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Dagli Epstein Files è spuntata una inquietante intervista a Epstein che non si sa da chi sia stata fatta, quando e perché A un certo punto l'intervistatore chiede a un interdetto Epstein: «Lei è il diavolo in persona?». E lui risponde pure.
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Perché la foto di questa biblioteca continua a riapparire sui social?

18 Gennaio 2022

Martedì 4 gennaio lo scrittore americano Don Winslow ha pubblicato un tweet: «Spero anche voi riusciate a vedere la stessa bellezza che ci vedo io», questo il breve messaggio lasciato dall’autore sopra l’immagine di una splendida biblioteca. Un luogo che a molti, soprattutto a quelli più abituati a frequentare gli angoli di Twitter dedicati a libri e letteratura, sarà sembrato familiare: «Illuminata dalla luce burrosa di tre lampade da scrivania, quasi tutte le superfici della stanza sono coperte di libri. Ci sono libri sui tavoli, libri accatastati sulle scale, libri posati su altri libri che riempiono gli scaffali», questa la descrizione che il New York Times ha fatto dell’immagine twittata da Winslow. Una descrizione che, nel pezzo del Times, precede la domanda: quante volte ci è capitato di vedere questa stessa immagine sui social? E perché è proprio questa biblioteca, e non una delle tantissime altre biblioteche fotogeniche presenti del mondo, a tornare così spesso nei nostri feed social? Di chi è, dov’è questa libreria?

Secondo il New York Times, questa immagine torna a “farsi notare” più o meno un volta all’anno. Ormai, come in tutte le cose dell’Internet, ci sono vere e proprie leggende metropolitane che ne spiegano l’origine: secondo alcuni si tratta della libreria personale di Umberto Eco, altri pensano invece che sia una libreria di Praga. La cosa sicura è che, come spesso capita, questo tipo di immagini riscuotono un grandissimo successo: il tweet di Winslow ha ricevuto (al momento in cui è stato pubblicato il pezzo del Times) 1700 commenti, compreso quello di un professore della Pace University che ha confessato di usare ormai quella foto come suo sfondo abituale per le conversazioni su Zoom.

Kate Dwyer, la giornalista che ha scritto il pezzo per il New York Times, non si è però fermata qui. Ha contattato Winslow per approfondire il mistero della libreria. Secondo lui l’immagine piace così tanto perché ritrae un luogo in cui «perdersi sarebbe un piacere». Sta di fatto, però, che neanche Winslow ha idea di quale sia l’origine e la provenienza dell’immagine: lui stesso l’ha trovata su Twitter. Gli sarà certamente dispiaciuto scoprire che la biblioteca, purtroppo, non esiste più. Era la biblioteca personale di Richard Macksey, professore della Johns Hopkins University di Baltimora (Dwyer, l’autrice del pezzo, era stata sua allieva e lo aveva anche intervistato nel 2018 per Literary Hub). Macksey, che è morto nel 2019, era un collezionista di libri, un poliglotta e uno studioso di letteratura comparata. Alla Johns Hopkins aveva fondato uno dei primi dipartimenti interdisciplinari e nel 1966 aveva organizzato una conferenza (“The languages of criticism and the sciences of man”) alla quale parteciparono Jacques Derrida, Roland Barthes, Jacques Lacan e Paul de Man. Dopo la sua morte, una squadra di specialisti dell’università nella quale aveva lavorato per tutta la vita si occupò di “censire” i titoli presenti nella biblioteca e di selezionare quelli che meritavano di diventare patrimonio dell’accademia. I libri rimasti furono poi venduti all’asta, e la vecchia casa fu messa in vendita dal figlio di Macksey.

Ma il fascino di questo luogo va oltre i dettagli della sua storia. Secondo Ingrid Fetell Lee, autrice del blog The aesthetics of joy, «ciò che ci attrae di questa immagine, la ragione per la quale ci siamo inventati tutte queste storie per spiegare dove potrebbe essere e a chi potrebbe appartenere, è la nostra passione per le storie. Ma in questa immagine c’è qualcosa che va oltre la razionalità, qualcosa di viscerale. Nel vedere l’abbondanza, una grande quantità di qualcosa, i nostri sensi rispondono facendo provare un piccolo brivido. Un’altra cosa importante, poi: c’è qualcosa di straordinariamente soddisfacente nel vedere il caos rimesso in ordine, e quei soffitti così alti ispirano inevitabilmente meraviglia».

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