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La produttrice di La voce di Hind Rajab è riuscita a far fuggire la famiglia di Hind Rajab dalla Striscia di Gaza

La madre della bambina, Wissam, e altri otto membri della famiglia sono così riusciti ad arrivare in Grecia e ottenere lo status di rifugiati.

31 Marzo 2026

Quando lo scorso settembre La voce di Hind Rajab ha raccolto un lunghissimo, straziante applauso alla Mostra del Cinema di Venezia, la mamma della piccola protagonista del film non era in platea. Wissam Hamada ha seguito la presentazione e le reazioni al film sulla tragica scomparsa della sua bimba da Gaza City, dove è rimasta bloccata per mesi. Pur non essendo riuscita a presenziare agli Oscar per il divieto di ingresso ai detentori di passaporti palestinesi imposto dal presidente Donald Trump, oggi Wissam Hamada vive in Grecia insieme alla sua famiglia di otto persone, godendo della protezione del governo greco in quanto rifugiata. Portare in salvo lei e gli altri suoi figli però si è rivelata un’impresa lunghissima e quasi impossibile, che Variety ricostruisce con un lunghissimo reportage che somiglia più a un film, da quanto è complessa, assurda e tragica la procedura che permette a pochissimi di lasciare la Striscia.

Contattata dalla regista Kaouther Ben Hania per ottenere il permesso di utilizzare nel film le registrazioni originali delle chiamate di sua figlia ai soccorsi, a inizio 2025 Wissam Hamada ha raccontato a lei e alla produzione di essere senza cibo, come gran parte dei palestinesi costretti ad affrontare non solo le bombe e la guerra, ma anche la carestia. Decisa ad aiutare la donna, la produttrice del film Odessa Rae si è messa in contatto con il filantropo e attivista Amed Khan, che in poche ore ha fatto avere alla famiglia un sacco di farina. Khan ha una vasta rete di contatti nella Striscia, avendo aiutato molte famiglie a trovare rifugio in Grecia con lo stato di richiedenti asilo. Si è dunque subito attivato per garantire una via di fuga sicura alla famiglia da Gaza. Si è scontrato con lo stesso paradosso del film: per proteggere la famiglia Rajab dagli attacchi israeliani, bisogna convincere proprio il governo e l’esercito israeliano a dare il lasciapassare a un’operazione di trasporto molto complessa, la cui pianificazione è durata mesi. Khan ha raccontato l’angoscia di quei momenti, dato che gli era già capitato in passato che le persone per cui stava cercando di attivare un corridoio umanitario venissero uccise prima di ottenere i permessi.

Un passaggio particolarmente difficile riguarda l’approvazione dell’aeromobile che effettua il trasporto. Dopo aver ricevuto due no dall’IDF sulla richiesta di permesso, con la motivazione che il volo non doveva in alcun modo essere connesso a Israele, Khan ha cambiato hostess, piloti e scaricato persino il catering e gli utensili di bordo, facendo arrabbiare il benefattore che aveva messo a disposizione l’aereo privato. Per ottenere il trasferimento della famiglia è stato necessario coinvolgere anche un contatto rimasto anonimo alla Casa Bianca, con uno sforzo titanico concertato tra la Striscia, la Grecia e gli Stati Uniti. A pochi giorni dalla partenza una bomba ha anche colpito la casa di fronte a quella dove viveva Wissam con i figli, tanto che il team ha temuto di non riuscire a portare a termine l’impresa.

Purtroppo quello della famiglia Rajab non è un caso isolato, ma la norma del processo crudele e frustrante per attivare i corridoi umanitari da Gaza, come ha spiegato Khan a Variety: «Ci sono moltissimi elementi in gioco e non sai se andrà a buon fine finché l’aereo non atterra davvero, perché potrebbe essere fatto tornare indietro anche a metà volo».

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