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13:18 venerdì 17 aprile 2026
Lana Del Rey ha fatto una canzone per 007 ma non il film, il videogioco Molti sono ancora confusi da "First Light": la canzone più bondiana di Lana Del Rey, che sembra la intro di un film di 007 ma un film non ce l'ha.
Le persone che si sono accaparrate i biglietti per le prime proiezioni di Dune 3 li stanno rivendendo su eBay a migliaia di dollari Su eBay si trovano biglietti per gli spettacoli in IMAX venduti al 1500 per cento del prezzo originale.
Il libro fotografico con le ragazze che imbracciano armi che compare in The Drama esiste davvero (più o meno) Si intitola Chicks with Guns, lo ha fatto la fotografa Lindsay McCrum ed è uscito nel 2011. Ed è molto, molto simile a quello che si vede nel film.
La prima canzone dei Massive Attack dopo quasi dieci anni è un pezzo contro la guerra fatto assieme a Tom Waits Si chiama Boots on the ground e parla di disordini che stanno avvenendo negli Usa, mescolando liriche belliche a immagini grottesche.
In Germania hanno lanciato un motore di ricerca che serve a scoprire se i propri parenti erano dei nazisti Lo ha realizzato il Die Zeit in collaborazione con l'Archivio federale nazionale: contiene 10,2 di tessere di iscritti al Partito nazionalsocialista.
Sembra che Zohran Mamdani e Rama Duwaji non parteciperanno al Met Gala di Anna Wintour pagato da Jeff Bezos Secondo le prime indiscrezioni, Mamdani e consorte avrebbero rifiutato l'invito all'evento perché finanziato dal miliardario.
Il governo di Pedro Sánchez rischia di cadere per colpa di Guernica di Picasso Tutto inizia con la richiesta del governo della comunità autonoma dei Paesi Baschi di portare l'opera a Bilbao. Richiesta negata dall'esecutivo Sánchez.
Cosa sappiamo del nuovo film di Sean Baker, a parte che si intitolerà Ti amo! e che sarà molto, molto italiano Il titolo scelto dal regista è di Anora per il nuovo film è Ti amo!, con il punto esclamativo. Secondo le indiscrezioni, potrebbe venire a girarlo in Italia.

Le case di Domenico Starnone

Si sta dimostrando lo scrittore più forte e profondo della narrativa italiana, con un tema che attraversa la sua opera più: la famiglia. Un ritratto per l'uscita di Scherzetto.

28 Novembre 2016

Nei mesi autunnali del 2016 si è parlato molto di un’indagine giornalistica sulla vita immaginaria di Elena Ferrante, concentrata sui pagamenti che la scrittrice avrebbe ricevuto da parte dell’editore e/o. L’inchiesta è arrivata al nome di Anita Raja, traduttrice e attuale moglie di Domenico Starnone che, in passato, era stato indicato come possibile candidato a essere la “vera persona” dietro la scrittrice de L’amica geniale.

Avevo appena terminato di leggere Scherzetto, l’ultimo suo romanzo, e avevo da poco recuperato il precedente, Lacci. Entrambi i romanzi, oltre al piacere della lettura stimolano una curiosità questa volta sana e difficilmente resistibile sul tasso di autobiografia che Domenico Starnone ha distillato nelle loro pagine. È qui che ho pensato che il giornalista e la sua inchiesta avessero, soprattutto, sbagliato obiettivo. Che libri diversi dialoghino tra loro è una cosa rara e preziosa e così intensamente letteraria, e allo stesso modo lo è anche che i personaggi saltino da un volume a un altro camuffandosi quel tanto che basta. Il protagonista maschile di Lacci, Aldo, ha 74 anni. Quello di Scherzetto, Daniele Mallarico, ne ha 76. Starnone: 73. Il primo libro è uscito nel 2014, il secondo nel 2016. I personaggi dei libri, in questo modo, arrivano a somigliare ai personaggi dei film, e allo stesso modo lo scrittore si avvicina come figura all’attore: entra, con la sua personalità, nei diversi ruoli che ricopre, e questi ruoli (il melanconico; il cattivo; lo sfacciato) riescono a dialogare tra loro pur attraverso diverse pellicole, o libri. C’è un grande tema che attraversa le opere più importanti di Starnone, e a sua volta è capace di generare sotto temi che hanno la forza di crescere autonomamente, come talee da subito ben radicate: il tema-pianta è la famiglia, e da qui nascono: il matrimonio, il tradimento (moltissimo tradimento), l’amore, i fallimenti, la giovinezza, la vecchiaia. Naturale quindi chiedersi: quanto auto c’è, nella fiction di Domenico Starnone?

Domenico Starnone - writer

La struttura di Scherzetto si regge principalmente sul rapporto tra giovinezza e vecchiaia: i protagonisti sono il già citato Daniele Mallarico e il nipote di quattro anni, Mario. Il nonno si trova, per alcuni giorni, a dover fare da custode e balia al praticamente sconosciuto e petulante bambino. Mallarico è un illustratore con un certo successo in passato, vive a Milano da decenni, si è lasciato la città natale, Napoli, alle spalle in molti modi e per molti motivi. Il ritorno a Napoli lo porta a confrontarsi con una serie di fantasmi: il matrimonio passato, i tradimenti subiti, la fragilità del corpo di vecchio, il declino dell’interesse del mondo editoriale, ormai trentenne e quarantenne, nei confronti di un vecchio. Il fatto che gli spettri che visitano Daniele Mallarico nella sua vecchia casa di Napoli siano così comuni è uno dei tratti distintivi di Starnone. Ma non è soltanto una declinazione del paradigma hemingwayano per cui bisogna scrivere delle cose e delle persone che si conoscono meglio: qui non ci sono guerre, dannazioni, eroi caduti, ma cose più intime e impalpabili: sono anche persone, ma soprattutto sentimenti. Non è un caso che la dimensione domestica sia così fondamentale nei romanzi di Domenico Starnone, anche concretamente: gli interni sono i palcoscenici principali su cui si svolge un’azione che è anche e soprattutto psicologica. A questo punto va sottolineato come Starnone sia uno scrittore preciso senza essere pedante. Sa descrivere in modo dettagliato gli ambienti, ma non in un unico, minuzioso passaggio. Lo fa a poco a poco, tra una colazione e una notte con poco sonno. Finisce, così, che le vedi perfettamente le tapparelle verdi sugli infissi vecchi, il balcone piccolo e trapezoidale e il freddo dell’aria respirato con la sigaretta guardando il casino che c’è sotto, a piazza Garibaldi.

È in questi ambienti, molto teatrali che vanno in scena le storie familiari su cui si fonda l’opera di Starnone. Il romanzo con cui vinse i premi Strega e Napoli nel 2001 prende addirittura il nome dalla via in cui Federì, Mimì e Rusinè abitano per un periodo della loro vita, centrale nell’intreccio: via Gemito. I cambi di abitazione, in Via Gemito, sono anche cambi di destino, sono capitoli della vita di famiglia. In Lacci la casa saccheggiata dai ladri è il motore di tutta l’azione del romanzo, perché una casa nasconde segreti, dopo decenni di matrimonio, e un cassetto vuoto può aprire abissi d’angoscia su un passato che si pensava al sicuro. A proposito: il passato. Nei romanzi di Starnone il passato è il tempo più presente, perché sono spesso romanzi di ricordi, di bilanci: succede in tutti quelli già citati, e anche ne L’autobiografia erotica di Aristide Gambìa, storia di un uomo che fa un bilancio sessuale della sua vita, l’ennesimo caso in cui compare un protagonista coetaneo, o quasi, del vero scrittore. Si torna alla curiosità: quanta vita di Domenico Starnone c’è nei suoi personaggi? Domenico Starnone si auto-analizza attraverso la scrittura? È stato capace di tagliuzzare la sua vita e disporre i pezzetti in un’opera letteraria? La risposta a queste domande, in realtà, non è importante. Quello che importa, penso aspettando un altro romanzo, un’altra cartella di indizi, è essersele poste.

Tre brevi estratti da Scherzetto

Qualche tempo dopo la morte di mia moglie, avevo guardato tra le sue carte e mi ci era voluto poco per rendermi conto che, mentre ero distratto giorno e notte dalle piccole dure battaglie per la mia affermazione artistica, lei mi aveva tradito spesso, già pochi anni dopo che c’eravamo messi insieme. Perché. Non se lo spiegava nemmeno lei, faceva solo ipotesi. Per ricordarsi che c’era. Per darsi un po’ di centralità.

Il piacere sessuale, sganciato definitivamente dalla riproduzione di cui all’origine era solo l’incentivo, sbrodolava umori di continuo per tutto il pianeta, in ogni stagione, e non c’era controllo possibile, ciò che doveva accadere sarebbe comunque accaduto, era una spinta franosa dei corpi che travolgeva spietatamente mogli, mariti, figli, affetti, economie.

Finché aspiravamo in pochi a grandi cose, credere alla nostra natura straordinaria era stato un atto privatissimo di fede. Sentirci unici c’era venuto facile, e darne prova mah, era bastato qualche piccolo successo, un po’ di presunzione, l’esibizione di segni di depressione o follia che ben quadravano coi luoghi comuni sul talento. Col tempo, però, l’eccezionalità era dilagata.

Foto all’interno: Alessandro D’Urso (LUZ); in home: Vittorio Zunino Celotto (Getty Images).
Dal numero 29 di Studio.
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