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Un articolo fatto con l’AI pubblicato da un’agenzia di viaggi ha portato dei turisti a cercare delle inesistenti terme in uno sperduto paesino in Tasmania All'improvviso, nel minuscolo paesino di Weldborough, 33 abitanti, si sono presentati decine di turisti che chiedevano come raggiungere le terme.
Da oggi Stati Uniti e Russia potranno aggiungere al loro arsenale militare tutte le testate atomiche che vogliono Sono le conseguenze del mancato rinnovo dell'accordo New START, che limitava la proliferazione delle armi nucleari.
Pieter Mulier è il nuovo Direttore creativo di Versace Diventerà ufficialmente Chief Creative Officer l'1 luglio.
La Lofi Girl di YouTube aprirà il suo primo Lofi Café in centro a Parigi Proprio come nel suo canale, diventato famosissimo durante la pandemia e attivo ancora oggi, sarà un posto dove studiare e rilassarsi insieme.
Negli Epstein Files Donald Trump viene citato più volte di Harry Potter nella saga di Harry Potter 38 mila volte, per la precisione. Il conteggio lo ha fatto il New York Times, per dimostrare quanto solido fosse il rapporto tra Trump ed Epstein.
It’s Never Over, il documentario su Jeff Buckley, arriverà finalmente anche in Italia, a marzo Soltanto per tre giorni, però: una proiezione-evento per celebrare 60 anni dalla nascita del cantautore di Grace.
Tra le centinaia di giornalisti licenziati improvvisamente dal Washington Post ce n’è una che lo ha scoperto mentre lavorava per il giornale in una zona di guerra La corrispondente Lizzie Johnson ha scoperto di essere rimasta senza lavoro mentre scriveva dal fronte ucraino, al freddo e senza corrente.
Darren Aronofsky si è guadagnato l’appellativo di “traditore del cinema” perché ha fatto una serie usando solo l’AI Sia i critici che i colleghi stanno commentando molto negativamente (per usare un eufemismo) sia la scelta di Aronosfsky che il pessimo risultato ottenuto.

Dove stanno andando gli esteri in Italia

Sembravano morti, sono risorti. Un punto sullo scrivere di altri Paesi.

22 Novembre 2017

All’inizio della storia di Studio, quando abbiamo iniziato a interrogarci molto sullo stato dei media in Italia e nel mondo, una delle domande che ci ponevamo spesso era: gli esteri sono finiti? Ce lo siamo domandati in un editoriale del nostro quarto numero cartaceo e poi ancora con una riflessione aggiornata del 2013. Erano gli anni in cui la sezione esteri dei grandi quotidiani a volte si riduceva a un paio di pagine (o anche una pagina e mezzo!), erano gli anni della grande recessione, un bel problema per l’editoria, costretta a tagliare i costi, ma anche un tema che monopolizzava l’attenzione mediatica, perché ai lettori interessava sapere più dello spread e dell’austerity che di quello che succedeva in Afghanistan.

Da allora però sono cambiate molte cose. L’impressione, non solo nostra, è che gli esteri siano tornati a interessare, anche se forse c’è ancora da trovare una quadra su come modernizzarli e, soprattutto, su come fare tornare i conti. Questo rinnovato interesse si vede da un po’ di cose. Per esempio, basta guardare le pagine dedicate agli esteri dalla stampa mainstream: mentre scrivevamo questo pezzo, i due principali quotidiani italiani aprivano sulle fallite trattative di coalizione in Germania. Nel nostro piccolo, a Studio, lo abbiamo visto con un esperimento, Conversazioni EsterE, una serie di incontri e aperitivi sulle relazioni internazionali, di cui Studio è partner insieme al Corriere della Sera, Il Foglio, Radio Popolare e Fondazione Oasis (Il prossimo incontro si svolgerà sabato, dentro la cornice di Studio in Triennale: alle 11:30 faremo due chiacchiere insieme a Paola Peduzzi, Marilisa Palumbo, Rolla Scolari e Michele Masneri per capire come sta cambiando la percezione della Silicon Valley).

Cosa è successo, allora, negli ultimi sette anni? Abbiamo provato a fare un punto su come sull’evoluzione degli esteri in Italia, confrontandoci coi responsabili di questo settore del Corriere (Mara Gergolet) e di Repubblica (Daniele Bellasio). «Siamo decisamente dentro un’onda», ci ha detto Gergolet. «Ricordo che negli anni Novanta, ai tempi di Mani Pulite, gli esteri erano praticamente scomparsi, Carlo Rossella diceva che erano proprio finiti. Poi però è arrivato l’undici settembre e gli esteri sono diventati, quasi di colpo, i veri protagonisti del giornalismo: in Italia si è aperta una stagione di un giornalismo molto improntato agli esteri, per la guerra in Iraq, certo, e quella in Afghanistan, ma anche per una forte attenzione a Israele ai tempi della Seconda Intifada. L’entusiasmo ha cominciato a smorzarsi, direi, intorno al 2006 e il 2007». Qualche anno dopo, la grande crisi. «Lì c’è stata una ulteriore contrazione degli esteri… perché stavamo tutti a pensare ad altro. Nel 2011 l’economia è diventata quello che gli esteri erano nel 2001». La crisi del debito greco, l’austerity, la trojka, eccetera: si parlava molto di Europa, certo, ma attraverso una lente economica.

reporter

Poi è tornato il terrorismo. Prima non ci abbiamo fatto neanche troppo caso: le sparatorie in Francia e in Belgio nel 2012 e 2013 non ci hanno spaventato più di tanto, sebbene, nel caso di Bruxelles, si trattasse del primo attacco dell’Isis in Europa e del primo caso di returnée della jihad trasformato in terrorista domestico. Ma nel 2015, l’anno di Charlie Hebdo, dell’HyperCacher e del Bataclan, ci siamo accorti che la guerra era arrivata a casa nostra: «Forse ce ne siamo accorti in ritardo, ma ci siamo accorti che quello che succede ha un effetto qua», commenta Gergolet. Il 2016 ha riportato, giocoforza, gli esteri al centro della copertura mediatica e per due ragioni. Da un lato, ancora, il terrorismo (Nizza, la metropolitana di Bruxelles), dall’altro l’avanzare dei populismi: «Il referendum sulla Brexit e l’elezione di Trump, arrivati così, a pochi mesi di distanza, hanno avuto una risonanza fortissima. Poi nel 2017 ci sono state le elezioni in Francia e Germania, pure loro ravvicinate e con un’alta posta in gioco, dunque anche questa congiuntura ha aiutato».

Gli esteri, spiega Bellasio, sono sempre ciclici, «una fisarmonica», ma avanzano e retrocedono in base a due fattori: non soltanto l’importanza di quello che succede all’estero, ma anche gli shock più o meno forti che interessano l’Italia, e che possono fare sembrare il mondo esterno più o meno rilevante. Prendiamo la recessione degli esteri del 2006. Era il periodo, certo, in cui la Guerra in Iraq proseguiva ma diventava sempre più difficile coprirla (il 2006 è stato l’annus horribilis della coalizione occidentale, poi la cosiddetta “troop surge” del 2007 ha contenuto la situazione), il periodo in cui la Seconda Intifada finiva “ufficiosamente” ed erano anche il periodo immediatamente successivo a una serie di assassinii e rapimenti di giornalisti che avevano spinto le testate alla cautela. Ma erano anche gli anni dei governi Berlusconi, il secondo e il terzo, che hanno fatto della politica, e delle famigerate scaramucce tra berlusconiani e anti-berlusconiani, la protagonista del giornalismo italiano. «Il fatto che siano una fisarmonica è qualcosa che non possiamo evitare, piuttosto dobbiamo trovare il modo di adattarci e riuscire a fornire le informazioni principali al lettore anche quando lo spazio è poco», prosegue Bellasio.

Il fatto che sia tornata un’attenzione generale per le notizie internazionali, però, non toglie che gli esteri rappresentino una tipologia di giornalismo particolarmente vulnerabile, dove il rapporto costi-benefici non è dei più vantaggiosi, perché mandare la gente in giro per il mondo costa, nelle aree di crisi costa ancora di più e comporta pure gravi rischi. Non è un caso che abbondino sempre più le traduzioni dai grandi giornali stranieri: da un lato è anche un modo di alzare la qualità, dall’altro però è anche un modo di invertire il rapporto costi-benefici.

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