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17:46 giovedì 19 marzo 2026
Qualcuno si è inventato un traduttore che traduce qualsiasi cosa dici nella ridicola lingua tipica di LinkedIn Si chiama Kagi Translate e vi insegnerà come trasformare qualsiasi cosa vi succede sul lavoro in un «nuovo emozionante capitolo!».
Dopo averci investito 80 miliardi di dollari e averci guadagnato zero dollari, Zuckerberg ha chiuso il metaverso di Meta Quattro anni a ripetere che in futuro avremmo tutti vissuto in Horizon Worlds. Oggi Horizon Worlds non esiste più.
Per i 25 anni della saga si terrà un rave party a tema Signore degli Anelli in cui il dj sarà Elijah Wood, cioè Frodo Baggins Insieme all’attore Zach Cowie, suo partner nel duo Wooden Wisdom, Wood guiderà un «rave in pieno stile Terra di Mezzo» il prossimo 31 maggio.
Zendaya sarà la protagonista di tutti i film più attesi del 2026 Sette film in un anno, uno più atteso dell'altro: si inizia con The Drama l'1 aprile e si finisce a dicembre con Dune 3.
Tulsi Gabbard, la Direttrice dell’Intelligence Usa, ha detto che non c’è nessuna prova che l’Iran stesse costruendo una bomba atomica Contraddicendo apertamente Trump, che il 4 marzo aveva detto che «se non avessimo attaccato entro due settimane, avrebbero avuto l'atomica».
Elio Germano si è fatto un profilo Instagram solo per far campagna per il No al referendum sulla giustizia La “canzone” che Germano canticchia nel video riprende quella che cantava Gigi Proietti in uno spot per il no al referendum sul divorzio.
Una ragazza ha trovato la discarica in cui è stato buttato il tappeto rosso degli Oscar, ci è entrata, ha strappato un pezzo del tappeto, se l’è portato a casa e ne ha fatto un tappeto da salotto La ragazza, Paige Thalia, ha documentato tutto su TikTok e ha precisato che con la stoffa avanzata ha fatto una copertina per il suo cane.
Per la prima volta verrà trasmesso in tv il documentario sul concerto dei Pink Floyd a Pompei Stasera, dalle 23:35 su Rai5 verrà mandato in onda per la prima volta Pink Floyd: Live at Pompei MCMLXXII.

Facebook e i giornali: il peggio deve ancora arrivare

Per anni ci siamo chiesti come adattarci a questo nuovo ecosistema. Presto però potrebbe esserci un nuovo ecosistema, ancora più difficile.

23 Febbraio 2018

È una questione su cui noi del mestiere ci interroghiamo da anni, però, adesso m’è venuto il dubbio, forse ci siamo siamo interrogati male. La questione è come adattarci a questo nuovo ecosistema, dove Facebook ormai domina la distribuzione dei contenuti d’informazione online, e anche la raccolta della pubblicità in rete. Se n’è tornato a parlare in questi giorni grazie alla (bellissima) storia di copertina di Wired America, una mastodontica inchiesta su quello che Facebook ha fatto alla democrazia e, contemporaneamente, al giornalismo. Con le sue 68 mila battute, 51 fonti sentite, e chissà quanti mesi di lavorazione, è quel genere di inchiesta a tutto campo cui siamo poco abituati in Italia: persino il riassunto che ne abbiamo fatto su Studio risulta “lunghetto” per gli standard nostrani.

Lasciamo stare, per il momento, il rapporto tra il social network e la democrazia: il tema è così complesso, e il rischio di ridurlo a banalità alto. Quello che Zuckerberg ha fatto al giornalismo è questo: a partire dal 2012, ma ancora più dal 2015, Facebook è diventato il veicolo principale per la circolazione dei contenuti giornalistici su internet, cosa che ha trasformato la sua identità, da piattaforma a piattaforma che è anche editore, anzi l’editore più importante del momento. Questo, incidentalmente, ha reso i giornali vulnerabili alle decisioni unilaterali del social network: ogni piccola variazione dell’algoritmo del News Feed può cambiare le sorti (e la sostenibilità) di una testata. Ce ne stiamo accorgendo tutti da quando l’algoritmo è cambiato, lo scorso gennaio, privilegiando i contenuti dei privati rispetto alle notizie; se ne sono accorti lo scorso autunno quei sei piccoli Paesi dove Facebook aveva sperimentato la rimozione quasi totale dei contenuti giornalistici dal News Feed, mandando in tilt l’editoria locale.

Mentre diventava il distributore principale di notizie, inoltre, il social network ha conquistato, insieme a Google, il mercato della pubblicità online, lasciando ai siti dei giornali le briciole. Il paradosso però è che i giornali non non possono vivere senza Facebook, ma non riescono a vivere a causa di Facebook. Siamo tutti diventati produttori di contenuti per Facebook, e quel che è peggio è che non riusciamo a camparci. La buona notizia, dice Wired, è che Zuckerberg ora si sta facendo qualche domanda sulle conseguenze del suo monopolio: vuole combattere la disinformazione, le fake news, l’ingerenza russa.

E se fosse una lettura un po’ troppo ottimista? Sempre in questi giorni la Columbia Journalism Review ha pubblicato un’analisi assai diversa riassumibile in: il peggio deve ancora venire. «Nessuno crede che Zuckerberg si sia alzato una mattina e abbia deciso di distruggere l’industria mediatica. Il comportamento della sua società somiglia piuttosto a quello di un elefante che calpesta per sbaglio una formica», scrive Mathew Ingram, uno degli analisti più lucidi. È successo con la disruption del 2012-2015, che ha fatto molte vittime, e si potrebbe ripetere nuovamente, con testate che sono sopravvissute alla prima ondata. Nel prossimo futuro, dice Ingram, i rischi sono due. Primo, Facebook potrebbe prendersi una fetta ancora più grande della pubblicità, lasciando ai giornali non più le briciole, ma zero. Un altro rischio è che si stufi di offrire spazio alle news: «Invece di continuare a essere una piattaforma primaria per i giornali, potrebbe decidere di lavarsene le mani, perché le notizie non portano grandi introiti ma portano grattacapi».

Il nuovo algoritmo, secondo i più pessimisti, sembra puntare proprio in questa direzione: potrebbe sì aiutare a contenere le fake news, ma sta costando parecchio anche a chi produce le news vere. Per anni, si diceva, abbiamo ragionato su come adattarci a questo nuovo ecosistema, dove non si può vivere senza Facebook ma Facebook controlla la pubblicità, ora forse dovremmo prendere in considerazione che potrebbe esserci un ecosistema peggiore.

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