A un certo punto l'intervistatore chiede a un interdetto Epstein: «Lei è il diavolo in persona?». E lui risponde pure.
Gli Epstein Files assomigliano all’I Ching, l’antico metodo oracolare cinese, o a quel libro che per un periodo andava abbastanza di moda e si trovava nelle case e ci si giocava alle cene: Il libro delle risposte. Si aprono gli Epstein Files, in un punto a caso, e si trova una frase che è perfetta per un meme, per un titolo di un giornale o per una teoria cospirazionista. “Epstein, un figlio segreto? In una mail di Sarah Ferguson i complimenti per la nascita del bambino”, scriveva Repubblica ieri. “Bill Gates citato negli Epstein files: le «ragazze russe», l’antibiotico da somministrare di nascosto alla moglie tradita e il ricatto finale del pedofilo”, titolava nello stesso giorno il Corriere della Sera. E la sua edizione romana aggiunge: “Epstein a Roma: hotel in centro, cene a Fregene. La Dolce Vita di Jeffrey: «Sono eccitatissimo di andarci». Dalla sua casa in Umbria, incursioni nella Capitale sulle tracce di Woody Allen”, perché comunque anche con le storie di pedofili morti impiccati in galera c’è sempre il localismo da portare avanti (ce lo insegna Arnaldo Greco che da anni raccoglie su Instagram i titoli “c’è anche un po’ di ‘inserisci cittadina italiana’ nel ‘inserisci fenomeno globale’”.
Con questo “libro dei mutamenti” arricchito a questo giro da tre milioni e mezzo di nuove pagine, c’è materiale per tenere in vita i corrispondenti da New York senza che escano di casa per almeno sei mesi. Una mail mezza cancellata, come un quadro di Emilio Isgrò, e ci si ricamano sopra ritrattini e collegamenti con famiglie reali scandinave. E anche i siti e i social dei quotidiani tutti contenti, così possono mettere i video clickbaiting dove Epstein insegue le minorenni attorno all’isola della cucina nella casa sull’isola, o le foto dove il principe Andrew esce di soppiatto dalla mansion dell’Upper East Side. Ma giornalismo d’eccellenza a parte, questo nuovo sciacquone tirato dal Department of Justice, otturato di mail e foto e video, è un pensiero: non è che i complottisti pazzi del Pizzagate e di QAnon avevano ragione? Non è che davvero esisteva una cabala di poteri fortissimi che faceva festini in stile Eyes Wide Shut a Little Saint James, nodo in cui si univano Harvard, Hollywood, i Windsor, i Clinton, Wall Street, la Silicon Valley, Israele?
Se la mente complottista mette insieme i nomi che vengono fuori, da Ehud Barack a Sergey Brin, da Larry Summers a Richard Branson, ne esce davvero una mappatura da Protocolli dei Savi di Sion, un’ammucchiata da copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, che fa dire al redneck populista che dorme con la pistola sotto al cuscino o al matto in metro col cappello di stagnola in testa: “Visto? Ve l’avevo detto!”. Se ci mettiamo nell’ottica del nazionalista bianco, frustrato, nutrito a chiacchiere sui social e al bar, la lista Epstein è la lista di nemici non solo ideali ma già individuati prima per altri motivi: perché ricchi o ebrei o progressisti o nel mondo dello spettacolo.
Diventeremo tutti complottisti? Nelle mail pubblicate leggiamo cose che portano all’incredulità. Musk che implora Epstein di invitarlo alle festa più pazza che si terrà sulla sua isola caraibica. Epstein che paga al marito di un suo amico, Lord della Camera del Parlamento d’Inghilterra, membro dei Labour ed ex ambasciatore in Usa, un corso per diventare osteopata. Parliamo di comunicazioni avvenute dopo che Epstein era già stato accusato e i suoi “gusti” erano già fatto di pubblico dominio. Dalle mail si ricostruisce una situazione in cui regnano manipolazione, depravazione, sfruttamento di minori e fantasie sessuali da puntata di CSI. Costumini da Biancaneve. Richieste di infilarsi in pantaloni di pelle attillati. Massaggi «che possono fa impazzire un uomo». Su 4Chan, quasi dieci anni fa, si parlava del Pizzagate, cioè del seminterrato di una pizzeria di Washington, la Comet Ping Pong, punto di snodo di una tratta di esseri umani e luogo di ritrovo di un’organizzazione di pedofili satanisti che tra le sue fila vantava importanti politici democratici, figure chiave del progressismo e protagonisti del mondo dell’intrattenimento. E anche lì era nato il complotto del complotto, cioè che tutto fosse un’operazione della Cia, il Pizzagate ma pure 4chan. Come l’Aids. Un serpente che si mangia la coda, un eterno circolare di piani sempre più alti sempre più responsabili per le sorti del mondo.
E ora in questo giro di file rilasciati vengono fuori scambi di mail tra uno dei più importanti intellettuali, Noam Chomsky, che chiede consigli a Epstein, dicendo di «fantasticare sull’isola caraibica». I due organizzano cene a New York con Woody Allen. Chomsky e Epstein scherzano, il finanziere fa pure battute sessuali: «Se alla tua età si rizza ancora, sii orgoglioso». E Chomsky risponde «Ouch». Chomsky, che nel 1971 dibatteva con Michel Foucault sulla natura umana, nelle mail spiega al finanziere miliardario Jeffrey Epstein perché quello venezuelano non può essere considerato un vero socialismo.
Quello che i nerd paranoici e rabbiosi e iper-creativi immaginavano per criticare l’establishment, cercando richiami al Pizzagate nei video di Justin Bieber come si fa col finto allunaggio nei film di Stanley Kubrick, non è certo diventato realtà. Ma le informazioni che vengono fuori dai doc, tra linguisti dell’Ivy League e cineasti premi Oscar, sembra appartenere allo stesso reame di stravagante complottismo. Chomsky usò anche Epstein per mettersi in contatto con Steve Bannon, nell’epoca in cui il rasputin Maga era stato mandato via dalla prima amministrazione Trump. Un cortocircuito pensare a queste persone insieme, nemmeno Celebrity Deathmatch, nemmeno un improbabile sketch di Family Guy. Nei nuovi file ci sono anche Harvey Weinstein (ovviamente), Pusha T e Jay Z. Secondo alcuni, Beyoncè avrebbe già perso dieci milioni di follower sui social per via di questa menzione.
Adrienne LaFrance scriveva sull’Atlantic, quest’estate, che la storia di Epstein sembra costruita in laboratorio appositamente per fare appello ai teorici della cospirazione. Ma quello che vediamo da queste mail ci dimostra la naïveté degli americani. In una nazione “nuova” e senza una storia che precede la lettura di Adam Smith, ci si sorprende ancora se i potenti sono amici, se i ricchi si frequentano tra loro, se i famosi si fanno i favori tra loro. Se ci togliamo il cappello di stagnola e ci mettiamo quello marxista, la soluzione è semplice: il caso Epstein è un caso di classismo – mantenimento del potere da parte dell’élite – mescolato con un caso di patologica necessità di esaltazione sessuale (qui i freudiani si possono, malheureusement, divertire), e quindi abuso di questo potere superando il limite della decenza borghese e del buon costume.
In una società tecnofeudale, come si dice oggi, la ricchezza porta alla sensazione di onnipotenza. Le email pubblicate dal Dipartimento di Giustizia americano dopo le pressioni dello zoccolo duro Maga, che ha sventolato la bandiera della trasparenza in campagna elettorale per tirare dentro i podcaster dell’alt-right, diventano una Mille e una Notte per tirare fuori le più spericolate storie, i più incredibili collegamenti, la dimostrazione che i parvenu hanno pessimo gusto e accertandosi in fondo che sì, il mondo è nelle mani di chi ha i soldi. E chi ha i soldi può – per un po’ – fare quello che vuole, anche abusare di minorenni sul Lolita Express.
E tirati fuori Freud e Marx, tiriamo fuori pure il pensatore più influente di questa nostra era, René Girard. Così come il mondo ha bisogno di un capro espiatorio per funzionare, la società contemporanea – accelerata, turbo-capitalista, identitaria, era del piagnisteo e epoca del manicheismo e del rincitrullimento tutto insieme – ha bisogno di un Jeffrey Epstein. Se Epstein non esistesse – sarebbe bello, soprattutto per le sue vittime – ci sarebbe qualcun altro. Epstein incarna il post MeToo giustizialista e apocalittico, perché accolla a un’unica persona tutti i mali e crea, inferiore a lui, come in una voragine dantesca a imbuto, una gerarchia di colpevoli che possono essere colpiti da ogni gruppo come piccoli bersagli, dando la sensazione che giustizia sia stata fatta (appunto: Andrew perde il titolo di principe, il Lord si dimette dal partito, la fondazione di Ferguson viene chiusa, etc.). Non è un caso che stia girando ora una clip in cui li si chiede “ma tu sei il diavolo?”, e lui dice, no, ma ho un buono specchio. Epstein è il trickster. E in piedi cade comunque Donald Trump, che nonostante sia coinvolto anche lui dentro i files, può far scivolare tutto dicendo: “Bè, il mio coinvolgimento? È chiaramente tutto un complotto”.
In attività da 975 anni, il birrificio Weltenburger vive una crisi talmente profonda da aver costretto i monaci benedettini a metterlo in vendita.
