castigo che abbiamo pagato negli anni ’80. È allora che, per colpa di tutte le grandi ideologie del decennio precedente, il pubblico ha iniziato a essere considerato volgare. Chi faceva film pop come De Sica, e Visconti, e pure Fellini fino a … tutto quello che era pop fu demolito dall’arrivo di altri registi che ora non menziono se no si apre il vaso di Pandora, ma che destrutturarono quel cinema classico e lo resero alla portata di tutti. Si creò l’equivoco per cui il regista poteva essere l’intellettuale di turno che s’improvvisava cineasta, e da questo equivoco nacquero film molto brutti, che distrussero la nostra cinematografia. È il risultato delle grandi ideologie degli anni ’70, prima il cinema era popolare anche perché non c’era la Tv. Era il cinema a raccontare la vita degli italiani».

Ecco fatto, Come te nessuno mai, ovviamente L’ultimo bacio. Muccino ha iniziato da regista precisamente generazionale, il che è stato da subito la sua cifra ma anche, forse, la sua condanna. «Ormai le generazioni le ho raccontate quasi tutte, e continuerò a raccontarle. Il mio punto di osservazione è sempre sulla vita. Sugli adolescenti, sui laureandi, e su quelli che, più avanti, cercano lavoro, e affrontano un matrimonio, l’arrivo delle responsabilità, la presenza e l’assenza dei figli. Sono tutti momenti di esplorazione miei, che mi portano a restare in contatto col mondo. È questo vivere molte vite a tenermi vivo. Altrimenti invecchierei». Gabriele l’eterno ragazzo, e perciò il regista della giovinezza. «La giovinezza è il modo in cui si guarda alle cose. È il momento in cui non possediamo nulla e dunque non siamo posseduti. Siamo liberi, possiamo partire, sbagliare, inciampare, e quella libertà ci porta ad avere sogni di ribellione, di rivoluzione, e anche di spavalderia nel credere di avere una verità in tasca. Spavalderia che poi la vita disinnescherà. È quella la giovinezza».

La nostalgia è un elemento portante del suo cinema, ma Muccino pare un nostalgico che crede nel presente, spera nel futuro e nelle generazioni (sempre loro) che verranno. Non si contano i suoi post dedicati a Greta Thunberg. «Guardare indietro per me è pericoloso. Per dire: io non possiedo e non vedo mai i miei film, perché tutto ciò che è stato fatto spinge a quel crogiolarsi, a quel contemplarsi che è il rischio più grande verso il non evolversi. Invece, devi dimenticarti di quello che hai fatto, anche con un po’ d’incoscienza. Girare quest’ultimo film è stato un atto di grande incoscienza, mi sono andato a misurare con cose veramente molto ambiziose. Quello che mi muove è la sfida verso l’ignoto, e in conto ci metto anche il fallimento, considero sempre il fatto che una roba possa venire male. Ma preferisco rischiare, mi spaventa di più la comfort zone dell’ignoto». Le cose venute peggio restano nel passato dentro cui non si guarda più. «Da un punto di vista esistenziale, l’errore è stato fidarmi di certi uomini come fossero tutti dei padri, per poi scoprire quanto sia insidiosa la natura umana. Avevo quella naïveté di fanciullo che m’ha portato a seguire persone sbagliate, a fare scelte sbagliate.

Professionalmente, il film che non avrei mai dovuto girare è Quello che so sull’amore, figlio di un conflitto continuo con i produttori, che mi spingevano a fare un film diverso da quello che era scritto. Ci fu un momento di crisi artistica molto profonda, che si rimarginò in parte grazie a Padri e figlie, si traghettò altrove con un film piccolissimo come L’estate addosso, e che poi mi ha permesso di ritrovarmi con A casa tutti bene. E, oggi, di lanciarmi negli Anni più belli, un film complesso e grande che però non ho subito come fosse insormontabile. Credo, anzi, di aver dominato la materia in modo molto semplice». Chiunque, pure i detrattori, riconosce a Muccino la capacità di girare come pochi altri in Italia. E di dirigere gli attori, i suoi attori e quelli che col tempo lo diventano. Molte altre cose – l’essere politico, profetico, popolare inteso una volta per tutte come valore e non disvalore – gli sono ancora negate. Noi mucciniani sappiamo che ci sarà una riabilitazione definitiva, prima o poi. Spetta a tutti, figuriamoci se non la merita lui. «Anch’io so che un giorno arriverà. Orson Welles diceva: “Di sicuro succederà quando sarò morto”. Voglio essere meno pessimista di lui».

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