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07:29 martedì 27 gennaio 2026
Ad Amsterdam saranno installate lungo i canali delle mini scale per aiutare i gatti che cadono in acqua Centomila euro che il Comune ha deciso di investire nella costruzione di quelle che tecnicamente si chiamano “scale per l’uscita della fauna selvatica”.
Dopo il litigio con il figlio Brooklyn, una canzone di Victoria Beckham di 25 anni fa è arrivata in cima alle classifiche inglesi A 23 anni dal lancio, "Not Such An Innocent Girl" raggiunge la vetta di ben due classifiche inglesi, grazie al pubblico litigio tra Victoria e David da una parte e il figlio Brooklyn dall'altra.
Per la prima volta Pitchfork ha spiegato come assegna e cosa significano i voti che dà agli album È una guida che introduce anche gli abbonamenti al sito, che permetteranno agli utenti di aggiungere il loro voto a quello dei giornalisti.
A sorpresa è uscito un nuovo trailer dell’Odissea di Nolan e sono tutti interdetti dalla scoperta che nel film c’è anche Travis Scott E anche questa volta i fan si sono messi subito a litigare, anche se nessuno sa ancora che ruolo interpreta Scott nel film.
Un attivista irlandese ha pubblicato su internet l’identità di migliaia di agenti dell’ICE Lo ha fatto su un sito che si chiama ICE List, al momento ci si trovano 4500 nomi, indirizzi email e numeri di telefono di agenti dell'anti immigrazione.
In Iran i morti potrebbero essere 30mila in due giorni, la strage più efferata dalla Seconda guerra mondiale L'unico precedente paragonabile sarebbe l'eccidio di Babyn Yar dove, tra il 29 e il 30 settembre del 1941, i nazisti uccisero 33 mila ebrei ucraini.
Mentre a Minneapolis si scatenava il caos, Trump era alla Casa Bianca a vedere in anteprima il documentario sulla moglie Melania Una proiezione esclusiva, con contenitori di popcorn brandizzati, tra gli invitati il Ceo di Apple e, per qualche ragione, anche Mike Tyson.
Kim Jong-un che fissa le persone mentre fanno il bagno alle terme è già il miglior meme del 2026 Il leader supremo della Corea della Nord ha festeggiato l'inaugurazione di un nuovo Centro vacanze fissando le persone che facevano il bagno e la sauna.

Avere poco rende liberi?

Dai bestseller anti-accumulazione alle sirene della decrescita felice, perché viviamo in un'epoca in cui la libertà e il mercato sono vissuti come una costrizione.

30 Maggio 2017

E se fosse questo l’orizzonte della felicità? Circondarsi dei soli oggetti necessari a vivere meglio, un colpo di spugna e zac, via questa smania di avere e accumulare, via i vestiti, cappotti pressoché identici uno all’altro, maglioni infeltriti, dischi e cd, vecchi libri, divani e cianfrusaglie, stanzini zeppi di roba. Dire basta, sbarazzarsi di, buttare, fare una cernita e ripulire. Icona del lifestyle basato sul minimalismo e sull’arte del decluttering è una giovane giapponese che ha saputo trasformare le nevrosi di molti in un business da milioni di dollari. Mari Kondo ha scritto un bestseller, The Life-Changing Magic of Tidying Up (Il magico potere del riordino), e si è presentata al mondo come KonMari, ma solo dopo aver registrato il marchio. A giugno Ten Speed ​​Press pubblicherà un manga ispirato al suo libro con le illustrazioni di Yuko Uramoto. In Giappone è già un successo, in America un annunciato trionfo. Una storia «magica», come recita il sottotitolo in copertina. Il tocco stregato di Mari a servizio della protagonista, Chiaki, una ragazza che vive in un appartamento caotico almeno quanto la sua vita sentimentale. Ma tutto si risolverà al meglio. KonMari le insegnerà l’arte del disfarsi e Chiaki vivrà felice e contenta.

51MF3u-JPALÈ uno sforzo che risale all’alba dei tempi, quello di acciuffare la ricetta della felicità. Infiniti i tentativi, le ipotesi e le dottrine. Un’unica conclusione sul tavolo: non c’è prescrizione universale che valga. Vivere uno stato di soddisfazione e di pieno appagamento dei desideri ha a che fare con un orizzonte diverso per ognuno di noi. Ma se volessimo rintracciare un contesto comune? Chi non ha paura di semplificare segna un perimetro netto e chiama in causa il sistema capitalista: l’ambiente di riferimento è questo. Da qui si parte per raddrizzare il tiro, da un mondo che vive di desideri moltiplicati, almeno quanto gli oggetti e le esperienze legati alla promessa di serenità. Un mondo in cui il bisogno di avere questo o quello si rinnova in un vortice senza fine e diventa isteria, feticismo, godimento compulsivo.

Da alcune settimane va in onda su Netfilx il film Minimalism: A Documentary About the Important Things. Anche loro, i minimalisti, vendono una propria idea di felicità. Millburn e Nicodemus sono due trentenni, moderni apostoli di un credo che purifica dalle tossine del consumismo. Si spostano di città in città, i nostri, e attraversano gli Stati per predicare la loro dottrina. Ogni volta c’è uno stand, due microfoni e gente che li ascolta. Bisogna smettere di accumulare oggetti e puntare a una vita semplice, dicono loro, più serena e significativa. Maturare un atteggiamento stoico davanti allo shopping, riappropriarsi del proprio tempo e dei propri soldi. (Chi vuole acquistare il nostro libro? In fondo a destra, grazie.) Il discorso capitalista, scrive Massimo Recalcati in Ritratti del desiderio (Raffaello Cortina Editore), ha tradotto il desiderio nel culto dell’homo felix, al servizio di un Io che pretende di diventare padrone di se stesso. Alla base, secondo lo psicanalista, ci sarebbe un errore madornale. E cioè quello di credersi un Io tutt’intero, come se non fossimo soggiogati da un desiderio che è sempre altro, forza inconscia che spinge a nostra insaputa. La felicità è legata all’appagamento dei desideri, ma i desideri sono pulsioni nascoste che vivono di vita propria. In quest’ottica, anche la strada di tornare ai bisogni più autentici, quelli che non hanno a che fare con gli oggetti e con la smania di accumularli, diventa un percorso a ostacoli. Le cose materiali sono l’unica frontiera deviata da un desiderio che, se assecondato, ci costringe alla nevrosi e alla frivolezza. L’equivoco, in fondo, è sempre il solito: essere contro avere. Come se avere poco coincida necessariamente con una diversa consapevolezza di sé.

Emmeline Pankhurst's Former Manchester Home Where The Movement For Women's Suffrage Began

A maggio, a Roma, si è svolta la prima Festa nazionale della decrescita felice, un movimento di ispirazione francese che in Italia compie dieci anni di vita. Qui la questione si complica: per essere felici non solo bisogna avere poco, ma farselo con le proprie mani. Soprattutto: non solo decidere di avere poco, ma abitare in uno Stato che lo ha già deciso per te. L’obiettivo di questa teoria è il decremento selettivo del Pil. Produrre e consumare di meno attraverso un processo controllato. In poche parole, tagli selettivi e riduzione degli sprechi. Tutto quello che non è necessario consumare, non va prodotto. E niente va importato, a partire dall’energia.

La tesi grillina della decrescita come Stato felice attecchisce su un terreno fertile, sito a una latitudine vicina a quelle di KonMari, Millburn e Nicodemus. Viviamo in una fase storica in cui, per assurdo, la libertà crea un senso di costrizione. Dismessi i panni del servo di un padrone rischiamo di trasformarci in servi di noi stessi e della nostra idea di performance. La sensazione di un vincolo è più latente di prima, perché il vincolo è subdolo, ma resiste nella sua ambiguità. Cosa fare, allora, nel mondo capitalistico, per sentirsi liberi e felici? Sperimentare un nuovo modello di consumo, fatto di privazione e sobrietà, è la scelta di alcuni. Nella decrescita felice, però, si compie un passo in più. Essere liberi dalle costrizioni del mercato diventa imposizione dall’alto. Liberi di autoprodursi – per decreto – il pane, il sapone e le creme idratanti, liberi di comprare – per decreto – frutta, verdura e carne direttamente dal produttore, liberi di partecipare alla riduzione drastica dei consumi. È qui che il paradosso del neoliberalismo – liberi di sfruttare noi stessi – cede il passo all’ossimoro. Liberi di dover uscire dalla logica di mercato. Liberi di dover tornare ai valori di una comunità contadina. E quindi, davvero liberi?

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