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C’è un ragazzo inglese che da 7 anni recensisce panchine su Instagram Il suo profilo si chiama RateThisBench, raccoglie ormai più di 300 recensioni di panchine ed è anche il modo in cui ha conosciuto sua moglie.
L’Agenzia meteorologica giapponese ha avvisato i cittadini dell’imminente arrivo del terremoto più forte di sempre, poi ha cancellato l’avviso e ha detto di essersi sbagliata A quanto pare, si è trattato di un gigantesco errore del sistema di allerta precoce, di solito affidabilissimo e precisissimo.
La Giornata nazionale della meraviglia e la Giornata nazionale del riciclo della carta hanno messo a dura prova la pazienza di Sergio Mattarella Dopo aver firmato una legge che istituisce l'una e l'altra, il Presidente della Repubblica ha invitato la politica a darsi una regolata perché queste giornate stanno «vertiginosamente aumentando».
I matematici di tutto il mondo sono disperati dopo che ChatGPT ha risolto 372 problemi a cui loro lavoravano da anni in tre ore Ora i matematici stanno ancora cercando di capire quanto ci sia di giusto, e cosa voglia dire adesso fare il loro mestiere.
Di tutte le cose incredibili che succedono continuamente sul Monte Bianco, il fatto che la sua altezza aumenti (o diminuisca) ogni anno è la meno incredibile di tutte In questo periodo misura 4.807,47 metri: la sua crescita dipende da fenomeni «estremamente variabili».
Del possibile allarme sanitario in Siberia si sono preoccupati tutti tranne gli abitanti della cittadina siberiana da cui l’allarme è partito L'OMS chiede spiegazioni, Trump ne parla, i giornali di mezzo mondo scrivono di peste. A Irkutsk e a Shelekhov nessuno porta la mascherina e la frase che ripetono tutti è «va tutto bene, è tutto normale»
Nel centenario di Winnie the Pooh, l’Inghilterra sta litigando con l’America perché vuole che le siano restituiti gli orsacchiotti fatti dal creatore di Winnie the Pooh Il libro di A. A. Milne compie cent’anni, ma il pupazzo che lo ha ispirato vive a New York. E una parte dei fan britannici lo rivuole indietro.

Fine di un amore

Cina e Nord Corea divorziano? Ecco perché, mentre il mondo si preoccupa dei test atomici, Pechino e Pyongyang litigano sull'archeologia.

19 Aprile 2013

Mentre buona parte della diplomazia mondiale è in apprensione (dove più, dove meno) per l’atomica nordcoreana, la Cina e il regime di Pyongyang potrebbero venire ai ferri corti per una stele di millecinquecento anni fa.

Ultimamente il rapporto tra Pechino e la Corea del Nord, un tempo dato per quasi idilliaco, sta rivelando crepe sempre più spesse. È un incaglio diplomatico non secondario, tenendo conto che la Cina è storicamente l’unica grande potenza che intrattiene rapporti stretti con Pyongyang, una dittatura altrimenti nota per il suo isolamento internazionale. E l’inaspettato redde rationem, per quanto strano possa sembrare, passa anche dall’archeologia.

Nel gennaio di quest’anno Hankyoreh, un quotidiano sudcoreano, riportò che un gruppo di studiosi cinesi si stava occupando da qualche mese del ritrovamento di una stele nella provincia del Jilin, nel nord-est della Repubblica popolare. In tempi antichi questo territorio faceva parte di uno dei tre Regni di Corea, gli Stati che si spartirono la penisola nel primo millennio d.C.: Goguryeo. Si trattava del più avanzato dei tre, che comprendeva anche l’odierna Corea del Nord e parte della Corea del Sud. La storia di Goguryeo finì attorno al 700 d.C., quando il regno rivale di Silla, sotto l’egida della dinastia cinese Tang, si impadronì del suo territorio e diede inizio a una nuova fase della storia coreana, su cui peraltro in questa sede soprassediamo volentieri.

La Cina prova a giustificare – storicamente e culturalmente – una riaffermazione dei propri diritti sull’intera penisola coreana. E questo ai coreani, del nord e del sud, non piace.

Quello che ci interessa, piuttosto, è dire che su queste premesse da qualche anno la Cina prova a giustificare – storicamente e culturalmente – una riaffermazione dei propri diritti sull’intera penisola. Il Progetto nord-est, istituito dall’Accademia delle scienze sociali di Pechino e messo in atto dal 2002 al 2007, mirò proprio a sintetizzare l’età pre-moderna della Manciuria come strettamente connessa alla storia cinese. Nel 2004 Xinhua, l’agenzia di stampa ufficiale del governo della Cina, definì Goguryeo «uno Stato subordinato che cadde sotto la giurisdizione delle dinastie cinesi». La notizia non piacque affatto né ai sudcoreani – contribuendo a raffreddare relazioni già peggiorate nella decade precedente – né a Kim Jong-il, professione dittatore, su cui si diceva che il mito esercitasse un forte ascendente.

Non è una vicenda poi così bizzarra, se si pensa che spesso gli Stati nazione hanno costruito la propria identità sulle basi della storia antica, rafforzandola a partire da miti e leggende (Wagner, per citarne uno, sa qualcosa al riguardo). Il passato, insomma, non è mai soltanto una serie di avvenimenti trascorsi – la Storia è anche «un grande presente», come diceva nel ’45 il filosofo francese Émile-auguste Chartier, al secolo Alain – e le ricerche archeologiche in Manciuria possono gettare sale sulle ferite di un matrimonio in crisi.

Certo, la stele di Jilin è solo l’ultimo dei problemi di un rapporto – quello fra i burocrati comunisti di Pechino e gli omologhi di Pyongyang – sempre più difficile da portare avanti, un po’ come succede con le coppie tenute insieme dall’inerzia. Dall’intervento diretto nella guerra di Corea del 1950, quando i soldati cinesi si schierarono sul campo fra le file dei combattenti di Kim Il-sung (il “presidente eterno” della propaganda nordcoreana), la partnership fra i due paesi è stata un leitmotiv delle relazioni internazionali: la Cina si assicurò un partner commerciale che facesse da utile cuscinetto da frapporre al Sud, amico di Washington; il regime comunista del Nord trovò un finanziatore disposto a rifornire di cibo ed energia il paese e, nondimeno, a porre il veto sulle sanzioni Onu indirizzate a Pyongyang.

Ma la pazienza del Dragone non è eterna. Non piace l’arroganza dei nordcoreani. Non piacciono, nello specifico, i test missilistici, specie quando vengono fatti senza avvisare Pechino prima degli altri.

I fatti delle ultime settimane hanno esacerbato un sentimento già presente nell’opinione pubblica cinese fin dal luglio 2006, quando – infischiandosene dei moniti congiunti di Pechino e Washington – la Corea lanciò i suoi primi missili di prova nel mar del Giappone. Quando, di recente, gli Stati Uniti hanno spiegato le loro navi e i loro aerei da guerra nella penisola di Corea, stavolta Pechino – solitamente molto preoccupata per la presenza americana nell’area – non ha battuto ciglio. Inoltre per la prima volta i funzionari cinesi sono stati avvertiti dei test nucleari in contemporanea con quelli statunitensi, come ha fatto notare Francesco Sisci su Asia Times Online. Fino ad oggi, la prassi consolidata della special relationship voleva che i cinesi venissero informati per primi.

«Pechino dovrebbe abbandonare Pyongyang», ha scritto sul Financial Times Deng Yuwen, responsabile del giornale ufficiale della scuola del Partito comunista.

Insomma, qualcosa è cambiato. È cambiato il presidente in Cina, che ora è Xi Jinping, più disposto del predecessore Hu Jintao ad affrontare l’affaire nordcoreano con piglio pragmatico e disinibito. È cambiata la direzione dei voti cinesi al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che ha adottato le ultime sanzioni economiche ai danni di Kim Jong-un anche coi voti dei delegati di Pechino. È cambiata anche l’opinione pubblica nei confronti dello storico alleato: «Pechino dovrebbe abbandonare Pyongyang», ha scritto sul Financial Times Deng Yuwen, responsabile del giornale ufficiale della scuola del Partito comunista. Ma è difficile esprimersi con certezza sul possibile divorzio: l’impasse derivante da mezzo secolo di vicinanza politica, ideologica, economica e territoriale rende l’ipotesi di un abbandono di Kim abbastanza improbabile nel breve termine, salvo imprevisti. E Deng è stato rapidamente allontanato dal suo ruolo.

Morale della favola, tra steli in territori di confine e minacce di distruzione del mondo, i cahiers de doléances di cinesi e nordcoreani sono sempre più fitti di rimostranze per quello che sembrava un sodalizio indissolubile.

L’amministrazione Obama si sta muovendo per migliorare le relazioni con Pechino e costringere Xi a dare il benservito a Kim e alle sue velleità guerrafondaie – in parte c’è già riuscita, a dire il vero. Ma la Cina, a ben vedere, vuole soprattutto stabilità: allontanare le minacce allo status quo, perseguire le riforme economiche e scongiurare ipotesi di fratture e divisioni all’interno del suo sterminato territorio sono i primi obiettivi del neoinsediato Politburo. Ecco perché tutto acquista un valore diverso: regni antichi, siti archeologici contesi e sbuffate nei confronti di partner divenuti scomodi. Roberto Gervaso nel 1989 scriveva che niente fa più invecchiare della fine di un grande amore: se questo sarà il caso, la nuova generazione di leader comunisti cinesi potrebbe essere già pronta per la sua maturità.

Nell’immagine: gli emissari dei tre Regni di Corea (Baekje, Goguryeo e Silla), raffigurati dal pittore cinese Tang Yan Liben, VII secolo d.C.

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