Cultura | Libri

Le finestre più famose di New York

Il libro di Matteo Pericoli racconta la città delle “cento solitudini” attraverso 63 visioni d'autore.

di Manuel Orazi

Robert Venturi ha notato che nessun elemento dell’architettura è più caratterizzante della finestra: è attraverso di essa che si coglie immediatamente uno stile storico (la finestra termale romana, quella gotica, barocca, neoclassica), regionale o vernacolare (finestra persiana, veneziana, la mashrabiyya araba) o la firma di un grande autore che ha fatto scuola (quella coniata da Sebastiano Serlio e dunque serliana, la fenêtre en longueur di Le Corbusier, quella a casa di bambola di Aldo Rossi). Eppure la forza della finestra poggia anche su qualcos’altro visto che la sua natura metaforica è fin troppo potente tanto che va dai proverbi popolari, “gli occhi sono la finestra dell’anima”, “Dio serra un uscio e apre una finestra” fino al software Windows lanciato dalla Microsoft nel 1985 e tuttora in voga. La letteratura ha perciò utilizzato la finestra a piene mani, specie i più freddi osservatori della commedia umana. Ad esempio in quella francese Georges Simenon dapprima in Le finestre di fronte (1933) colse il carattere spietato della Russia stalinista quindi in La finestra dei Rouet (1945), fece guardare i personaggi e viceversa mostrarsi ad altri attraverso i serramenti, socchiusi o meno, per descrivere magistralmente le vite degli altri, ma già molto prima di lui, in quella inglese, Joseph Conrad si era lagnato «Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?».

Il sostrato letterario dei serramenti è dunque pressoché atavico e ora si rinnova grazie ai libri di Matteo Pericoli che lo ha affrontato appunto come fosse un genere letterario di per sé. Finestre su New York. 63 visioni della Grande Mela (Il Saggiatore 2019) segue il precedente Finestre sul mondo. 50 scrittori, 50 vedute (EDT 2015), anche se nell’edizione originale era uscito prima. Pericoli infatti ha vissuto per molti anni a New York lavorando come architetto negli studi di Peter Eisenman e in quello di Richard Meier, prima di scegliere definitivamente l’illustrazione come sua attività principale, anche sull’onda del favore riscontrato per Manhattan Unfurled, un disegno lungo 24 metri di tutto lo skyline dell’isola in forma di libro che ha colpito l’immaginario cittadino anche perché uscì un mese dopo l’11 settembre 2001. In ogni caso la formazione da architetto ha molto giovato a Pericoli e la felicità con cui ha inanellato tutta una serie di finestre d’autore come tante madeleine urbane lo dimostra.

La finestra ha dunque un forte legame con l’architettura, è ovvio, ma soprattutto con l’intera città su cui si affaccia e forse anche di più, come sottolinea nell’introduzione Paul Goldberger (ex critico di architettura del New York Times): «la finestra è l’inquadratura da cui vediamo la nostra immagine del mondo, un’immagine che è nostra e di nessun altro». Per ogni finestra, l’illustre abitante che la osserva lascia un breve commento a fronte di ciascun disegno, da Mikhail Baryshnikov a Philip Glass («Serbatoi d’acqua, condizionatori e tubi di scarico. L’infrastruttura di New York in bella vista, la adoro!»), Annie Liebovitz, Daniel Libeskind, Wynton Marsalis, Antonio Monda, Oliver Sacks, Gay Talese e molti altri, alcuni purtroppo deceduti nel frattempo. Per esempio Tom Wolfe racconta di aver visitato trentaquattro abitazioni prima di scegliere quello giusto, venendo per questo apostrofato dal suo agente immobiliare: «Si rende conto che ogni volta che vi mostro un appartamento lei non lo guarda mai? Corre a una finestra e valuta la vista».

David Byrne
Steinberg
Murakami

New York in tal senso non è certo un posto qualsiasi. La città delle “cento solitudini” diluite nella folla metropolitana, è la patria di alcuni grandi artisti che ci hanno sguazzato come olivette nel Martini cocktail, specie al Greenwich Village anche se Pericoli non ci ha mai abitato. È nel Village infatti che Edward Hopper ha vissuto la maggior parte della sua vita, dipingendo praticamente solo finestre in uno studio al 3 di Washington Square, che oggi è un museo, dove quadri fondamentali della cultura americana hanno preso forma semplicemente osservando la vita quotidiana circostante, sia notturna (Night windows, 1928; Nighthawks, 1942) sia diurna (Morning Sun, 1952; Office in a small city, 1953). Negli USA esiste persino un sistema di serramenti che si chiama Hopper. Anche lui ha fatto a lungo l’illustratore per periodici prima di potersi dedicare esclusivamente alla pittura, ma in un certo senso è un architetto mancato: «Sono stato sempre molto attratto dall’architettura, ma i direttori dei giornali vogliono gente che muove le braccia».

Ad ogni modo è sempre qui, fra i palazzi di mattoni rossi e le strade irregolari più da villaggio olandese che da metropoli che Alfred Hitchcock ha ambientato La finestra sul cortile (1954), influenzando generazioni di registi fra cui Brian De Palma che in Hi, Mom! (1970) dirige un allora sconosciuto Robert De Niro (cresciuto proprio lì in Bleecker Street), mentre cerca di fare a sua volta un film riprendendo scene di vita urbana spiando dalle finestre del Greenwich Village. Del resto il quartiere è tuttora noto per il suo carattere bohémien, prima che tutta la Manhattan nel XXI secolo diventasse un’isola per miliardari e il West Village lo scenario per Sex and the City. È sempre nel Village che Bob Dylan fece il suo debutto sulla scena nei primi anni ‘60 esibendosi al Cafe Wha?, immortalando il quartiere come sfondo per la copertina di The Freewheelin’ Bob Dylan (1963), quello di Blowing in the wind, e infine scrivendo mentre viveva qui Can You Please Crawl Out Your Window? (1965) che è un invito a una donna a uscire dalla finestra, scappando così dalla vita grigia in cui è costretta da un compagno conformista, verso una vita alternativa ma più autentica.

Sono gli stessi ambienti e atmosfere ricostruiti in A proposito di Davis (2013) dei fratelli Joel ed Ethan Coen: vite precarie trascorse di notte a suonare e di giorno a guardare fuori dalla finestra. Matteo Pericoli è riuscito insomma a esplicitare quel legame invisibile che corre fra una città e i suoi abitanti disuguali al contempo con un occhio da architetto e l’altro da scrittore, così come fa da anni con il suo laboratorio di architettura letteraria iniziato alla Scuola Holden di Torino nel 2009 e poi migrato altrove. Non è un caso che la finestra in copertina nel libro sia quella di Saul Steinberg, che da ragazzo ha studiato al Politecnico di Milano prima di approdare nella Grande Mela, proprio come Pericoli. Sul divenire newyorchesi, David Byrne nel libro scrive parole definitive: «Penso che la vista dalla mia finestra sia piuttosto ordinaria per un newyorchese. Guardiamo fuori dalle nostre finestre e vediamo altre finestre. Il che, in un certo senso, rispecchia le nostre vite qui: ci stiamo sempre guardando a vicenda, a milioni, per strada e altrove… Facciamo solo finta di non guardarci».

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